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Il Pd torni in periferia

I dem non sono convinti che per riportare il partito tra i meno favoriti sia necessaria una politica di riformismo radicale
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Allo stato attuale, i dati di sondaggio indicano che il Pd, al meglio, eguaglierà il risultato del 2013. In realtà, il risorgere di manifestazioni filo-fasciste nelle ultime settimane può spingere elettori di sinistra delusi a tornare sui loro passi per "difendere la democrazia". Indipendentemente dal fatto che ottenga il 24% o il 26%, il Pd ha di fronte a sé una sfida ineludibile: conquistare una platea più ampia di elettori. Meglio far subito piazza pulita di un'illusione. Il risultato delle europee del 2014 (40%) è stato del tutto accidentale: fu consentito da una congiuntura unica di elementi favorevoli, stato comatoso della destra travolta dagli scandali e senza leadership, paura del grillismo montante, irruzione di una nuova e dinamica guida nel partito e nel governo.

Per risalire la china, il Pd deve affrontare tre carichi pesanti che gravano sulle sue spalle. Primo. Il marchio della sconfitta impresso sul partito e sul s…
Allo stato attuale, i dati di sondaggio indicano che il Pd, al meglio, eguaglierà il risultato del 2013. In realtà, il risorgere di manifestazioni filo-fasciste nelle ultime settimane può spingere elettori di sinistra delusi a tornare sui loro passi per "difendere la democrazia". Indipendentemente dal fatto che ottenga il 24% o il 26%, il Pd ha di fronte a sé una sfida ineludibile: conquistare una platea più ampia di elettori. Meglio far subito piazza pulita di un'illusione. Il risultato delle europee del 2014 (40%) è stato del tutto accidentale: fu consentito da una congiuntura unica di elementi favorevoli, stato comatoso della destra travolta dagli scandali e senza leadership, paura del grillismo montante, irruzione di una nuova e dinamica guida nel partito e nel governo.

Per risalire la china, il Pd deve affrontare tre carichi pesanti che gravano sulle sue spalle. Primo. Il marchio della sconfitta impresso sul partito e sul suo leader. Dal 2014 in poi il Pd ha sempre perso e non ha potuto nemmeno salvare i gioielli di famiglia, le amministrazioni comunali, a lungo vanto della buona amministrazione della sinistra e rifugio sicuro nei tempi di crisi: quando il centrodestra vinceva alle politiche, il centrosinistra si rifaceva con gli interessi alle regionali e alle comunali. Ora quei fortini sono stati saccheggiati dagli avversari. Secondo. Il Pd ha giocato fino in fondo la carta del rinnovamento con la segreteria Renzi, sia sul piano dell'immagine che delle politiche. Quell'immagine si è irrimediabilmente sbiadita e le politiche sono state double face: innovative e progressiste sul piano dei diritti, inefficaci, e dal retrogusto clientelare, quelle economico-sociali. Anche se il Pil aumenta, i salari reali stagnano ai livelli più bassi d'Europa e la platea degli inoccupati e dei poveri aumenta. Terzo. La sterzata antisindacale della leadership del Pd, plasticamente più a proprio agio con i manager e gli imprenditori che con gli operai, ha incrinato il rapporto col mondo del lavoro subordinato. Non c'è stata traccia di empatia e considerazione per disoccupati e precari, mentre il (giusto) entusiasmo per le start up strabordava irrefrenabile.

Quanto detto, fa sorgere il sospetto che il Pd abbia perso contatto con la realtà. Lo stato d'animo del Paese, secondo tanti dati di sondaggio convergenti, è di umor nero: il 72% degli elettori pensa che l'Italia stia regredendo (mentre nel 2002 il 76% pensava che si stesse modernizzando), il 74% ritiene di non aver più controllo sul proprio futuro (era il 50%) e il 68% (era il 46%) si ritiene escluso dai processi sociali economici e politici (dati Swg). Per non dire del senso di smarrimento e paura segnalato più volte su queste colonne da Ilvo Diamanti.

Di fronte a questo quadro, il Pd non sembra convinto che, per lenire il disagio sociale e riportare il partito nelle periferie e tra i meno favoriti, sia necessaria una politica di riformismo radicale, alternativa alla terza via blairiana e al mainstream neoliberale. Il solo tentativo di rispondere alle domande delle componenti sociali marginali e disagiate è venuto dal cambio di passo nei confronti dell'immigrazione: benché incompleta e frammentaria, la politica del ministro Minniti si è indirizzata a rassicurare coloro che ne sono investiti direttamente, nel welfare soprattutto, e che ne sono spaventati comunque. Ma per il resto, dal Pd è venuta una politica settoriale e sconnessa, infarcita di mance, gruppo per gruppo, senza nessuna visione complessiva.

Allora non può stupire la concorrenza feroce che il M5S sta facendo al Pd sul suo stesso terreno: i 5 Stelle non solo evocano più efficacemente il disagio sociale con misure come il reddito di cittadinanza (anche se poi è un reddito d'inclusione anch'esso), ma vi aggiungono anche il disagio giovanile, vero convitato di pietra di questa campagna elettorale. Le generazioni più giovani hanno attuato una protesta silenziosa in questi anni, sia cercando fortuna all'estero (in piccola parte) che appoggiando in massa la forza politica più nuova, "moderna" e anti-establishment. Non per nulla, il M5S arriva al 40% nelle generazioni sotto i 45 anni, mentre il Pd è sotto il 10% e domina invece sopra i 65 anni...

Privo di un ancoraggio sociale preciso, aggrappato alle generazioni più mature e senza un disegno riformatore incisivo (se non per i diritti civili, in cui ha dato il meglio di sé), il Pd non può resistere a lungo alla sfida grillina e della destra. Rischia di rimanere schiacciato da quella forbice.