Se la par condicio non vale sul web
Andrea Iannuzzi, di ANDREA IANNUZZI
La decisione di Mediaset di trasmettere solo online l'inchiesta delle Iene sui rimborsi del movimento 5 stelle, aggirando la legge sulla par condicio che vale per le trasmissioni televisive, smonta una volta per tutte il grande equivoco costruito intorno a "Internet": l'idea che il web sia un medium, alla stregua di giornali, radio, televisione. In realtà la rete è un'infrastruttura tecnologica e come tale le uniche "pari condizioni" che merita di vedere garantite sono quelle legate al diritto di accesso (tema noto anche come net neutrality). Oggi, milioni di persone guardano la tv in streaming - anche gli stessi programmi che il loro vicino guarda attraverso un decoder, un'antenna o una parabola - sfruttando la connessione dati della rete invece delle altre tecnologie. Se dunque si volesse fare un paragone in linea con i tempi, sarebbe come dire che l'Agcom ha regolamentato solo le trasmissioni in digitale terrestre, escludendo da…
La decisione di Mediaset di trasmettere solo online l'inchiesta delle Iene sui rimborsi del movimento 5 stelle, aggirando la legge sulla par condicio che vale per le trasmissioni televisive, smonta una volta per tutte il grande equivoco costruito intorno a "Internet": l'idea che il web sia un medium, alla stregua di giornali, radio, televisione. In realtà la rete è un'infrastruttura tecnologica e come tale le uniche "pari condizioni" che merita di vedere garantite sono quelle legate al diritto di accesso (tema noto anche come net neutrality). Oggi, milioni di persone guardano la tv in streaming - anche gli stessi programmi che il loro vicino guarda attraverso un decoder, un'antenna o una parabola - sfruttando la connessione dati della rete invece delle altre tecnologie. Se dunque si volesse fare un paragone in linea con i tempi, sarebbe come dire che l'Agcom ha regolamentato solo le trasmissioni in digitale terrestre, escludendo dalla normativa la tv satellitare.
Questo è uno dei limiti principali per il legislatore quando cerca di intervenire in un settore come quello delle comunicazioni, cristallizzandolo in un determinato momento (la legge è del 2000, antecedente alla rivoluzione del web 2.0, emanata in un contesto politico particolare che tutti conoscono) senza poter adeguare i testi alla continua e rapida evoluzione tecnologica. La legge italiana sulla stampa ne è un esempio e i tentativi di estenderla sic et simpliciter al "web" si sono rivelati fallimentari, per un semplice motivo: non si possono applicare le regole del mondo analogico a quello digitale. Ora ci troviamo dunque di fronte al paradosso del servizio delle Iene (ironia della sorte, che proprio i 5 stelle vengano penalizzati da un uso scaltro della comunicazione in rete suona come una nemesi) che ognuno può tranquillamente vedere sul proprio smartphone, pc, smart tv da 50 pollici, purché non venga trasmesso dai canali "broadcast". E lo potrà condividere sui social, cercare su Google, rivedere in ogni istante.
Non serve dilungarsi oltre per arrivare alla conclusione che questa legge è anacronistica e inadeguata, anche perché - nel caso specifico - non siamo di fronte a messaggi di propaganda elettorale, ma a un'inchiesta giornalistica che ha l'unico problema di essere stata prodotta da una trasmissione che non sta sotto testata: un cavillo assurdo, perché le notizie non si dovrebbero censurare mai, men che meno in campagna elettorale. Va detto che l'Agcom ha tentato di correre ai ripari nei confronti di Internet, ma lo ha fatto in zona Cesarini e limitandosi a dare delle vaghe indicazioni per le piattaforme come Google e Facebook, in termini di trasparenza dei messaggi di propaganda, di vigilanza sui contenuti offensivi e diffamatori, di impegno sul fact checking. L'impotenza dell'Autorità è tutta contenuta nella "moral suasion" - ché altro non potrebbe essere - relativa al silenzio elettorale sui social media: un invito ("sarebbe auspicabile") a non usare i social alla vigilia e nel giorno del voto che può valere solo come gentlemen agreement. Perché nell'era della disintermediazione nessuna legge può impedire a un candidato di farsi un selfie su Instagram sabato 3 marzo e condividerlo con milioni di follower, con buona pace della par condicio.
Questo è uno dei limiti principali per il legislatore quando cerca di intervenire in un settore come quello delle comunicazioni, cristallizzandolo in un determinato momento (la legge è del 2000, antecedente alla rivoluzione del web 2.0, emanata in un contesto politico particolare che tutti conoscono) senza poter adeguare i testi alla continua e rapida evoluzione tecnologica. La legge italiana sulla stampa ne è un esempio e i tentativi di estenderla sic et simpliciter al "web" si sono rivelati fallimentari, per un semplice motivo: non si possono applicare le regole del mondo analogico a quello digitale. Ora ci troviamo dunque di fronte al paradosso del servizio delle Iene (ironia della sorte, che proprio i 5 stelle vengano penalizzati da un uso scaltro della comunicazione in rete suona come una nemesi) che ognuno può tranquillamente vedere sul proprio smartphone, pc, smart tv da 50 pollici, purché non venga trasmesso dai canali "broadcast". E lo potrà condividere sui social, cercare su Google, rivedere in ogni istante.
Non serve dilungarsi oltre per arrivare alla conclusione che questa legge è anacronistica e inadeguata, anche perché - nel caso specifico - non siamo di fronte a messaggi di propaganda elettorale, ma a un'inchiesta giornalistica che ha l'unico problema di essere stata prodotta da una trasmissione che non sta sotto testata: un cavillo assurdo, perché le notizie non si dovrebbero censurare mai, men che meno in campagna elettorale. Va detto che l'Agcom ha tentato di correre ai ripari nei confronti di Internet, ma lo ha fatto in zona Cesarini e limitandosi a dare delle vaghe indicazioni per le piattaforme come Google e Facebook, in termini di trasparenza dei messaggi di propaganda, di vigilanza sui contenuti offensivi e diffamatori, di impegno sul fact checking. L'impotenza dell'Autorità è tutta contenuta nella "moral suasion" - ché altro non potrebbe essere - relativa al silenzio elettorale sui social media: un invito ("sarebbe auspicabile") a non usare i social alla vigilia e nel giorno del voto che può valere solo come gentlemen agreement. Perché nell'era della disintermediazione nessuna legge può impedire a un candidato di farsi un selfie su Instagram sabato 3 marzo e condividerlo con milioni di follower, con buona pace della par condicio.