✕

A chi non piace il gigante Facebook

2 minuti di lettura
Al coro di accuse contro Facebook si è aggiunto George Soros. La sua requisitoria merita attenzione. S'intitola "la minaccia dei social media alla nostra sicurezza e alla nostra società". Stanno distruggendo la democrazia, un pezzo alla volta; e ricostruirla non sarà facile. Vanno a nozze coi dittatori. Saccheggiano la nostra attenzione, la nostra libertà di giudizio, la nostra autonomia di cittadini. Soros non è un estremista: è un imprenditore che ha creato una fortuna tra le più vaste del mondo. La sua cultura politica affonda le radici nella fuga dall'Ungheria natale invasa dai nazisti (quelli degli anni Trenta, s'intende). Alla London School of Economics ebbe come maestro Karl Popper, il filosofo della "società aperta".

Soros fa sua una robusta corrente di pensiero critico verso i social media, che hanno i loro detrattori più autorevoli nel cuore della Silicon Valley: più li con…
Al coro di accuse contro Facebook si è aggiunto George Soros. La sua requisitoria merita attenzione. S'intitola "la minaccia dei social media alla nostra sicurezza e alla nostra società". Stanno distruggendo la democrazia, un pezzo alla volta; e ricostruirla non sarà facile. Vanno a nozze coi dittatori. Saccheggiano la nostra attenzione, la nostra libertà di giudizio, la nostra autonomia di cittadini. Soros non è un estremista: è un imprenditore che ha creato una fortuna tra le più vaste del mondo. La sua cultura politica affonda le radici nella fuga dall'Ungheria natale invasa dai nazisti (quelli degli anni Trenta, s'intende). Alla London School of Economics ebbe come maestro Karl Popper, il filosofo della "società aperta".

Soros fa sua una robusta corrente di pensiero critico verso i social media, che hanno i loro detrattori più autorevoli nel cuore della Silicon Valley: più li conosci da vicino, più li temi. Sono voci che abbiamo spesso ospitato su queste colonne, per contrastare i beati babbei del feticismo tecnologico, gli adoratori acritici dei Padroni della Rete, che li esaltano in nome di un modernismo subalterno. Oggi perfino la rivista che fu il Vangelo della Silicon Valley, il magazine Wired di San Francisco, mette in copertina un Mark Zuckerberg malconcio, pesto e incerottato, come metafora dell'ondata di critiche verso il fondatore del social media: divenuto l'alleato oggettivo di Vladimir Putin, delle fake news che inquinano le libere elezioni nei Paesi democratici. (Mentre a Mosca proprio in questi giorni Instagram, filiale di Facebook, si piega docilmente ai diktat di Putin e oscura i suoi oppositori). Soros riassume l'elenco delle malefatte di Facebook, che si possono estendere con poche varianti agli altri Padroni della Rete cioè Amazon, Google, Apple. Perseguono un potere monopolistico spietato, a danno dei consumatori e dei concorrenti più piccoli. In quanto tali non sono più dei moltiplicatori d'innovazione, bensì la soffocano.

Come i petrolieri succhiano risorse naturali, così i social media saccheggiano a fini privati risorse sociali, a cominciare dalla nostra attenzione. Come i casinò e il business del gioco d'azzardo, i social creano e sfruttano una patologica dipendenza nei loro utenti. E non esitano a praticare il collaborazionismo con i regimi autoritari. Nella Silicon Valley, i cosiddetti "innovatori" hanno ricreato diseguaglianze estreme, un capitalismo nient'affatto migliore del modello di Wall Street o dei padroni del vapore nell'Ottocento. Soros attinge ai suoi studi di filosofia politica liberale citando John Stuart Mill: ci vuole un lungo sforzo per affermare e difendere quella che il pensatore inglese chiamava la libertà della mente. "Una volta perduta, faranno fatica a riconquistarla coloro che crescono nell'odierna età digitale, in cui il potere di controllare e plasmare l'attenzione della gente è concentrato in mano a poche aziende". Il monito è sacrosanto, ma che fare? I segnali di una nuova resistenza alla dittatura digitale si stanno moltiplicando. Vengono da fonti disparate. C'è una multinazionale con una coscienza etica un po' migliore della media, l'anglo-olandese Unilever, che minaccia di cancellare 7 miliardi di investimenti pubblicitari sui social, se non fanno pulizia dell'immondizia dilagante. C'è il più grande giornale del Brasile, Folha de S. Paulo, che stacca la presa dai social perché "il nuovo algoritmo di Facebook premia le notizie false". Si comincia a prendere la misura della minaccia. La resistenza deve organizzarsi prima che si raggiunga il punto di non ritorno.