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Ode a Favino, bardo in tv

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Vederlo recitare Koltès davanti a 11 milioni di italiani è stata la versione moderna delle feste della polis greca 
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Alleluia, alleluia. Favino osò recitare Koltès davanti a undici milioni di italiani, e fu uno shock nazionale. Diranno i posteri: in data 11 febbraio 2018 - in piena finale di Sanremo - l'Italia apprese con sorpresa che il teatro non era sinonimo né di narcosi né di sabba fra invasati, né di stantio rito borghese né di briscola intellettuale fra anime elette. Accidenti, ragazzi, che capogiro. È una scoperta che fa tutt'uno con quella del bosone di Higgs, e per arrivarci non è servito nemmeno scomodare il Cern di Ginevra, sono bastati pochi minuti di un bravo attore su una sedia. A pensarci bene, però, una ragione dovrà pur esserci se questa moda del recitare resiste sul pianeta terra da qualche tempo, perfino più del Festival di Sanremo, tanto che un certo signor Eschilo buttava giù tragedie un paio d'attimi prima che al Casinò cantasse Nilla Pizzi. Pare addirittura che l'Atene d…
Alleluia, alleluia. Favino osò recitare Koltès davanti a undici milioni di italiani, e fu uno shock nazionale. Diranno i posteri: in data 11 febbraio 2018 - in piena finale di Sanremo - l'Italia apprese con sorpresa che il teatro non era sinonimo né di narcosi né di sabba fra invasati, né di stantio rito borghese né di briscola intellettuale fra anime elette. Accidenti, ragazzi, che capogiro. È una scoperta che fa tutt'uno con quella del bosone di Higgs, e per arrivarci non è servito nemmeno scomodare il Cern di Ginevra, sono bastati pochi minuti di un bravo attore su una sedia. A pensarci bene, però, una ragione dovrà pur esserci se questa moda del recitare resiste sul pianeta terra da qualche tempo, perfino più del Festival di Sanremo, tanto che un certo signor Eschilo buttava giù tragedie un paio d'attimi prima che al Casinò cantasse Nilla Pizzi. Pare addirittura che l'Atene di Pericle si ritrovasse tutta quanta seduta sugli spalti del teatro, senza distinzione di ceto o di cultura, e che lo Stato risarcisse ai meno abbienti l'astensione dal lavoro: un'intera comunità riunita in occasione di un evento, con percentuali di share da surclassare re Mida Baglioni. Ebbene sì: il teatro nasce come il momento più alto di aggregazione di un popolo, uno di quei passaggi in cui la partecipazione si fa condivisione di un comune rito laico, specchio della comunità.

È in fondo quello che accade oggi in Italia coi gladioli canterini di Sanremo, o negli Usa con il Super Bowl, capace di inchiodare novanta milioni di spettatori dal Texas al New England. E proprio guardando al Super Bowl, come scordare - nell'edizione di sedici anni fa - il brivido degli U2 che intonano il loro omaggio a Martin Luther King mentre scorrono i nomi delle vittime di Ground Zero? Fu un sublime memoriale, che traeva la sua forza dall'essere elevato proprio lì, nel cuore del massimo ascolto dell'Halftime, laddove si celebra l'unione catodica del popolo americano. Questo è accaduto, a mio vedere, sabato sera, nell'equivalente tempio italiano dell'Ariston: la narrazione di Favino è stata la versione aggiornata delle parabasi nelle antiche feste Lenee, ovvero quell'istante altamente civico in cui la polis riunita accettava di guardarsi dentro, delegando all'attore la biopsia spietata (e dunque realmente poetica) della propria cancrena. Per quanto vi lasci allibiti: dove diamine sta la sorpresa? Questo è il teatro, gente, questo è il suo valore, questo è il suo antichissimo e innegabile ruolo nell'ingranaggio della tribù umana, di cui facciamo parte tutti compresi analfabeti e dozzinali.

Si racconta che nel 1825, quando il grande attore Edmund Kean andò in scena in Canada, egli si trovò fra gli spettatori degli attoniti indiani Uroni, e questi rimasero talmente colpiti dal suo mestiere che lo nominarono capotribù. Ora, quello che mi ha sempre divertito è che gli Uroni venivano così chiamati dal modo sprezzante con cui gli invasori francesi li bollavano come bifolchi. Ebbene: i bifolchi avevano capito tutto. Ed è naturale che sia così, perché il teatro vero è quello di un certo Shakespeare, nelle cui platee non mancavano tangheri e straccioni per un penny a biglietto. Ecco, piaccia o no, l'udienza sanremese è un po' come il Globe: una marea assortita, onnicomprensiva, con pezzenti, nababbi, laureati e trogloditi. Su tutti questi, però, il teatro ha fatto centro, riconquistandosi il podio che gli spetta fra tutti i generi espressivi. Altro che nicchia, altro che cerchie ristrette e patentate.

Giuro che qualche mastino delle Muse avrà già tuonato contro la barbarie di un Koltès nella contea di Al Bano: tutto già visto, tutto già sentito, tutto francamente ignorabile perché risponde a un istinto possessivo e autolesionista che talvolta i teatranti si concedono con gioia, salvo poi lamentarsi dell'incomprensione del loro linguaggio nel corpo sociale. Quel che è vero è che ce n'era bisogno, Dio sa quanto. Per cui credo che sabato sera, facendo zapping, Dioniso si sia concesso sull'Olimpo una coppa d'idromele. E allora grazie, Pierfrancesco. Te lo dico da persona che il teatro lo ama con tutto se stesso, più che ogni altra cosa al mondo. Anzi: proprio per questo.