Se la mafia teme i cronisti
Gianluca Di Feo, di GIANLUCA DI FEO
Al quartiere Libertà il capo è Lorenzo Caldarola. Pure adesso che è in carcere, il capo è sempre lui" . Le vecchie dichiarazioni di una pentita fanno capire lo spessore del boss della criminalità barese. Arrestato nel 2001, ha scontato quattordici anni ed è stato accolto al suo ritorno a casa da una festa popolare, con tanto di fuochi d'artificio. Poi nella scorsa primavera è tornato in cella, con una nuova accusa di associazione mafiosa. In prigione anche il figlio maggiore Francesco: è stato condannato per l'omicidio di un giovane albanese, colpevole di avere dato un ceffone al fratello minore Ivan. Il quale ha una sentenza per rapina e un'imputazione per violenza sessuale collezionate prima della maggiore età: è stato invece appena assolto da un'accusa per droga, annunciando agli amici su Facebook la sua scarcerazione.
Questa premessa serve per inquadrare cosa è accaduto ieri pomerigg…
Questa premessa serve per inquadrare cosa è accaduto ieri pomerigg…
Al quartiere Libertà il capo è Lorenzo Caldarola. Pure adesso che è in carcere, il capo è sempre lui" . Le vecchie dichiarazioni di una pentita fanno capire lo spessore del boss della criminalità barese. Arrestato nel 2001, ha scontato quattordici anni ed è stato accolto al suo ritorno a casa da una festa popolare, con tanto di fuochi d'artificio. Poi nella scorsa primavera è tornato in cella, con una nuova accusa di associazione mafiosa. In prigione anche il figlio maggiore Francesco: è stato condannato per l'omicidio di un giovane albanese, colpevole di avere dato un ceffone al fratello minore Ivan. Il quale ha una sentenza per rapina e un'imputazione per violenza sessuale collezionate prima della maggiore età: è stato invece appena assolto da un'accusa per droga, annunciando agli amici su Facebook la sua scarcerazione.
Questa premessa serve per inquadrare cosa è accaduto ieri pomeriggio nel quartiere barese, dove si era appena tenuta una manifestazione di Libera con don Ciotti. Mariagrazia Mazzola, giornalista del Tg1, si è presentata nella casa di Lorenzo Caldarola e ha chiesto di parlare con la moglie del boss. Ma la donna ha risposto alle domande con uno schiaffo pesante, di quelli che lasciano il segno. "Ho fatto il mio dovere di cronaca. Non sono stata insistente, sono stata anglosassone, perché sono sempre rispettosa: ma mi ha aggredita" , ha dichiarato la giornalista. Immediata la solidarietà dei vertici Rai, di tutte le associazioni sindacali e degli esponenti di molti partiti.
Resta un problema. Nonostante gli arresti, le mafie continuano a sentirsi padrone di pezzi del territorio. Lo fanno con la violenza ma anche coltivando il consenso del " loro" popolo, radice principale del loro potere che ha la necessità di venire pubblicamente riconosciuto. E che solo l'informazione riesce a incrinare. In tutta Italia le ultime leve del crimine hanno capito che la stampa è una minaccia, perché può spaccare la loro immagine vincente. Quello che è accaduto pochi mesi fa a Ostia quando Roberto Spada ha risposto con una capocciata alle domande dell'inviato di Nemo Daniele Piervincenzi.
Nel nostro Paese venti giornalisti vivono sotto scorta: un primato che non ha pari in Europa e in tutto il mondo occidentale. Nel 2017 l'associazione "Ossigeno per l'informazione" ha censito intimidazioni, minacce, abusi, ritorsioni nei confronti di 423 tra cronisti, blogger, fotoreporter e video operatori. Una lista che continua a crescere, anno dopo anno. Sono dati che devono fare riflettere: se la libertà di informazione è il termometro di una democrazia, allora tanti nel nostro Paese non si riconoscono in questo valore. Una considerazione che non riguarda soltanto i boss, monopolisti della violenza, ma che spesso trova eco anche nelle parole avventate di tanti politici.
Questa premessa serve per inquadrare cosa è accaduto ieri pomeriggio nel quartiere barese, dove si era appena tenuta una manifestazione di Libera con don Ciotti. Mariagrazia Mazzola, giornalista del Tg1, si è presentata nella casa di Lorenzo Caldarola e ha chiesto di parlare con la moglie del boss. Ma la donna ha risposto alle domande con uno schiaffo pesante, di quelli che lasciano il segno. "Ho fatto il mio dovere di cronaca. Non sono stata insistente, sono stata anglosassone, perché sono sempre rispettosa: ma mi ha aggredita" , ha dichiarato la giornalista. Immediata la solidarietà dei vertici Rai, di tutte le associazioni sindacali e degli esponenti di molti partiti.
Resta un problema. Nonostante gli arresti, le mafie continuano a sentirsi padrone di pezzi del territorio. Lo fanno con la violenza ma anche coltivando il consenso del " loro" popolo, radice principale del loro potere che ha la necessità di venire pubblicamente riconosciuto. E che solo l'informazione riesce a incrinare. In tutta Italia le ultime leve del crimine hanno capito che la stampa è una minaccia, perché può spaccare la loro immagine vincente. Quello che è accaduto pochi mesi fa a Ostia quando Roberto Spada ha risposto con una capocciata alle domande dell'inviato di Nemo Daniele Piervincenzi.
Nel nostro Paese venti giornalisti vivono sotto scorta: un primato che non ha pari in Europa e in tutto il mondo occidentale. Nel 2017 l'associazione "Ossigeno per l'informazione" ha censito intimidazioni, minacce, abusi, ritorsioni nei confronti di 423 tra cronisti, blogger, fotoreporter e video operatori. Una lista che continua a crescere, anno dopo anno. Sono dati che devono fare riflettere: se la libertà di informazione è il termometro di una democrazia, allora tanti nel nostro Paese non si riconoscono in questo valore. Una considerazione che non riguarda soltanto i boss, monopolisti della violenza, ma che spesso trova eco anche nelle parole avventate di tanti politici.