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In nome del populismo sovrano

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L'antipolitica sta contaminando gli stessi attori che dovrebbero arginarla. E così i partiti tradizionali ne riprendono il linguaggio e i programmi Vince la "popolocrazia", come spiega il saggio di Ilvo Diamanti e Marc Lazar  
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Domenica si vota, e non abbiamo niente da metterci. La sinistra di Paolo Gentiloni ci chiama alla "scelta di campo", ma è schiacciata tra i due "opposti populismi". La coalizione forzaleghista, fusione fredda tra il mercantilismo berlusconiano e il sovranismo salviniano. E la Cosa Grillina, impasto di radicalismi egualitari e qualunquismi identitari. Ha ragione il premier a dire che è "un passaggio chiave" per la nostra democrazia, che ne può uscirne stravolta. Se volete capire perché, vi consiglio la lettura di Popolocrazia (Laterza), l'ultimo saggio di due tra i maggiori studiosi del fenomeno populista, Ilvo Diamanti e Marc Lazar.

Ogni volta che penso al populismo mi torna in mente la storiella di Maurizio Crozza. Ci sono un politico populista, un immigrato e un elettore, intorno a un tavolo con dodici biscotti. Il politico ne arraffa undici e urla all'elettore: "occhio, l'immigrato vuole fregarsi il tuo bis…
Domenica si vota, e non abbiamo niente da metterci. La sinistra di Paolo Gentiloni ci chiama alla "scelta di campo", ma è schiacciata tra i due "opposti populismi". La coalizione forzaleghista, fusione fredda tra il mercantilismo berlusconiano e il sovranismo salviniano. E la Cosa Grillina, impasto di radicalismi egualitari e qualunquismi identitari. Ha ragione il premier a dire che è "un passaggio chiave" per la nostra democrazia, che ne può uscirne stravolta. Se volete capire perché, vi consiglio la lettura di Popolocrazia (Laterza), l'ultimo saggio di due tra i maggiori studiosi del fenomeno populista, Ilvo Diamanti e Marc Lazar.

Ogni volta che penso al populismo mi torna in mente la storiella di Maurizio Crozza. Ci sono un politico populista, un immigrato e un elettore, intorno a un tavolo con dodici biscotti. Il politico ne arraffa undici e urla all'elettore: "occhio, l'immigrato vuole fregarsi il tuo biscotto!". Ma oggi siamo già oltre il "pantheon populista", nato con la "Narodnicestvo" della Russia zarista nel 1861, passato per il "Boulangismo" parigino nel 1889 e arrivato fino a Le Pen e Melenchon in Francia, Wilders in Olanda e Farage in Gran Bretagna, Grillo e Salvini in Italia.

Il populismo sta contaminando gli attori politici che dovrebbero arginarlo. Una talpa pericolosa, che scava nelle fondamenta della democrazia liberale e rappresentativa. Noi e i francesi siamo il cantiere di questa "d-evoluzione" (come la chiamano Diamanti e Lazar). Tutti i politici parlano "in nome e per conto del popolo". Non solo Grillo che sul Sacro Blog scrive "sono fieramente populista" o Casaleggio che al V-Day di Genova 2013 grida: "Sono orgoglioso di essere un populista". Ma anche Macron che da candidato d'élite ma anti-sistema ad Angers urla: "Sarà il popolo, non qualcuno in alto, che raccoglierà la sfida francese!". Il primo errore da evitare (e Diamanti e Lazar opportunamente lo evitano) è quello nel quale incappa spesso l'establishment. Jean Leca lo riassume così: "Quando sono d'accordo con le opinioni ragionevoli del popolo, quelle sono popolari. Quando non sono d'accordo, allora quelle sono populiste". Questo non vuol dire che esista un "populismo buono", come sostiene Thomas Piketty. Ma nemmeno che sia "cattivo populismo" tutto ciò che aspiri a una "democrazia diversa".

La domanda è: diversa quanto, e diversa come? Qui sta l'originalità della risposta di Diamanti e Lazar. Nei populismi vivono istanze ricorrenti. L'attacco ai partiti tradizionali e il rigetto delle élite, la demonizzazione dei nemici e la critica all'Europa, la paura del diverso e dell'invasione straniera. E poi la richiesta di capi carismatici e la critica alle "democrazie inefficaci, traviate dalla classe dirigente". Ma a tutto questo, oggi, si aggiunge altro. È in atto una mutazione ulteriore. La "democrazia del pubblico si trasforma per effetto della globalizzazione, dell'impatto dell'integrazione europea, della riduzione dei margini di manovra dei governi di fronte al capitalismo finanziario, dell'ascesa del potere tecnocratico e del formidabile sviluppo delle tecnologie". Le scorciatoie care al populismo tradizionale sembrano già superate. Saltano tutte le mediazioni conosciute. La "società della sfiducia" diventa "società im-mediata". La "democrazia diretta", imperniata sui referendum, e già sostituita dalla "democrazia in diretta", costruita sui social network. Il Parlamento è superato dalla "agorà digitale", il "populismo televisivo" di Berlusconi dal "populismo tecnologico" di Grillo.
Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie di Ilvo Diamanti e Marc Lazar 
Così andiamo verso la "popolocrazia", che non è un "movimento (im)politico" né una "famiglia di leader e di partiti", ma riassume e "istituzionalizza" tutte queste vecchie e nuove tendenze. Fino a snaturare la stessa democrazia liberale e rappresentativa. In che modo? Nella contesa "popolocratica" immaginata da Diamanti e Lazar, da una parte ci sono i "nuovi populisti" che puntano a ricomporre la frattura, reagiscono tra "Demos e Kratos" cercando di "superare la rappresentanza come principio e come metodo di governo del popolo". Dall'altra parte ci sono "gli altri attori politici", che per combattere i neo-populisti, pur rimanendo attaccati alla democrazia rappresentativa, "si propongono anche loro di incarnare il popolo". Di per sé non sarebbe un errore. Se non fosse che, nel "combattimento", i primi usano le stesse armi dei secondi.

Diamanti e Lazar indicano tre esempi. Primo esempio: la personalizzazione delle leadership, che invece di restringere il solco tra Popolo e Governo lo allarga, producendo "partiti senza società" che degradano in "leader senza partiti". Il paradigma di questo mimetismo popolocratico? Renzi, "il rottamatore che sfida Grillo e il M5S sul suo stesso terreno, e personalizza il Pd, lo muta in PdR...". Secondo esempio: i metodi della comunicazione, non più verticali (i Capi che dialogano direttamente con i cittadini, in piazza o in tv) ma orizzontali (i cittadini che in Rete dialogano con tutti riducendo ulteriormente, fin quasi ad azzerarla, ogni forma di mediazione). Terzo esempio: il linguaggio, che vede i riformisti appiattirsi paurosamente sui populisti, assumendo l'anti-politica, o la non-politica, come "bandiere politiche". La prova di questa capitolazione identitaria? La legge sullo ius soli, bandiera ammainata dal governo e dal Pd perché nei sondaggi prevalevano i giudizi negativi degli italiani.

Riassumendo. I partiti tradizionali inseguono i populisti per risalire la china dei consensi (Renzi che spiega il referendum costituzionale dicendo "eliminiamo un bel po' di poltrone"). I populisti diventano centrali e cercano a loro volta di "normalizzare la loro immagine per essere accettati" (Di Maio che pensa a un "contratto di governo alla tedesca" o Salvini che va in piazza col rosario e cita il Vangelo degli "ultimi che saranno i primi"). Eccolo, dunque, lo sbocco della "popolocrazia". Siamo ancora in tempo per evitarla? Diamanti e Lazar non rinunciano alla speranza. La democrazia liberale e rappresentativa ha ancora una "notevole capacità di resistenza". Ma i "partigiani della democrazia" devono dimostrarsi all'altezza della sfida. Capendo la portata del cambiamento. Offrendo ai cittadini "le tutele che essi attendono". Ripensando i modelli di integrazione dei migranti. Rilanciando il progetto europeo. Ridando "senso e passione alla politica". Mi viene da pensare al solito "Vaste programme" di De Gaulle, non a caso evocato dal libro. Un grande statista "popolare", che in certi casi sapeva anche andare contro gli umori e i rancori del suo popolo. Alzi la mano chi vede in giro un altro De Gaulle.