✕

Usa e Russia, le conseguenze reali della guerra d’informazione

L’inchiesta del procuratore Mueller sui troll dell’Internet Research Agency arriva dopo il Datagate ed è l’ultimo episodio della cyberwar. Ma finora non ci sono evidenze che questa attività abbia influenzato l’esito delle elezioni
2 minuti di lettura
L'esercito delle 13 scimmie informatiche messo in campo dalla Russia fin dal 2014 per influenzare le successive elezioni americane fa dunque parte di quella che il procuratore Robert Mueller III ha definito - nel suo atto d'accusa - la "guerra dell'informazione". Ma l'attività dell'IRA, acronimo di Internet Research Agency che richiama alla mente una guerra ben più sanguinosa e tutt'altro che virtuale, rappresenta solo l'ultima operazione cyber-militare di un conflitto che dura da decenni e vede proprio gli Stati Uniti in prima linea con la propria intelligence, investimenti milionari e risorse tecnologiche.

Senza voler tornare alla preistoria degli anni Ottanta e di Echelon, un anno prima che due troll russe travestite da turiste negli Usa facessero scattare la missione per la quale oggi sono incriminate, l'ex analista e collaboratore della National Security Agency Edward Snowden rivelava al mondo i dettagli del cosiddetto &quo…
L'esercito delle 13 scimmie informatiche messo in campo dalla Russia fin dal 2014 per influenzare le successive elezioni americane fa dunque parte di quella che il procuratore Robert Mueller III ha definito - nel suo atto d'accusa - la "guerra dell'informazione". Ma l'attività dell'IRA, acronimo di Internet Research Agency che richiama alla mente una guerra ben più sanguinosa e tutt'altro che virtuale, rappresenta solo l'ultima operazione cyber-militare di un conflitto che dura da decenni e vede proprio gli Stati Uniti in prima linea con la propria intelligence, investimenti milionari e risorse tecnologiche.

Senza voler tornare alla preistoria degli anni Ottanta e di Echelon, un anno prima che due troll russe travestite da turiste negli Usa facessero scattare la missione per la quale oggi sono incriminate, l'ex analista e collaboratore della National Security Agency Edward Snowden rivelava al mondo i dettagli del cosiddetto "Datagate": il programma di sorveglianza digitale di massa che da anni teneva sotto controllo i dati personali e il traffico internet degli ignari cittadini americani, ma anche la corrispondenza elettronica di capi di Stato stranieri, alleati degli Stati Uniti.

Si trattava, si tratta, della rinuncia più o meno consapevole a parte della nostra privacy e libertà in cambio di una maggiore sicurezza, come hanno sempre sostenuto i difensori della sorveglianza.
Ora però si scopre che una dozzina di persone, coordinate da una regia a distanza, possono agevolmente bucare questo costoso scudo di protezione cibernetica, creando centinaia di account falsi, spacciandosi per americani, diffondendo propaganda molesta, senza che nessuno dei sensori d'allarme preventivi creati dai sistemi di sorveglianza come Prism riesca ad accorgersene. E lo stesso, stando ad autorevoli voci come quella dell'ex vice della Casa Bianca Joe Biden, sarebbe accaduto o potrebbe accadere in numerosi paesi d'Europa, Italia compresa.

L'inchiesta del procuratore Mueller merita di essere seguita con grande attenzione perché promette di portare alla luce le prime prove concrete della cyberwar russa. Ma va detto che fino a oggi, intorno a queste prove, ci sono stati molti più rumori che dati di fatto. Valga per tutti l'esempio del Regno Unito, dove il Parlamento ha chiesto a Facebook di indagare sull'attività dell'Internet Research Agency all'interno della piattaforma social, ma i risultati sono stati vicini allo zero. E anche laddove, come negli Stati Uniti, l'interferenza russa ha lasciato tracce evidenti, la loro efficacia sull'esito delle elezioni è tuttora da dimostrare. Anzi. Pochi giorni fa, sul New York Times, il docente universitario Brendan Nyhan ha presentato i risultati di una ricerca condotta con altri due accademici, in base alla quale l'offensiva di bot (falsi profili automatici di Twitter che simulano attività umane) e fake news influisce in maniera impercettibile sull'esito del voto. Le ragioni sono due: la prima è che la percentuale di elettori raggiunta dalla disinformazione online è stata modesta; la seconda è che i consumatori di quel tipo di messaggi sono in gran parte persone già polarizzate, alle quali nessun troll farà cambiare idea. Ciò non toglie che l'esistenza di brigate della "disinformatia" libere di scorrazzare per le praterie di Internet con false identità e una regia straniera alle spalle rappresenti uno scenario inquietante, sul quale è doveroso indagare.