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Che fine ha fatto il Faber speciale?

La fiction Fabrizio De André-Principe libero non restituisce la dimensione dell'uomo. Unico, di quelli che si incontrano raramente nel corso di una vita. Con le sue canzoni elevava le cose della vita - la sua e le nostre - ad arte suprema e insuperabile
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Confesso che da quando ho visto la fiction Fabrizio De André-Principe libero mi sono arrovellato. Ho riconosciuto i segni dell'attenzione, della cura appassionata. Ho pensato: bravi tutti, bravi quelli che l'hanno scritto, bravo il regista, bravi Dori Ghezzi e la Fondazione che hanno vigilato premurosamente, bravo soprattutto Luca Marinelli, attore formidabile e coraggioso, con un compito terribile, quasi impossibile. Eppure ho provato un disagio, mi è rimasto un grumo di scontento. Non sapevo dire perché. Poi ho capito cosa mi disturbava.

A cominciare proprio da Marinelli. Bravo, bravissimo, ma quanto ci ha restituito del vero De André: lui con la sua faccia affilata da uccello rapace (che sarebbe tra l'altro una perfetta incarnazione dello Zanardi di Andrea Pazienza) a fronte di quella più rotonda, schiva e asimmetrica di Faber? Lui con lo sguardo dritto e largo, di fronte a quello opaco e sfuggente del cantautore? A parte l'infles…
Confesso che da quando ho visto la fiction Fabrizio De André-Principe libero mi sono arrovellato. Ho riconosciuto i segni dell'attenzione, della cura appassionata. Ho pensato: bravi tutti, bravi quelli che l'hanno scritto, bravo il regista, bravi Dori Ghezzi e la Fondazione che hanno vigilato premurosamente, bravo soprattutto Luca Marinelli, attore formidabile e coraggioso, con un compito terribile, quasi impossibile. Eppure ho provato un disagio, mi è rimasto un grumo di scontento. Non sapevo dire perché. Poi ho capito cosa mi disturbava.

A cominciare proprio da Marinelli. Bravo, bravissimo, ma quanto ci ha restituito del vero De André: lui con la sua faccia affilata da uccello rapace (che sarebbe tra l'altro una perfetta incarnazione dello Zanardi di Andrea Pazienza) a fronte di quella più rotonda, schiva e asimmetrica di Faber? Lui con lo sguardo dritto e largo, di fronte a quello opaco e sfuggente del cantautore? A parte l'inflessione romanesca di cui molto si è detto. Ho pensato: sono viziato, ho un pregiudizio dovuto al fatto che De André l'ho conosciuto, ci ho parlato tanto e a lungo. Ma non è solo questo. In fondo tutti abbiamo conosciuto un po' De André, lo abbiamo sentito, cantare, parlare. E allora?

La vicenda narrata è incentrata su storie personali, sui rapporti con le due donne importanti della sua vita, la Puni e Dori, madri dei suoi due figli, sul rapimento, sulle bravate da ragazzo, sulle difficoltà della paternità. Evidentemente si voleva privilegiare il racconto dell'uomo, del suo disagio esistenziale, prima ancora che dell'artista. Ma alla fine ho provato lo stesso fastidio che avevo avvertito guardando Bird, che Clint Eastwood dedicò a Charlie Parker. Un bel film, ineccepibile sul piano formale, ma con un intollerabile difetto: era soprattutto la storia di un drogato. Che Parker fosse stato il genio che aveva cambiato la musica del Novecento, bisognava saperlo per proprio conto. Dal film non si capiva. E qui arriviamo al nocciolo del problema.

Ci sono arrivato quando qualcuno mi ha detto dopo aver visto Principe libero: "Certo che era anche un po' stronzo". Ma sì, forse sì, Fabrizio era anche un po' stronzo, ma era soprattutto un uomo speciale, unico, di quelli che si incontrano raramente nel corso di una vita. Era capace di comunicare un enorme carico di bellezza, di visioni dolorose e geniali, di lucida e spietata comprensione del mondo. Da artista lo faceva attraverso canzoni che elevavano le cose della vita - la sua e le nostre - ad arte suprema e insuperabile. Ecco cosa mi è mancato, ecco perché ho sofferto.