BRUXELLES. Già a novembre, ben prima che si entrasse nel vivo della campagna elettorale, la Commissione europea aveva mandato a Roma una lettera per spiegare che i conti pubblici italiani non erano in ordine. Secondo Bruxelles abbiamo fatto più di un miliardo di deficit in eccesso nel 2017 e ne faremo più di tre nel 2018, nonostante gli sconti che ci sono già stati accordati. Non si tratta di cifre astronomiche. Ma comunque la Commissione ci avverte che a primavera occorrerà «prendere tutte le misure necessarie» per correggere la distorsione.
Se quella lettera, invece che a Roma, l’Europa l’avesse mandata a Babbo Natale, il risultato sarebbe stato lo stesso. Come hanno dimostrato gli studi di Roberto Perotti e Carlo Cottarelli su Repubblica, tutti i partiti italiani sono entrati in campagna elettorale con programmi che comportano aggravi fantascientifici della spesa pubblica, del deficit e del debito. Cinquantasei …
Se quella lettera, invece che a Roma, l’Europa l’avesse mandata a Babbo Natale, il risultato sarebbe stato lo stesso. Come hanno dimostrato gli studi di Roberto Perotti e Carlo Cottarelli su Repubblica, tutti i partiti italiani sono entrati in campagna elettorale con programmi che comportano aggravi fantascientifici della spesa pubblica, del deficit e del debito. Cinquantasei …
BRUXELLES. Già a novembre, ben prima che si entrasse nel vivo della campagna elettorale, la Commissione europea aveva mandato a Roma una lettera per spiegare che i conti pubblici italiani non erano in ordine. Secondo Bruxelles abbiamo fatto più di un miliardo di deficit in eccesso nel 2017 e ne faremo più di tre nel 2018, nonostante gli sconti che ci sono già stati accordati. Non si tratta di cifre astronomiche. Ma comunque la Commissione ci avverte che a primavera occorrerà «prendere tutte le misure necessarie» per correggere la distorsione.
Se quella lettera, invece che a Roma, l’Europa l’avesse mandata a Babbo Natale, il risultato sarebbe stato lo stesso. Come hanno dimostrato gli studi di Roberto Perotti e Carlo Cottarelli su Repubblica, tutti i partiti italiani sono entrati in campagna elettorale con programmi che comportano aggravi fantascientifici della spesa pubblica, del deficit e del debito. Cinquantasei miliardi in conto al Pd. Fino a 310 miliardi per Forza Italia e Lega mentre i Cinquestelle sono a 63 miliardi.
E’ evidente che queste promesse non potranno essere mantenute. Un Paese che già ha un debito pubblico al limite della sostenibilità non può spendere a piacimento soldi che non ha prendendoli a prestito sul mercato. Anche una frazione delle spese annunciate dai partiti in campagna elettorale avrebbe come effetto di mandare alle stelle gli interessi sui nostri buoni del Tesoro riportandoci alla situazione insostenibile creata dall’ultimo governo Berlusconi, quando l’Italia sfiorò l’insolvenza. In un contesto in cui la Bce si accinge a ridurre progressivamente il Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul mercato, il nostro debito è già potenzialmente a rischio. Basterebbero pochi passi nella direzione sbagliata per far precipitare la situazione verso una bancarotta che, almeno a parole, nessuno dice di volere.
E allora come mai i partiti italiani si lanciano in promesse che sanno benissimo di non poter mantenere? Come pensano di evitare l’ira degli elettori che li hanno votati sperando nell’abolizione della legge Fornero, nell’arrivo della flat tax, nel reddito di cittadinanza o nei buoni per i figli a carico, e che non vedranno nulla di tutto questo? La risposta, ovvia quanto deprimente, sta nella letterina di novembre della Commissione: «E’ l’Europa, bellezza», diranno i partiti nel frattempo arrivati al governo. Ben prima di giungere alla bancarotta, all’uscita dall’euro, all’insostenibilità dei nostri mutui e delle nostre pensioni, sarà infatti l’Europa a lanciare gli opportuni segnali di allarme e a chiederci di cambiare rotta, come ha già in parte cominciato a fare. E i partiti italiani potranno mettere in conto a Bruxelles il mancato rispetto delle loro inattuabili promesse elettorali.
Questo messaggio è palesemente falso. L’Europa non ha alcun potere reale sulla gestione dell’economia italiana. Come il codice della strada per il traffico, la Ue ha stabilito un insieme di regole da rispettare per evitare incidenti. Può sanzionare chi le viola, ma non ha le mani sul volante dell’Italia. Se un governo volesse tenere fede alle promesse elettorali e portare il Paese fuori dall’euro, nessuno potrebbe impedirglielo. Dunque, se gli impegni pre-elettorali non saranno rispettati, la colpa non sarà dell’Europa, ma di chi ha fatto promesse che non si possono mantenere.
Questa operazione di scaricabarile della politica italiana, oltre ad essere eticamente disonesta, non è priva di conseguenze. L’Istituto Jacques Delors ha pubblicato giorni fa uno studio su «Gli italiani e l’Europa» in cui analizza i motivi per cui, nell’arco di due decenni, la nostra opinione pubblica è passata dall’essere la più convintamente europeista a risultare la più «eurofrustrata» del Continente. Secondo lo studio, solo il 36 per cento degli italiani considera l’appartenenza alla Ue come una cosa «positiva», contro una media europea vicina al 60 per cento. Se daremo all’Europa anche la colpa del non rispetto degli impegni elettorali, questa percentuale non potrà che abbassarsi.
Ma allo stesso tempo, lo studio fornisce altre informazioni illuminanti. Il 70 per cento degli italiani ritiene «non rinviabile» l’adozione di misure per ridurre deficit e debito. Solo il 36 per cento è soddisfatto dello stato della democrazia nel nostro Paese. Infine solo un risibile 32 per cento crede che il suo voto, a livello nazionale, conti davvero qualcosa. Forse dunque, tutto sommato, gli italiani sono meno sprovveduti di quanto immaginino i partiti che, ingannandoli, ambiscono a rappresentarli.
Se quella lettera, invece che a Roma, l’Europa l’avesse mandata a Babbo Natale, il risultato sarebbe stato lo stesso. Come hanno dimostrato gli studi di Roberto Perotti e Carlo Cottarelli su Repubblica, tutti i partiti italiani sono entrati in campagna elettorale con programmi che comportano aggravi fantascientifici della spesa pubblica, del deficit e del debito. Cinquantasei miliardi in conto al Pd. Fino a 310 miliardi per Forza Italia e Lega mentre i Cinquestelle sono a 63 miliardi.
E’ evidente che queste promesse non potranno essere mantenute. Un Paese che già ha un debito pubblico al limite della sostenibilità non può spendere a piacimento soldi che non ha prendendoli a prestito sul mercato. Anche una frazione delle spese annunciate dai partiti in campagna elettorale avrebbe come effetto di mandare alle stelle gli interessi sui nostri buoni del Tesoro riportandoci alla situazione insostenibile creata dall’ultimo governo Berlusconi, quando l’Italia sfiorò l’insolvenza. In un contesto in cui la Bce si accinge a ridurre progressivamente il Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul mercato, il nostro debito è già potenzialmente a rischio. Basterebbero pochi passi nella direzione sbagliata per far precipitare la situazione verso una bancarotta che, almeno a parole, nessuno dice di volere.
E allora come mai i partiti italiani si lanciano in promesse che sanno benissimo di non poter mantenere? Come pensano di evitare l’ira degli elettori che li hanno votati sperando nell’abolizione della legge Fornero, nell’arrivo della flat tax, nel reddito di cittadinanza o nei buoni per i figli a carico, e che non vedranno nulla di tutto questo? La risposta, ovvia quanto deprimente, sta nella letterina di novembre della Commissione: «E’ l’Europa, bellezza», diranno i partiti nel frattempo arrivati al governo. Ben prima di giungere alla bancarotta, all’uscita dall’euro, all’insostenibilità dei nostri mutui e delle nostre pensioni, sarà infatti l’Europa a lanciare gli opportuni segnali di allarme e a chiederci di cambiare rotta, come ha già in parte cominciato a fare. E i partiti italiani potranno mettere in conto a Bruxelles il mancato rispetto delle loro inattuabili promesse elettorali.
Questo messaggio è palesemente falso. L’Europa non ha alcun potere reale sulla gestione dell’economia italiana. Come il codice della strada per il traffico, la Ue ha stabilito un insieme di regole da rispettare per evitare incidenti. Può sanzionare chi le viola, ma non ha le mani sul volante dell’Italia. Se un governo volesse tenere fede alle promesse elettorali e portare il Paese fuori dall’euro, nessuno potrebbe impedirglielo. Dunque, se gli impegni pre-elettorali non saranno rispettati, la colpa non sarà dell’Europa, ma di chi ha fatto promesse che non si possono mantenere.
Questa operazione di scaricabarile della politica italiana, oltre ad essere eticamente disonesta, non è priva di conseguenze. L’Istituto Jacques Delors ha pubblicato giorni fa uno studio su «Gli italiani e l’Europa» in cui analizza i motivi per cui, nell’arco di due decenni, la nostra opinione pubblica è passata dall’essere la più convintamente europeista a risultare la più «eurofrustrata» del Continente. Secondo lo studio, solo il 36 per cento degli italiani considera l’appartenenza alla Ue come una cosa «positiva», contro una media europea vicina al 60 per cento. Se daremo all’Europa anche la colpa del non rispetto degli impegni elettorali, questa percentuale non potrà che abbassarsi.
Ma allo stesso tempo, lo studio fornisce altre informazioni illuminanti. Il 70 per cento degli italiani ritiene «non rinviabile» l’adozione di misure per ridurre deficit e debito. Solo il 36 per cento è soddisfatto dello stato della democrazia nel nostro Paese. Infine solo un risibile 32 per cento crede che il suo voto, a livello nazionale, conti davvero qualcosa. Forse dunque, tutto sommato, gli italiani sono meno sprovveduti di quanto immaginino i partiti che, ingannandoli, ambiscono a rappresentarli.