Il collasso della politica e il paradosso di Weimar
Roberto Esposito, di ROBERTO ESPOSITOQuando non si ha coraggio, per paura di perdere consenso, allora la situazione può finire fuori controllo
Nel suo editoriale di ieri Mario Calabresi paventa la possibilità di quella che potremmo ben definire una "tempesta perfetta" l'intreccio tra il ritorno del fantasma berlusconiano, il montare di un nuovo neofascismo venato di elementi xenofobi e l'incompetenza di un ceto politico che appare del tutto impreparato al governo del Paese. Una miscela micidiale che desta più di una preoccupazione non solo in Italia, ma anche in Europa.
Ciascuno di questi elementi ha una radice profonda negli errori della sinistra. Il ritorno del Cavaliere in campo è figlio della mancata legge sul conflitto d'interessi; la recrudescenza che non è esagerato definire neofascista - ovviamente senza riferimenti immediati al fascismo storico - nasce anch'essa dalla tolleranza eccessiva alle prime avvisaglie razziste. E più in generale dalla incapacità di proporre un'opposta visione politico-culturale da parte delle forze democratiche. Pure l…
Ciascuno di questi elementi ha una radice profonda negli errori della sinistra. Il ritorno del Cavaliere in campo è figlio della mancata legge sul conflitto d'interessi; la recrudescenza che non è esagerato definire neofascista - ovviamente senza riferimenti immediati al fascismo storico - nasce anch'essa dalla tolleranza eccessiva alle prime avvisaglie razziste. E più in generale dalla incapacità di proporre un'opposta visione politico-culturale da parte delle forze democratiche. Pure l…
Nel suo editoriale di ieri Mario Calabresi paventa la possibilità di quella che potremmo ben definire una "tempesta perfetta" l'intreccio tra il ritorno del fantasma berlusconiano, il montare di un nuovo neofascismo venato di elementi xenofobi e l'incompetenza di un ceto politico che appare del tutto impreparato al governo del Paese. Una miscela micidiale che desta più di una preoccupazione non solo in Italia, ma anche in Europa.
Ciascuno di questi elementi ha una radice profonda negli errori della sinistra. Il ritorno del Cavaliere in campo è figlio della mancata legge sul conflitto d'interessi; la recrudescenza che non è esagerato definire neofascista - ovviamente senza riferimenti immediati al fascismo storico - nasce anch'essa dalla tolleranza eccessiva alle prime avvisaglie razziste. E più in generale dalla incapacità di proporre un'opposta visione politico-culturale da parte delle forze democratiche. Pure l'impreparazione di cui i 5Stelle hanno dato finora prova è figlia dell'idea, coltivata anche da Renzi, che si possa fare sostanzialmente a meno dei corpi intermedi e delle élite che costituiscono il perno politico, amministrativo e culturale delle democrazie occidentali.
Ma a questo scenario minaccioso si va aggiungendo in queste ultime settimane qualcosa di ancora più inquietante di cui gli eventi di Macerata costituiscono solo la punta più velenosa. Scontri di piazza, in genere provocati dall'estrema destra, ma non senza partecipazione della sinistra radicale, violenza anche contro le forze dell'ordine, insulti, provocazioni, minacce in un clima potenzialmente incendiario. Questa miscela esplosiva richiama l'ultima, drammatica, stagione di Weimar a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Naturalmente in un orizzonte, interno e internazionale, incomparabile. Ma con un tratto in comune con quanto accade oggi da noi: il collasso della politica, non più in grado di mediare i conflitti attraverso la rappresentanza di valori e interessi collettivi.
È vero che oggi gli scontri non sono voluti o provocati dai partiti di destra e di sinistra, come invece allora. Ma è non meno preoccupante il fatto che in questa vigilia elettorale italiana sono i partiti a essere condizionati da quanto avviene nelle piazze. È l'esito inevitabile di una crisi di legittimità, non meno grave di quella della legalità. Piuttosto che orientare i flussi di opinione, i partiti ne sembrano succubi, arresi alla pressione che li incalza dall'esterno. La scelta sbagliata del Pd di disertare la manifestazione di Macerata ne è stata testimonianza recente.
Ma quando la politica non ha coraggio, per paura di perdere consenso, di guidare i processi, anziché subirli, allora la situazione può finire fuori controllo. Fu appunto così che, in un momento ancora formalmente democratico, il grande e ambiguo giurista tedesco Carl Schmitt arrivò a chiedere un "custode" della Costituzione. Oggi ne siamo per fortuna lontani. Ma il quadro non è tanto diverso: una destra aggressiva all'attacco e una sinistra intimidita in difesa - con in mezzo l'onda prepolitica dei 5stelle.
Attenzione. Come quegli anni, insieme lontani e vicini, insegnano, l'unico argine contro il peggio è l'unità della sinistra. Non - dice bene Timothy Garton Ash - ipotetiche "grandi intese", che non farebbero che gettare ancora più benzina sul fuoco dell'antipolitica, ma una ricompattazione della sinistra. Non a favore degli uni o degli altri. Ma del Paese nel suo insieme. La sinistra italiana deve capire che c'è qualcosa di più importante dei destini personali dei suoi dirigenti: i valori e gli interessi che ancora rappresenta.
Ciascuno di questi elementi ha una radice profonda negli errori della sinistra. Il ritorno del Cavaliere in campo è figlio della mancata legge sul conflitto d'interessi; la recrudescenza che non è esagerato definire neofascista - ovviamente senza riferimenti immediati al fascismo storico - nasce anch'essa dalla tolleranza eccessiva alle prime avvisaglie razziste. E più in generale dalla incapacità di proporre un'opposta visione politico-culturale da parte delle forze democratiche. Pure l'impreparazione di cui i 5Stelle hanno dato finora prova è figlia dell'idea, coltivata anche da Renzi, che si possa fare sostanzialmente a meno dei corpi intermedi e delle élite che costituiscono il perno politico, amministrativo e culturale delle democrazie occidentali.
Ma a questo scenario minaccioso si va aggiungendo in queste ultime settimane qualcosa di ancora più inquietante di cui gli eventi di Macerata costituiscono solo la punta più velenosa. Scontri di piazza, in genere provocati dall'estrema destra, ma non senza partecipazione della sinistra radicale, violenza anche contro le forze dell'ordine, insulti, provocazioni, minacce in un clima potenzialmente incendiario. Questa miscela esplosiva richiama l'ultima, drammatica, stagione di Weimar a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Naturalmente in un orizzonte, interno e internazionale, incomparabile. Ma con un tratto in comune con quanto accade oggi da noi: il collasso della politica, non più in grado di mediare i conflitti attraverso la rappresentanza di valori e interessi collettivi.
È vero che oggi gli scontri non sono voluti o provocati dai partiti di destra e di sinistra, come invece allora. Ma è non meno preoccupante il fatto che in questa vigilia elettorale italiana sono i partiti a essere condizionati da quanto avviene nelle piazze. È l'esito inevitabile di una crisi di legittimità, non meno grave di quella della legalità. Piuttosto che orientare i flussi di opinione, i partiti ne sembrano succubi, arresi alla pressione che li incalza dall'esterno. La scelta sbagliata del Pd di disertare la manifestazione di Macerata ne è stata testimonianza recente.
Ma quando la politica non ha coraggio, per paura di perdere consenso, di guidare i processi, anziché subirli, allora la situazione può finire fuori controllo. Fu appunto così che, in un momento ancora formalmente democratico, il grande e ambiguo giurista tedesco Carl Schmitt arrivò a chiedere un "custode" della Costituzione. Oggi ne siamo per fortuna lontani. Ma il quadro non è tanto diverso: una destra aggressiva all'attacco e una sinistra intimidita in difesa - con in mezzo l'onda prepolitica dei 5stelle.
Attenzione. Come quegli anni, insieme lontani e vicini, insegnano, l'unico argine contro il peggio è l'unità della sinistra. Non - dice bene Timothy Garton Ash - ipotetiche "grandi intese", che non farebbero che gettare ancora più benzina sul fuoco dell'antipolitica, ma una ricompattazione della sinistra. Non a favore degli uni o degli altri. Ma del Paese nel suo insieme. La sinistra italiana deve capire che c'è qualcosa di più importante dei destini personali dei suoi dirigenti: i valori e gli interessi che ancora rappresenta.