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Massimo Moratti: “Mio fratello così mite, ma sembrava invincibile”

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MILANO. Assieme, in occasioni pubbliche Gian Marco e Massimo Moratti non si vedevano quasi mai, raramente, poi, allo stadio di San Siro. Forse lo facevano proprio per confortare ciò che gli altri pensavano di quei due. L'immagine dei fratelli diversi. Il primo con il rigore e il senso del dovere dell'uomo di impresa, il petroliere, il grande milanese di poche parole che si muoveva dietro le quinte, lasciando la scena a quelli a cui voleva bene, prima di tutti la moglie Letizia sindaca e presidente Rai, poi il fratello minore che stava con lui in azienda. L'altro con la naiveté di chi coltiva la sua passione grazie alla ricchezza di famiglia, un principe rinascimentale che inseguiva i fasti sportivi del padre. Gian Marco che nelle fotografie non è quasi mai sorridente, Massimo che è sempre gentile e per nulla schivo anche quando è infastidito, un milanese che brandisce la fortuna, l'intelligenza e il buon cuore per lo spettacolo. …
MILANO. Assieme, in occasioni pubbliche Gian Marco e Massimo Moratti non si vedevano quasi mai, raramente, poi, allo stadio di San Siro. Forse lo facevano proprio per confortare ciò che gli altri pensavano di quei due. L'immagine dei fratelli diversi. Il primo con il rigore e il senso del dovere dell'uomo di impresa, il petroliere, il grande milanese di poche parole che si muoveva dietro le quinte, lasciando la scena a quelli a cui voleva bene, prima di tutti la moglie Letizia sindaca e presidente Rai, poi il fratello minore che stava con lui in azienda. L'altro con la naiveté di chi coltiva la sua passione grazie alla ricchezza di famiglia, un principe rinascimentale che inseguiva i fasti sportivi del padre. Gian Marco che nelle fotografie non è quasi mai sorridente, Massimo che è sempre gentile e per nulla schivo anche quando è infastidito, un milanese che brandisce la fortuna, l'intelligenza e il buon cuore per lo spettacolo. Forse era un po' anche il loro modo di prendersi gioco delle convenzioni e dei conformisti. Il loro darsi di gomito. La loro fratellanza.

Eravate in realtà due facce dello stesso specchio?
"Non lo so. Avevamo due caratteri diversi, ma abbiamo remato entrambi nella stessa direzione. Ho l'ambizione di dire che ci siamo completati e penso che Gian Marco non mi smentirebbe".

Era preparato alla sua scomparsa?
"Non si è mai preparati ai grandi dolori, sono ferite profonde che fanno male a giorni e anni di distanza. Lui era un combattente, ti dava sempre la sensazione che avrebbe scavallato un'altra montagna. E un'altra ancora. Per questo mi fa dire: se n'è andato ed è stata una sorpresa durissima da accettare".

Quando lo ha visto l'ultima volta e che cosa vi siete detti?
"È stato venerdì scorso. Abbiamo parlato come al solito delle nostre famiglie e del lavoro. Era contento perché la Saras stava andando bene in Borsa, avevamo fatto qualche piccolo progresso. Mi sembrava che lui stesse meglio. Poi domenica la situazione si è improvvisamente aggravata, nella notte è precipitata".

Quasi dieci anni di distanza tra voi due. Che cosa avevate, soprattutto, in comune?
"L'insegnamento di nostro padre che si può racchiudere in una frase sola: fate sempre le cose per bene. Vede, abbiamo avuto genitori bellissimi. Dobbiamo tutto a loro. Ricordo me bambino e Gian Marco adolescente, un periodo che ha costruito il nostro legame, le cose in cui mi ha aiutato, le confidenze, il mio spirito di emulazione. E poi l'avventura professionale che abbiamo lungamente condiviso. Una vita".

Le riporto la battuta facile che correva a Milano. Gian Marco fa i soldi e Massimo li spende. Moratti ride, è lo stile che usa per replicare alle cattiverie.
"Una sciocchezza. Mi creda, non abbiamo mai litigato per un motivo che meriti di essere ricordato. Ci univano i sentimenti, non il lavoro. In azienda sapevamo sostituirci l'uno all'altro, anche se ciascuno aveva i suoi settori e responsabilità differenti".

In che cosa eccelleva suo fratello?
"Possedeva in particolare tre qualità: il buonsenso, la pazienza e l'umiltà di volere ascoltare le opinioni degli altri. Eppoi era tenace, una tenacia tale che mi pareva gli conferisse una patina di invincibilità. Stavi accanto a lui e ti sentivi al sicuro".

Non le ha mai detto: frena con l'Inter, smettila di innamorarti di Recoba e tutti gli altri, di spendere tutti quei soldi per un antico amore?
"No. So che lei non ci crederà, ma non me lo ha mai detto. Anche Gian Marco amava l'Inter, era un suo grande tifoso. Ma non ha mai voluto essere coinvolto nella gestione della società e della squadra. Non voleva essere invadente, ha sempre preteso e dato rispetto".

Come lo ricorderà?
"Era mio fratello. E nella parola fratello trovo tutto ciò che voglio dire di lui. Posso aggiungere solo una cosa piccola e semplice: è stato una persona buona".