Se non conta solo l'età
Chiara Saraceno, di CHIARA SARACENO
L’età di accesso alla pensione è sempre stata, in Italia almeno, insieme un oggetto di scambio politico e di creazione di privilegi diversi, anche opposti, per categorie professionali diverse. Accanto alle baby-pensioni che hanno consentito a molte donne nel settore pubblico, purché sposate e con figli, di andare in pensione a una età che oggi sarebbe considerata quasi giovanile, magistrati, professori universitari di prima fascia, dirigenti ospedalieri hanno goduto del privilegio di poter andare in pensione a settant’anni. Un privilegio, non un obbligo, che mantengono tuttora, anche dopo le diverse riforme del sistema pensionistico, anche se i professori universitari hanno perso quello aggiuntivo di poter rimanere al loro posto, se lo desideravano, per ulteriori cinque anni.
Poter andare in pensione tardi è stato, e in certa misura ancora è, un privilegio di status professionale fortemente difeso. Del resto, i liberi professionis…
Poter andare in pensione tardi è stato, e in certa misura ancora è, un privilegio di status professionale fortemente difeso. Del resto, i liberi professionis…
L’età di accesso alla pensione è sempre stata, in Italia almeno, insieme un oggetto di scambio politico e di creazione di privilegi diversi, anche opposti, per categorie professionali diverse. Accanto alle baby-pensioni che hanno consentito a molte donne nel settore pubblico, purché sposate e con figli, di andare in pensione a una età che oggi sarebbe considerata quasi giovanile, magistrati, professori universitari di prima fascia, dirigenti ospedalieri hanno goduto del privilegio di poter andare in pensione a settant’anni. Un privilegio, non un obbligo, che mantengono tuttora, anche dopo le diverse riforme del sistema pensionistico, anche se i professori universitari hanno perso quello aggiuntivo di poter rimanere al loro posto, se lo desideravano, per ulteriori cinque anni.
Poter andare in pensione tardi è stato, e in certa misura ancora è, un privilegio di status professionale fortemente difeso. Del resto, i liberi professionisti non hanno un’età vincolante in cui devono ritirarsi dall’attività. E anche artigiani e commercianti spesso continuano a lavorare oltre l’età in cui potrebbero andare in pensione, non solo e sempre per necessità economica. Anche tra i lavoratori dipendenti di ogni livello e qualifica, accanto a chi ha attivato tutti i meccanismi possibili che consentivano (e in parte tuttora consentono) di andare in pensione prima del raggiungimento dei limiti di età, vi era ed è chi (specie tra gli uomini), viceversa, ha vissuto e vive l’entrata in pensione come un passaggio di vita fortemente destabilizzante anche sul piano dell’identità personale. Al punto che si è spesso discusso sulla necessità di preparare i pensionandi a questa transizione. Perché il lavoro non è solo fatica, ma costruisce relazioni e contribuisce a dare forma alla propria identità. È vero non solo per le professioni prestigiose, ma per tutte, nella misura in cui vengano svolte in condizioni dignitose, dal punto di vista sia economico, sia del riconoscimento sociale, sia della fattibilità per chi le svolge.
Eppure, sia in passato che nell’attuale dibattito sulla opportunità o meno di mantenere la riforma Fornero, la discussione continua a rimanere concentrata sull’età alla pensione, sui requisiti minimi e massimi, sulle possibili eccezioni, sulla sostenibilità finanziaria del sistema. Tutti temi importantissimi, che tuttavia ignorano la questione di come rendere sostenibile rimanere al lavoro anche in età molto matura modificando le condizioni di lavoro con l’avanzare dell’età. Come se il lavoro fosse pressoché solo un male necessario da cui liberarsi il più presto possibile, o viceversa da prolungare indefinitamente a vantaggio dei conti pubblici.
Se è vero che non è possibile continuare a fare alcuni lavori anche in età anziana, vuoi perché troppo rischioso, vuoi perché il rendimento è inferiore, invece dell’alternativa secca tra continuare nello stesso lavoro o cercare di andare in pensione, bisognerebbe incominciare a pensare a curricula lavorativi che tengano conto dell’età. Un muratore sessantenne è meglio che non stia sulle impalcature, ma potrebbe utilmente essere utilizzato, anche con un’adeguata formazione e aggiornamento, nella piccola manutenzione di edifici pubblici e privati. La crescente automazione delle fabbriche potrebbe essere utilizzata, oltre che per ridurre i lavori usuranti, anche per diversificare le mansioni a seconda della forza fisica e dell’età. Un’insegnante troppo stanca e anziana per continuare a insegnare a bambini piccoli potrebbe essere utilizzata per la biblioteca scolastica e per la preparazione di materiali didattici, oltre che per la supervisione dei tirocini. Infermieri troppo anziani per poter essere impiegati nello spostare i malati e provvedere alla loro igiene, possono essere utilizzati nei lavori di front office, e così via. Ciò implica un’organizzazione del lavoro e una gestione del personale che tengano conto della diversificazione della forza lavoro (anche questo è diversity management). Se venisse offerta la possibilità di cambiare mansione, magari anche con una riduzione dell’orario di lavoro, forse molti non aspetterebbero la pensione come una liberazione da ottenere il prima possibile.
Poter andare in pensione tardi è stato, e in certa misura ancora è, un privilegio di status professionale fortemente difeso. Del resto, i liberi professionisti non hanno un’età vincolante in cui devono ritirarsi dall’attività. E anche artigiani e commercianti spesso continuano a lavorare oltre l’età in cui potrebbero andare in pensione, non solo e sempre per necessità economica. Anche tra i lavoratori dipendenti di ogni livello e qualifica, accanto a chi ha attivato tutti i meccanismi possibili che consentivano (e in parte tuttora consentono) di andare in pensione prima del raggiungimento dei limiti di età, vi era ed è chi (specie tra gli uomini), viceversa, ha vissuto e vive l’entrata in pensione come un passaggio di vita fortemente destabilizzante anche sul piano dell’identità personale. Al punto che si è spesso discusso sulla necessità di preparare i pensionandi a questa transizione. Perché il lavoro non è solo fatica, ma costruisce relazioni e contribuisce a dare forma alla propria identità. È vero non solo per le professioni prestigiose, ma per tutte, nella misura in cui vengano svolte in condizioni dignitose, dal punto di vista sia economico, sia del riconoscimento sociale, sia della fattibilità per chi le svolge.
Eppure, sia in passato che nell’attuale dibattito sulla opportunità o meno di mantenere la riforma Fornero, la discussione continua a rimanere concentrata sull’età alla pensione, sui requisiti minimi e massimi, sulle possibili eccezioni, sulla sostenibilità finanziaria del sistema. Tutti temi importantissimi, che tuttavia ignorano la questione di come rendere sostenibile rimanere al lavoro anche in età molto matura modificando le condizioni di lavoro con l’avanzare dell’età. Come se il lavoro fosse pressoché solo un male necessario da cui liberarsi il più presto possibile, o viceversa da prolungare indefinitamente a vantaggio dei conti pubblici.
Se è vero che non è possibile continuare a fare alcuni lavori anche in età anziana, vuoi perché troppo rischioso, vuoi perché il rendimento è inferiore, invece dell’alternativa secca tra continuare nello stesso lavoro o cercare di andare in pensione, bisognerebbe incominciare a pensare a curricula lavorativi che tengano conto dell’età. Un muratore sessantenne è meglio che non stia sulle impalcature, ma potrebbe utilmente essere utilizzato, anche con un’adeguata formazione e aggiornamento, nella piccola manutenzione di edifici pubblici e privati. La crescente automazione delle fabbriche potrebbe essere utilizzata, oltre che per ridurre i lavori usuranti, anche per diversificare le mansioni a seconda della forza fisica e dell’età. Un’insegnante troppo stanca e anziana per continuare a insegnare a bambini piccoli potrebbe essere utilizzata per la biblioteca scolastica e per la preparazione di materiali didattici, oltre che per la supervisione dei tirocini. Infermieri troppo anziani per poter essere impiegati nello spostare i malati e provvedere alla loro igiene, possono essere utilizzati nei lavori di front office, e così via. Ciò implica un’organizzazione del lavoro e una gestione del personale che tengano conto della diversificazione della forza lavoro (anche questo è diversity management). Se venisse offerta la possibilità di cambiare mansione, magari anche con una riduzione dell’orario di lavoro, forse molti non aspetterebbero la pensione come una liberazione da ottenere il prima possibile.