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Donatella Di Pietrantonio e Gianni Amelio durante l’incontro nella redazione di Repubblica 

Amelio e Donatella Di Pietrantonio: i figli e perché li amiamo troppo

Qual è il segreto nascosto nella maternità? E che cosa vuol dire, davvero, essere padri?  L'autrice de "L'Arminuta"e il regista scrittore hanno più di una risposta in comune. Che riguarda tutti noi
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Gianni Amelio e Donatella Di Pietrantonio si erano già incontrati in occasione di un premio, ma è la prima volta che siedono a un tavolo insieme per parlare dei loro libri. Danno l'impressione che non smetterebbero mai di discutere. Il regista-scrittore che con i suoi film ha raccontato il disagio degli ultimi e la dentista-scrittrice, autrice di romanzi viscerali intorno alla maternità. "Sono un tuo grande lettore", dice subito Amelio. "Ho letto i tuoi romanzi alla rovescia, aprendoli a caso, saltando qua e là. Vorrei farne un film, forse di Bella mia". E la scrittrice: "Leggendo Padre quotidiano mi è sembrato di vedermi allo specchio". Uno specchio che riflette domande comuni: possiamo dimenticare le ferite dell'infanzia? Dove finisce l'odio e dove comincia l'amore? D'accordo entrambi su un punto: "L'abbandono di un figlio è il più grande sacrificio che un genitore possa fare&…
Gianni Amelio e Donatella Di Pietrantonio si erano già incontrati in occasione di un premio, ma è la prima volta che siedono a un tavolo insieme per parlare dei loro libri. Danno l'impressione che non smetterebbero mai di discutere. Il regista-scrittore che con i suoi film ha raccontato il disagio degli ultimi e la dentista-scrittrice, autrice di romanzi viscerali intorno alla maternità. "Sono un tuo grande lettore", dice subito Amelio. "Ho letto i tuoi romanzi alla rovescia, aprendoli a caso, saltando qua e là. Vorrei farne un film, forse di Bella mia". E la scrittrice: "Leggendo Padre quotidiano mi è sembrato di vedermi allo specchio". Uno specchio che riflette domande comuni: possiamo dimenticare le ferite dell'infanzia? Dove finisce l'odio e dove comincia l'amore? D'accordo entrambi su un punto: "L'abbandono di un figlio è il più grande sacrificio che un genitore possa fare". In Padre quotidiano Amelio scrive: "Quando di un bambino si dice 'è il ritratto di suo padre, gli ha staccato la testa', il papà si gonfia di orgoglio. Invece sognavo un figlio al quale, con pazienza e fortuna, potessi un giorno somigliare io". Chi ha amato i libri di Donatella Di Pietrantonio, amerà Padre quotidiano, il nuovo romanzo di Amelio (in uscita per Mondadori). Parlano di figli abbandonati. E di genitori, crudeli e amorosi come nelle fiabe.

Gianni Amelio e Donatella Di Pietrantonio. L'ossessione della maternità e della paternità

Di Pietrantonio: "Leggendo il tuo libro mi è sembrato di riconoscermi in un'ossessione uguale e contraria: affetta dall'ossessione del materno, mi sono rispecchiata nell'ossessione del paterno".
Amelio: "Il vero protagonista di Padre quotidiano è Ethem, il padre naturale. Un uomo malato che sente avvicinarsi il momento fatale e mi sceglie come altro padre. Il libro ruota attorno a quel momento, quando lui mi dice: 'Fino a oggi è stato figlio mio, fa che da domani sia figlio tuo'. Il romanzo è perlopiù invenzione, ma quella frase è vera. In quel gesto c'è il più grande sacrificio che un genitore possa fare: affidare il proprio figlio a un altro".
Di Pietrantonio: "È questo che accomuna i genitori dei nostri libri: quel gesto, quel rinunciare al proprio figlio perché si riconosce la propria inadeguatezza. Nel caso di Ethem a causa della malattia. Nel caso dei genitori biologici dell'Arminuta c'è invece il riconoscimento di un'inadeguatezza di tipo socio-economico: l'impossibilità a crescere l'ennesima figlia. C'è un'inespressa disperazione nel prenderne atto e nel trovare una soluzione".
Bella mia di Donatella Di Pietrantonio è stato ripubblicato ora da Einaudi (183 pagine, 12 euro) con una nuova postfazione dell’autrice. Donatella Di Pietrantonio (1963) ha esordito nella narrativa nel 2011 con Mia madre è un fiume (Elliot) e nel 2017 con L’Arminuta (Einaudi) ha vinto il premio Campiello 
Lei Amelio ha adottato davvero un figlio albanese, Luan. Farlo da omosessuale è stato più complicato?
Amelio: "Nel libro una signora incontrata per strada mi dice: 'Stavi con un bel ragazzo e hai detto che era tuo figlio. Per voi altri è facile mascherare le cose così...'".
Di Pietrantonio: "È una ferocia che arriva al lettore e fa male".

Nei vostri libri però non si avverte una condanna. Sembra che l'abbandono sia necessario, quasi un archetipo dal quale non si può sfuggire.
Amelio: "La madre, Life, in realtà non si rassegna a lasciare andare suo figlio. Nasconde sempre in cucina qualcosa di prelibato da dargli. Anche se non ha i mezzi li trova, come faceva mia madre. Sono cresciuto senza un padre, ma non ricordo un giorno in cui non abbia avuto da mangiare, perché mia madre ostinatamente pensava a me, interpretando anche il ruolo paterno".
Di Pietrantonio: "Non parlo mai della maternità come norma: amore, accoglienza, cure. Vado alla ricerca del lato scuro e meno rassicurante. È anche questo un archetipo. Un tema presente nella letteratura, nella mitologia, nelle fiabe. A partire da Medea, il prototipo delle madri cattive".

Gianni Amelio e Donatella Di Pietrantonio. L'infanzia povera

Le favole sono piene di bambini abbandonati.
Di Pietrantonio: "Hansel e Gretel, Pollicino, sono stati abbandonati nel bosco. Di questi abbandoni non ci turba tanto la decisione del padre quanto l'accordo della madre. Ma non c'è condanna. L'abbandono è un'esperienza universale, necessaria. Il primo abbandono che ciascuno subisce è la nascita, la separazione dal corpo della madre, il momento in cui si viene separati, in cui viene tagliato il cordone ombelicale".
Amelio: "Posso fare la parte del figlio abbandonato? Avevo un anno e mezzo quando mio padre è andato in Argentina. L'ho rivisto dopo quindici anni. Per metabolizzare la perdita c'è voluto molto. Quando mia madre è stata lasciata aveva poco più di diciassette anni. Sono stato allevato con l'aiuto delle nonne. Ho raccontato la mia infanzia e la perdita di mio padre nascondendomi dietro la maschera di Albert Camus nel film Il primo uomo. Mio padre era emigrato, a portarmelo via era stato il mare. Tra l'Argentina e noi c'era di mezzo il mare. Ho avuto paura del mare per anni, perché si era rubato mio padre".
Padre quotidiano (Mondadori, 168 pagine, 18 euro) è il nuovo romanzo di Gianni Amelio (1945) e racconta il rapporto del regista con un ragazzo albanese conosciuto durante le riprese del film. Lamerica e adottato più di vent’anni fa. In libreria da martedì 27 febbraio 
Quanto preme questo nucleo emotivo autobiografico nella vostra narrativa?
Di Pietrantonio: "La mia urgenza narrativa ruota intorno al rapporto problematico con il materno. Sono cresciuta fino ai miei dieci anni in un piccolissimo borgo rurale, Arsita (in provincia di Teramo). Negli anni Sessanta non avevamo ancora la corrente elettrica, né l'acqua in casa. Si arrivava a queste quattro case addossate le une alle altre per un sentiero percorribile solo a piedi. Era una piccola società patriarcale di contadini e pastori, dove le donne facevano una vita durissima, scandita dall'alternanza di luce solare e buio. Durante le ore di luce lavoravano nei campi insieme agli uomini e ai muli. E la sera mentre gli uomini potevano stendere i piedi verso la fiamma del camino, le donne cominciavano a fare le casalinghe".

Che tipo di madri erano?
Di Pietrantonio: "Presenti ma lontane. Incapaci di gesti teneri perché impossibilitate. La figura del patriarca, che non era il marito ma il suocero, era terribile. Ricordo i miei nonni paterni rimproverare le donne se perdevano tempo tenendo in braccio i figli".
Amelio: "In Padre quotidiano dico una cosa di cui mi sono pentito: parlo degli "affetti micragnosi" di mia madre. Le ho sempre perdonato tutto, ma sentivo che quell'amore mi feriva. Mi ha ferito molto. Forse mi ha ferito più mia madre standomi vicino che mio padre stando lontano".
Di Pietrantonio: "Io uso l'espressione "amore storto". È il bambino a sentirsi ferito. Il bambino non è un sociologo, non è un antropologo, non riesce a spiegarsi razionalmente i comportamenti dei genitori. Questo bambino è ancora vivo dentro di noi. È lui a essere crudele".
Amelio: "Il mio paese d'origine San Pietro Magisano (Catanzaro) era simile al tuo. Trecento abitanti, quasi tutte donne prigioniere del loro ruolo. Nessuna si sognava libertà di azione e sentimento. Forse un giorno racconterò la vita di mia madre in quel piccolo mondo, in cui si parlava solo in dialetto. Quando da ragazzino mia nonna mi portava al cinema, sentivamo Gary Cooper parlare un italiano perfetto. Allora ho domandato: perché quelli parlano l'italiano e noi no? Mia nonna mi ha risposto: gli americani parlano tutto. Senti anche tu il bisogno di poggiare la tua lingua di scrittrice su quella lingua che sentivi in bocca a tua madre o a tua nonna?".
Di Pietrantonio: "La lingua italiana mi è rimasta straniera fino all'età di sei anni, quando sono andata a scuola. In ogni caso una volta appresa, ho sentito sempre il bisogno di poggiarla sulla base dialettale. Consapevole però che il dialetto, la lingua madre, manca delle parole per esprimere i sentimenti: non c'è la parola 'amore', né il verbo 'amare'. La madre biologica dell'Arminuta non riesce a trasmettere l'affettività, che pure ha. In quei contesti l'espressione dei sentimenti era inibita, per pudore. Mio padre prima di baciarmi si guardava intorno per vedere se qualcuno poteva vederlo e giudicarlo. Era considerato un gesto di debolezza".
Amelio: "Io ricordo che non potevo entrare in cucina, perché era un ambiente considerato femminile. Fino all'età di otto anni sono cresciuto in un basso che dava sulla strada, dove la luce arrivava solo aprendo uno spioncino sopra la porta. Poi finalmente abbiamo avuto una casa dove c'era una cucina separata dalla stanza in cui vivevamo, ma lì non potevo entrarci".

Gianni Amelio e Donatella Di Pietrantonio. Il lato oscuro delle nostre madri

L'arte ha rappresentato una fuga o un modo per esprimere il grumo dell'infanzia?
Di Pietrantonio: "La scrittura è stata la prima forma di espressione che mi è stata data. Il mezzo che ha permesso a quel mondo di bambina sofferente di venire fuori. È stato come togliere un tappo. Ma ho esordito tardi. Quando ho scritto Mia madre è un fiume avevo quarantanove anni. Fino a quel momento la scrittura era stata un'attività segreta, coltivata con senso di colpa, come se fosse un tradimento rispetto alle radici. La colpa di essere diventata altro".
Amelio: "Posso confessarti una cosa? Una volta ho pianto di nascosto. Ero già diventato regista ed ero tornato in paese a salutare mia nonna. Ma quando sono andato ad abbracciala, lei mi ha dato del voi. L'ho supplicata di non farlo ma lei ha continuato".
Di Pietrantonio: "Una delle cose più dolorose per me è il fatto che i miei genitori non abbiano potuto leggere i miei libri. Oggi mia madre è malata, forse avrebbe potuto farlo. Mio padre è andato a scuola fino alla quinta elementare, ha una percezione vaga di quello che faccio. Tiene in mano i miei libri, ne è orgoglioso, ma sono per lui oggetti diversi, estranei".
Amelio: "Anche i miei film sono stati oggetti assolutamente misteriosi per i miei genitori. Un giorno avevo bisogno di rinnovare la carta d'identità. Ero residente ancora in Calabria e ho chiesto a mio padre di andare al municipio per la pratica. Dovendo indicare la mia professione ha scritto: operatore cinematografico, intendendo che facessi l'operatore in un cinema, il proiezionista".