Le promesse elettorali e le crisi dimenticate
Fabio Bogo, di FABIO BOGO
Gli ultimi sondaggi prima della contesa elettorale del 4 marzo prossimo lo danno per scontato: in base all’esito delle urne nessuna maggioranza sarà possibile, e quindi o si avrà un governo di larghe intese, oppure – come accaduto in Spagna – si continuerà a governare l’ordinaria amministrazione prima di ritornare al voto. Questo scenario ha effetti euforizzanti sui partiti e sulle ultime promesse elettorali. Dal momento che probabilmente nessuno di noi governerà da solo – deve essere il ragionamento dei leader di alcuni schieramenti – possiamo ipotizzare ogni tipo di intervento, potremo poi non mantenerlo e facilmente giustificare la cosa con l’impossibilità tecnica di adempiere alle promesse.
Così in queste settimane abbiamo visto firmare impegni e contratti con gli italiani, e assistere alla cancellazione delle tasse di successione, all’esenzione fiscale delle donazioni, alla sparizione del b…
Così in queste settimane abbiamo visto firmare impegni e contratti con gli italiani, e assistere alla cancellazione delle tasse di successione, all’esenzione fiscale delle donazioni, alla sparizione del b…
Gli ultimi sondaggi prima della contesa elettorale del 4 marzo prossimo lo danno per scontato: in base all’esito delle urne nessuna maggioranza sarà possibile, e quindi o si avrà un governo di larghe intese, oppure – come accaduto in Spagna – si continuerà a governare l’ordinaria amministrazione prima di ritornare al voto. Questo scenario ha effetti euforizzanti sui partiti e sulle ultime promesse elettorali. Dal momento che probabilmente nessuno di noi governerà da solo – deve essere il ragionamento dei leader di alcuni schieramenti – possiamo ipotizzare ogni tipo di intervento, potremo poi non mantenerlo e facilmente giustificare la cosa con l’impossibilità tecnica di adempiere alle promesse.
Così in queste settimane abbiamo visto firmare impegni e contratti con gli italiani, e assistere alla cancellazione delle tasse di successione, all’esenzione fiscale delle donazioni, alla sparizione del bollo auto, all’abolizione di tasse che già sono abolite e all’introduzione di flat tax che fanno felici nel breve periodo tutti i contribuenti, senza dire che il conto lo pagheranno poi con l’allargamento del debito pubblico e l’inevitabile riduzione di servizi pubblici e welfare. Programmi ambiziosi, quelli annunciati, e riforme che ingolosiscono gli elettori. Programmi che evitano alcuni grandi temi industriali che sono invece ancora aperti e che è meglio non toccare per evitare magari di essere impopolari prima delle urne.
È il caso di Alitalia, la cui vendita a un partner straniero slitterà a dopo le elezioni, come ha ammesso infine il governo. Già, ma a quali elezioni, visto che appunto già se ne prospettano di altre, riparatorie delle prime? La ex compagnia di bandiera ha bisogno di scelte finanziarie e di una politica industriale per sopravvivere; ma bisogna aspettare ancora. Anche l’Ilva è un tema scottante, ma per decidere se vincerà la linea che vuole prima il risanamento ambientale o prima il rispetto del contratto con Arcelor-Mittal bisognerà probabilmente attendere il voto. E lo stesso per decidere il destino delle scorie nucleari che la Sogin custodisce ben oltre il tempo stabilito.
Tutti temi che la politica ha evitato di trattare. Come pure ha messo sottotraccia il tema della tutela del risparmio, che a fine 2017 era invece la cosa più urgente da definire, dopo il crac delle popolari venete e delle altre banche finite in risoluzione. La recente commissione di inchiesta parlamentare alla fine si è risolta in un gigantesco ring, sul quale qualcuno le ha prese più forte degli altri. Ma cosa fare per evitare che le crisi si ripetano e come si possano difendere i risparmiatori, evidentemente non è cosa che adesso appassioni i partiti. Il problema è considerato risolto con le risse in commissione.
Così in queste settimane abbiamo visto firmare impegni e contratti con gli italiani, e assistere alla cancellazione delle tasse di successione, all’esenzione fiscale delle donazioni, alla sparizione del bollo auto, all’abolizione di tasse che già sono abolite e all’introduzione di flat tax che fanno felici nel breve periodo tutti i contribuenti, senza dire che il conto lo pagheranno poi con l’allargamento del debito pubblico e l’inevitabile riduzione di servizi pubblici e welfare. Programmi ambiziosi, quelli annunciati, e riforme che ingolosiscono gli elettori. Programmi che evitano alcuni grandi temi industriali che sono invece ancora aperti e che è meglio non toccare per evitare magari di essere impopolari prima delle urne.
È il caso di Alitalia, la cui vendita a un partner straniero slitterà a dopo le elezioni, come ha ammesso infine il governo. Già, ma a quali elezioni, visto che appunto già se ne prospettano di altre, riparatorie delle prime? La ex compagnia di bandiera ha bisogno di scelte finanziarie e di una politica industriale per sopravvivere; ma bisogna aspettare ancora. Anche l’Ilva è un tema scottante, ma per decidere se vincerà la linea che vuole prima il risanamento ambientale o prima il rispetto del contratto con Arcelor-Mittal bisognerà probabilmente attendere il voto. E lo stesso per decidere il destino delle scorie nucleari che la Sogin custodisce ben oltre il tempo stabilito.
Tutti temi che la politica ha evitato di trattare. Come pure ha messo sottotraccia il tema della tutela del risparmio, che a fine 2017 era invece la cosa più urgente da definire, dopo il crac delle popolari venete e delle altre banche finite in risoluzione. La recente commissione di inchiesta parlamentare alla fine si è risolta in un gigantesco ring, sul quale qualcuno le ha prese più forte degli altri. Ma cosa fare per evitare che le crisi si ripetano e come si possano difendere i risparmiatori, evidentemente non è cosa che adesso appassioni i partiti. Il problema è considerato risolto con le risse in commissione.