La Babele edilizia
di LEOPOLDO FREYRIE*
Caro direttore, in tempi di promesse elettorali si torna a parlare dei permessi edilizi, tra chi dice che non servono, "bastano i controlli dopo!", e chi ritiene che siano troppo facili, regolati ad hoc per i palazzinari. Lo sconcerto di chi fa il mestiere di architetto, leggendo tutti i programmi elettorali, deriva dalla percezione della profonda ignoranza della situazione reale.
In una ricerca semplice sul database delle leggi nazionali Normattiva, si può scoprire con raccapriccio che esistono ben 246 atti normativi che hanno la parola "edilizia" nel titolo, che diventano 2.069 se "edilizia" sta almeno nel testo. "Urbanistica" sta nel titolo di 22 leggi o regolamenti nazionali e nel testo di ben 915. Naturalmente da queste sono escluse quelle regionali: ad esempio in Lombardia alla parola edilizia corrispondono 201 atti, in Emilia Romagna 117. A cui aggiungere, naturalmente, i regolamenti comunali di vario genere, da moltiplicarsi per …
In una ricerca semplice sul database delle leggi nazionali Normattiva, si può scoprire con raccapriccio che esistono ben 246 atti normativi che hanno la parola "edilizia" nel titolo, che diventano 2.069 se "edilizia" sta almeno nel testo. "Urbanistica" sta nel titolo di 22 leggi o regolamenti nazionali e nel testo di ben 915. Naturalmente da queste sono escluse quelle regionali: ad esempio in Lombardia alla parola edilizia corrispondono 201 atti, in Emilia Romagna 117. A cui aggiungere, naturalmente, i regolamenti comunali di vario genere, da moltiplicarsi per …
Caro direttore, in tempi di promesse elettorali si torna a parlare dei permessi edilizi, tra chi dice che non servono, "bastano i controlli dopo!", e chi ritiene che siano troppo facili, regolati ad hoc per i palazzinari. Lo sconcerto di chi fa il mestiere di architetto, leggendo tutti i programmi elettorali, deriva dalla percezione della profonda ignoranza della situazione reale.
In una ricerca semplice sul database delle leggi nazionali Normattiva, si può scoprire con raccapriccio che esistono ben 246 atti normativi che hanno la parola "edilizia" nel titolo, che diventano 2.069 se "edilizia" sta almeno nel testo. "Urbanistica" sta nel titolo di 22 leggi o regolamenti nazionali e nel testo di ben 915. Naturalmente da queste sono escluse quelle regionali: ad esempio in Lombardia alla parola edilizia corrispondono 201 atti, in Emilia Romagna 117. A cui aggiungere, naturalmente, i regolamenti comunali di vario genere, da moltiplicarsi per gli oltre ottomila Comuni. Questo è il contesto in cui si muove (malissimo) il permesso edilizio, per cui la Banca Mondiale ci mette dopo il centesimo posto nel ranking specifico.
Effetti diretti e perversi di questa Babele normativa sono stati: aver creato le condizioni per la corruzione, distolto lo sguardo dall'abusivismo, trasformato gli uffici tecnici pubblici in verificatori di carte e non di progetti e, di conseguenza, creato progettisti a loro volta sempre più esperti in burocrazia e sempre meno in architettura. I diversi governi, che si sono avvicendati negli ultimi decenni, con il valido aiuto dei governi regionali, hanno fatto di tutto per peggiorare la situazione continuando a modificare, integrare, complicare.
Quando si è arrivati allo stallo totale, ecco l'arrocco, ovvero l'autocertificazione: Dia, Scia, Cial e altri acronimi da servizi segreti, che hanno spostato l'onere del caos normativo dalla pubblica amministrazione a chi progetta, con tanto di ripetute minacce penali sui moduli da 40 pagine da compilare.
Prima si autocertificava solo per i piccoli interventi interni, poi per costruire interi palazzi, cosicché il potere pubblico ha abdicato a ogni controllo preventivo sulla qualità dello spazio pubblico, di cui l'architettura è responsabile. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Ognuno dei programmi elettorali in campo dichiara l'urgenza della rigenerazione urbana e della riqualificazione del patrimonio edilizio che è in condizioni drammatiche, da realizzarsi nei prossimi anni secondo principi di sostenibilità ambientale, risparmio energetico e smettendo di consumare suolo. Realizzare tutto ciò in queste condizioni più che una pia illusione è una presa in giro. Per farlo davvero servirebbe buttare via tutto e avere una (n. 1!) legge urbanistica, una edilizia e una sul paesaggio, tutte con le dovute declinazioni locali, purché siano geografiche, culturali e sociali non inutilmente amministrative.
Servirebbe stabilire standard minimi di sicurezza e salute per le opere minori, da autocertificare e sulle quali fare controlli seri anziché promettere inquisizioni giudiziali intasando le Procure. I progetti delle opere maggiori dovrebbero invece essere discussi seriamente con le amministrazioni pubbliche, perché rilascino permessi in tempi certi, confrontandosi sui progetti non su astruse verifiche dalle quali Alan Turing uscirebbe sicuramente sconfitto. Il tutto perseguendo per le nostre città obiettivi di innovazione, ecologia, digitalizzazione, accessibilità universale e riuso. Magari bellezza.
*L'autore è architetto e presidente della Fondazione Riuso
In una ricerca semplice sul database delle leggi nazionali Normattiva, si può scoprire con raccapriccio che esistono ben 246 atti normativi che hanno la parola "edilizia" nel titolo, che diventano 2.069 se "edilizia" sta almeno nel testo. "Urbanistica" sta nel titolo di 22 leggi o regolamenti nazionali e nel testo di ben 915. Naturalmente da queste sono escluse quelle regionali: ad esempio in Lombardia alla parola edilizia corrispondono 201 atti, in Emilia Romagna 117. A cui aggiungere, naturalmente, i regolamenti comunali di vario genere, da moltiplicarsi per gli oltre ottomila Comuni. Questo è il contesto in cui si muove (malissimo) il permesso edilizio, per cui la Banca Mondiale ci mette dopo il centesimo posto nel ranking specifico.
Effetti diretti e perversi di questa Babele normativa sono stati: aver creato le condizioni per la corruzione, distolto lo sguardo dall'abusivismo, trasformato gli uffici tecnici pubblici in verificatori di carte e non di progetti e, di conseguenza, creato progettisti a loro volta sempre più esperti in burocrazia e sempre meno in architettura. I diversi governi, che si sono avvicendati negli ultimi decenni, con il valido aiuto dei governi regionali, hanno fatto di tutto per peggiorare la situazione continuando a modificare, integrare, complicare.
Quando si è arrivati allo stallo totale, ecco l'arrocco, ovvero l'autocertificazione: Dia, Scia, Cial e altri acronimi da servizi segreti, che hanno spostato l'onere del caos normativo dalla pubblica amministrazione a chi progetta, con tanto di ripetute minacce penali sui moduli da 40 pagine da compilare.
Prima si autocertificava solo per i piccoli interventi interni, poi per costruire interi palazzi, cosicché il potere pubblico ha abdicato a ogni controllo preventivo sulla qualità dello spazio pubblico, di cui l'architettura è responsabile. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Ognuno dei programmi elettorali in campo dichiara l'urgenza della rigenerazione urbana e della riqualificazione del patrimonio edilizio che è in condizioni drammatiche, da realizzarsi nei prossimi anni secondo principi di sostenibilità ambientale, risparmio energetico e smettendo di consumare suolo. Realizzare tutto ciò in queste condizioni più che una pia illusione è una presa in giro. Per farlo davvero servirebbe buttare via tutto e avere una (n. 1!) legge urbanistica, una edilizia e una sul paesaggio, tutte con le dovute declinazioni locali, purché siano geografiche, culturali e sociali non inutilmente amministrative.
Servirebbe stabilire standard minimi di sicurezza e salute per le opere minori, da autocertificare e sulle quali fare controlli seri anziché promettere inquisizioni giudiziali intasando le Procure. I progetti delle opere maggiori dovrebbero invece essere discussi seriamente con le amministrazioni pubbliche, perché rilascino permessi in tempi certi, confrontandosi sui progetti non su astruse verifiche dalle quali Alan Turing uscirebbe sicuramente sconfitto. Il tutto perseguendo per le nostre città obiettivi di innovazione, ecologia, digitalizzazione, accessibilità universale e riuso. Magari bellezza.
*L'autore è architetto e presidente della Fondazione Riuso