La rockstar Caravaggio, creatore di immagini potenti
Francesca Cappelletti , di FRANCESCA CAPPELLETTIA rendere unico il pittore oggi amato dal grande pubblico è la capacità di rendere quotidiana e grandiosa la sofferenza
Roger Fry, il grande studioso a cui l'amica Virginia Woolf dedicò una biografia e che secondo Kenneth Clark esercitò la più grande influenza sul gusto artistico britannico dopo John Ruskin, nel 1905 definì Caravaggio "il primo artista moderno, il primo a procedere non per evoluzioni ma per rivoluzioni. Sebbene la sua arte per molti versi sia molto convenzionale...egli fu anche il primo realista...". Ancora nel 1922, vedendo la Conversione di San Paolo della cappella Cerasi alla mostra romana del Seicento e del Settecento, la prima dedicata a quei secoli quasi del tutto sconosciuti, Fry ne ammirò "il talento essenzialmente giornalistico...che impresario per il cinema!!". La scelta di privilegiare un solo momento negli episodi religiosi, la concentrazione drammatica su poche figure quasi inghiottite dal buio, la tensione all'essenzialità del gesto che suscitarono la definizione, da parte del biografo seicentesco Giova…
Roger Fry, il grande studioso a cui l'amica Virginia Woolf dedicò una biografia e che secondo Kenneth Clark esercitò la più grande influenza sul gusto artistico britannico dopo John Ruskin, nel 1905 definì Caravaggio "il primo artista moderno, il primo a procedere non per evoluzioni ma per rivoluzioni. Sebbene la sua arte per molti versi sia molto convenzionale...egli fu anche il primo realista...". Ancora nel 1922, vedendo la Conversione di San Paolo della cappella Cerasi alla mostra romana del Seicento e del Settecento, la prima dedicata a quei secoli quasi del tutto sconosciuti, Fry ne ammirò "il talento essenzialmente giornalistico...che impresario per il cinema!!". La scelta di privilegiare un solo momento negli episodi religiosi, la concentrazione drammatica su poche figure quasi inghiottite dal buio, la tensione all'essenzialità del gesto che suscitarono la definizione, da parte del biografo seicentesco Giovan Pietro Bellori, di "quadro senza azione" sono gli elementi invece apprezzati all'inizio del Novecento e ancora adesso come elementi di modernità di linguaggio.
Per il loro accento sul cinema, sul giornalismo e sulla modernità, le parole di Fry tornano alla memoria in un momento in cui, ancora una volta, lo straordinario successo di Caravaggio investe mostre che privilegiano le indagini tecniche, illustrate con nuovi dispositivi digitali, che accendono discussioni fra gli studiosi e l'interesse del grande pubblico, come per il film ora nelle sale.
È certamente nello stile del pittore, nella sua capacità di saper attirare nello spazio del quadro, indefinito e quasi osmotico con quello dello spettatore, lo sguardo e le emozioni di chi lo osserva, che risiede parte del fascino che esercita ancora oggi e particolarmente oggi. Siamo abituati infatti a immagini in movimento e spesso quelle della pittura antica non hanno lo stesso potere di attrazione. I dipinti di Caravaggio non sono solo geniali rielaborazioni della tradizione iconografica, ma immagini "al lavoro", spesso ambigue e instabili, dalla difficile interpretazione, che sembrano procedere per associazioni anche involontarie, come recentemente ci ha spiegato Giovanni Careri nel suo libro che si intitola proprio Caravaggio.
La fabbrica dello spettatore. Le figure di Caravaggio, dai ragazzi che piangono per il morso del ramarro, che ridono mascherati da Amore o offrono il vino con un panno sulla spalla che dovrebbe farli prendere per divinità antiche, si rivolgono tutti all'esterno, movimentano il rapporto fra immagine dipinta e mondo reale. Anche dopo questi primi esempi, Caravaggio continuò, con una rivoluzione che già a detta dei contemporanei, segnò una cesura con la pittura precedente, a dipingere dal modello vivente, mescolando i registri della rappresentazione e utilizzando la pittura dal naturale anche per le pale d'altare. Accanto a questa modernizzazione del linguaggio ancora oggi percepibile, è senz'altro la biografia, così come è stata spesso raccontata e estrapolata dal contesto della Roma di primo Seicento, a costituire un secondo elemento di fascino, ancora più forte perché maledetto.
Rissoso, violento, disperato e persino assassino: ecco alcuni tratti della personalità e delle peripezie di Caravaggio che, dopo una fuga nel sud dell'Italia, le fonti descrivono moribondo sulla spiaggia, nell'estate assolata del 1610, contribuendo alla creazione del mito dell'artista come eroe romantico, che certamente spiega ulteriormente il suo successo al di là dell'opera.
In realtà uno come Caravaggio, che senza troppi equilibrismi tiene insieme per tutto il periodo trascorso a Roma le cattive compagnie della gioventù e la frequentazione di importanti prelati, che passa il suo tempo con dei barbieri litigiosi quanto con il marchese Giustiniani, in questa città non appare totalmente fuori luogo. Oggi siamo consapevoli che molte delle nostre informazioni sulle biografie degli artisti e sui rapporti con i loro committenti provengono, oltre che dai testi letterari, dai documenti giudiziari.
Quello che rende veramente unico Caravaggio rispetto ai suoi contemporanei e che in gran parte fu avvertito e amplificato dai grandi intellettuali del Novecento, come Testori e Pasolini, è la creazione di immagini potenti e immediate che rendono quotidiana e insieme grandiosa la sofferenza. I suoi apostoli dall'aria umile e persino ottusa, che stentano a comprendere la rivelazione, nella taverna della Cena in Emmaus come davanti alle ferite aperte del Cristo, che piangono sommessamente e pregano raccolti intorno al cadavere della Madonna, esprimono la possibilità di una esperienza spirituale profonda, possibile in ogni luogo e per ogni essere umano.
Per il loro accento sul cinema, sul giornalismo e sulla modernità, le parole di Fry tornano alla memoria in un momento in cui, ancora una volta, lo straordinario successo di Caravaggio investe mostre che privilegiano le indagini tecniche, illustrate con nuovi dispositivi digitali, che accendono discussioni fra gli studiosi e l'interesse del grande pubblico, come per il film ora nelle sale.
È certamente nello stile del pittore, nella sua capacità di saper attirare nello spazio del quadro, indefinito e quasi osmotico con quello dello spettatore, lo sguardo e le emozioni di chi lo osserva, che risiede parte del fascino che esercita ancora oggi e particolarmente oggi. Siamo abituati infatti a immagini in movimento e spesso quelle della pittura antica non hanno lo stesso potere di attrazione. I dipinti di Caravaggio non sono solo geniali rielaborazioni della tradizione iconografica, ma immagini "al lavoro", spesso ambigue e instabili, dalla difficile interpretazione, che sembrano procedere per associazioni anche involontarie, come recentemente ci ha spiegato Giovanni Careri nel suo libro che si intitola proprio Caravaggio.
La fabbrica dello spettatore. Le figure di Caravaggio, dai ragazzi che piangono per il morso del ramarro, che ridono mascherati da Amore o offrono il vino con un panno sulla spalla che dovrebbe farli prendere per divinità antiche, si rivolgono tutti all'esterno, movimentano il rapporto fra immagine dipinta e mondo reale. Anche dopo questi primi esempi, Caravaggio continuò, con una rivoluzione che già a detta dei contemporanei, segnò una cesura con la pittura precedente, a dipingere dal modello vivente, mescolando i registri della rappresentazione e utilizzando la pittura dal naturale anche per le pale d'altare. Accanto a questa modernizzazione del linguaggio ancora oggi percepibile, è senz'altro la biografia, così come è stata spesso raccontata e estrapolata dal contesto della Roma di primo Seicento, a costituire un secondo elemento di fascino, ancora più forte perché maledetto.
Rissoso, violento, disperato e persino assassino: ecco alcuni tratti della personalità e delle peripezie di Caravaggio che, dopo una fuga nel sud dell'Italia, le fonti descrivono moribondo sulla spiaggia, nell'estate assolata del 1610, contribuendo alla creazione del mito dell'artista come eroe romantico, che certamente spiega ulteriormente il suo successo al di là dell'opera.
In realtà uno come Caravaggio, che senza troppi equilibrismi tiene insieme per tutto il periodo trascorso a Roma le cattive compagnie della gioventù e la frequentazione di importanti prelati, che passa il suo tempo con dei barbieri litigiosi quanto con il marchese Giustiniani, in questa città non appare totalmente fuori luogo. Oggi siamo consapevoli che molte delle nostre informazioni sulle biografie degli artisti e sui rapporti con i loro committenti provengono, oltre che dai testi letterari, dai documenti giudiziari.
Quello che rende veramente unico Caravaggio rispetto ai suoi contemporanei e che in gran parte fu avvertito e amplificato dai grandi intellettuali del Novecento, come Testori e Pasolini, è la creazione di immagini potenti e immediate che rendono quotidiana e insieme grandiosa la sofferenza. I suoi apostoli dall'aria umile e persino ottusa, che stentano a comprendere la rivelazione, nella taverna della Cena in Emmaus come davanti alle ferite aperte del Cristo, che piangono sommessamente e pregano raccolti intorno al cadavere della Madonna, esprimono la possibilità di una esperienza spirituale profonda, possibile in ogni luogo e per ogni essere umano.