Caso De Luca, le domande sulla talpa
Stefano Cappellini, di STEFANO CAPPELLINIIn uno Stato di diritto il mezzo è il principio inderogabile. Altrimenti la giustizia diventa un affare fai da te
Per evitare equivoci, mettiamo subito due cose in chiaro. Ha fatto bene a dimettersi Roberto De Luca, assessore a Salerno e figlio del presidente della Regione nonché fratello del candidato alla Camera, Piero. Ha fatto male suo padre a reagire con sguaiatezza all'inchiesta giudiziaria e giornalistica che ha investito la famiglia, anche perché ad alzare i toni del dibattito può succedere che qualcuno alzi le mani sui giornalisti, come è accaduto l'altroieri a una convention del Pd campano, e non è difficile indicare chi in questa sceneggiata finisce a fare la parte del cattivo maestro.
Dimissioni giuste, quelle di De Luca junior, perché di una vicenda non conta solo l'iter giudiziario - tutto da istruire in questo caso - ma anche le questioni di opportunità che solleva. Un politico, al netto dei rilievi penali, deve saper spiegare perché si ritrova al tavolo con un ex camorrista che offre affari su una materia p…
Dimissioni giuste, quelle di De Luca junior, perché di una vicenda non conta solo l'iter giudiziario - tutto da istruire in questo caso - ma anche le questioni di opportunità che solleva. Un politico, al netto dei rilievi penali, deve saper spiegare perché si ritrova al tavolo con un ex camorrista che offre affari su una materia p…
Per evitare equivoci, mettiamo subito due cose in chiaro. Ha fatto bene a dimettersi Roberto De Luca, assessore a Salerno e figlio del presidente della Regione nonché fratello del candidato alla Camera, Piero. Ha fatto male suo padre a reagire con sguaiatezza all'inchiesta giudiziaria e giornalistica che ha investito la famiglia, anche perché ad alzare i toni del dibattito può succedere che qualcuno alzi le mani sui giornalisti, come è accaduto l'altroieri a una convention del Pd campano, e non è difficile indicare chi in questa sceneggiata finisce a fare la parte del cattivo maestro.
Dimissioni giuste, quelle di De Luca junior, perché di una vicenda non conta solo l'iter giudiziario - tutto da istruire in questo caso - ma anche le questioni di opportunità che solleva. Un politico, al netto dei rilievi penali, deve saper spiegare perché si ritrova al tavolo con un ex camorrista che offre affari su una materia peraltro non di pertinenza dell'assessorato, particolare politicamente non secondario: sulla vicenda proietta infatti l'ombra di un conflitto di interessi, data la carica che ricopre in Regione il più anziano dei De Luca's. Fare un passo indietro, per chiarezza e cautela, è insomma obbligatorio.
Altrettanto doveroso è però riflettere bene su tutte le questioni sollevate dall'inchiesta di una Procura della Repubblica che si è incrociata con quella del sito Fanpage. Cosa hanno fatto i giornalisti di Fanpage? Hanno reclutato Nunzio Perrella, un ex camorrista diventato collaboratore di giustizia, e lo hanno mandato in giro a tirare esche di corruzione ai politici locali. La pesca, a giudicare dai video realizzati, non si è rivelata infruttuosa.
Il lavoro dei pm e quello della "talpa" è stata una collaborazione dichiarata e proficua, sostiene il direttore di Fanpage. Forse. Ma aspettiamo ancora che dalla Procura qualcuno confermi questo entusiasmo sulla ibridazione delle soluzioni investigative. In termini tecnici, una figura come quella di Perrella si chiama "agente provocatore". Ci sono magistrati, come Piercamillo Davigo, che ne invocano l'introduzione per legge sul modello dell'Fbi americano - il M5S ha da tempo fatto sua la proposta di Davigo - e altri, come Raffaele Cantone e Nello Rossi, che sono profondamente contrari e ne denunciano rischi e storture. Lasciamo pure aperto il confronto, ma chiediamoci: se già ora vale tutto, chi decide chi e dove spedire una figura del genere? E se ai buoni propositi di una inchiesta giornalistica, quale sicuramente voleva essere quella di Fanpage, si sostituissero altri e meno limpidi fini? Se dalla prossima campagna elettorale si moltiplicassero le "provocazioni" autogestite con criteri insondabili, o comunque non valutabili in tempi utili per rendere giustizia a chi ne è coinvolto, questo non farebbe del nostro Paese una giungla giudiziaria? E infine: ammesso che si dica sì per legge al "provocatore", non dovrebbe essere un magistrato a dirigerne l'operato, magari scegliendolo tra le forze dell'ordine e non tra i pregiudicati, redenti o meno che siano?
La malizia - e talvolta, purtroppo, l'idiozia - che innerva il nostro dibattito pubblico farà sì che questi dubbi possano essere spacciati come garbugli "salvaladri". E non può essere altrimenti, se ormai a troppi sfugge sinceramente la più elementare distinzione tra i concetti di garantismo e innocentismo. Poi si alzerà qualcuno a sostenere che non importa il mezzo, se serve a scoperchiare il malaffare. Invece in uno Stato di diritto il mezzo è tutto, è l'alfa e l'omega, il principio inderogabile se non si vuole che l'esercizio della giustizia diventi un affare fai da te o, peggio, un mezzo di regolamento di conti.
Una inchiesta giornalistica e una penale non si possono mai valutare con i medesimi criteri. Le due cose possono essere correlate, o consequenziali, ma non dovrebbero essere confuse. Chi lo teorizza, seppure in buona fede, fa solo un ultimo sfregio alle regole della convivenza civile. Il pilastro della giustizia è la garanzia della terzietà, non la buona fede.
Dimissioni giuste, quelle di De Luca junior, perché di una vicenda non conta solo l'iter giudiziario - tutto da istruire in questo caso - ma anche le questioni di opportunità che solleva. Un politico, al netto dei rilievi penali, deve saper spiegare perché si ritrova al tavolo con un ex camorrista che offre affari su una materia peraltro non di pertinenza dell'assessorato, particolare politicamente non secondario: sulla vicenda proietta infatti l'ombra di un conflitto di interessi, data la carica che ricopre in Regione il più anziano dei De Luca's. Fare un passo indietro, per chiarezza e cautela, è insomma obbligatorio.
Altrettanto doveroso è però riflettere bene su tutte le questioni sollevate dall'inchiesta di una Procura della Repubblica che si è incrociata con quella del sito Fanpage. Cosa hanno fatto i giornalisti di Fanpage? Hanno reclutato Nunzio Perrella, un ex camorrista diventato collaboratore di giustizia, e lo hanno mandato in giro a tirare esche di corruzione ai politici locali. La pesca, a giudicare dai video realizzati, non si è rivelata infruttuosa.
Il lavoro dei pm e quello della "talpa" è stata una collaborazione dichiarata e proficua, sostiene il direttore di Fanpage. Forse. Ma aspettiamo ancora che dalla Procura qualcuno confermi questo entusiasmo sulla ibridazione delle soluzioni investigative. In termini tecnici, una figura come quella di Perrella si chiama "agente provocatore". Ci sono magistrati, come Piercamillo Davigo, che ne invocano l'introduzione per legge sul modello dell'Fbi americano - il M5S ha da tempo fatto sua la proposta di Davigo - e altri, come Raffaele Cantone e Nello Rossi, che sono profondamente contrari e ne denunciano rischi e storture. Lasciamo pure aperto il confronto, ma chiediamoci: se già ora vale tutto, chi decide chi e dove spedire una figura del genere? E se ai buoni propositi di una inchiesta giornalistica, quale sicuramente voleva essere quella di Fanpage, si sostituissero altri e meno limpidi fini? Se dalla prossima campagna elettorale si moltiplicassero le "provocazioni" autogestite con criteri insondabili, o comunque non valutabili in tempi utili per rendere giustizia a chi ne è coinvolto, questo non farebbe del nostro Paese una giungla giudiziaria? E infine: ammesso che si dica sì per legge al "provocatore", non dovrebbe essere un magistrato a dirigerne l'operato, magari scegliendolo tra le forze dell'ordine e non tra i pregiudicati, redenti o meno che siano?
La malizia - e talvolta, purtroppo, l'idiozia - che innerva il nostro dibattito pubblico farà sì che questi dubbi possano essere spacciati come garbugli "salvaladri". E non può essere altrimenti, se ormai a troppi sfugge sinceramente la più elementare distinzione tra i concetti di garantismo e innocentismo. Poi si alzerà qualcuno a sostenere che non importa il mezzo, se serve a scoperchiare il malaffare. Invece in uno Stato di diritto il mezzo è tutto, è l'alfa e l'omega, il principio inderogabile se non si vuole che l'esercizio della giustizia diventi un affare fai da te o, peggio, un mezzo di regolamento di conti.
Una inchiesta giornalistica e una penale non si possono mai valutare con i medesimi criteri. Le due cose possono essere correlate, o consequenziali, ma non dovrebbero essere confuse. Chi lo teorizza, seppure in buona fede, fa solo un ultimo sfregio alle regole della convivenza civile. Il pilastro della giustizia è la garanzia della terzietà, non la buona fede.