L’opinione estera occidentale guarda al nostro Paese con straordinaria attenzione. Poco informato delle beghe tra e nei partiti e delle questioni sociali che affaticano gli italiani, dal lavoro alla sanità fino alla scuola, chi ci osserva da fuori vede essenzialmente due cose: la sperimentazione pentastellata e il fascismo di ritorno. Il Movimento 5 Stelle incuriosisce come un esperimento in laboratorio; e contribuisce a dare al nostro Paese lo scettro dell’innovazione politica nel caotico panorama della democrazia del dopo partiti di massa, ormai confinante con il populismo che conquista i governi. E quindi, la galassia della destra nuova che si radica su quella vecchia è l’oggetto di un interesse che preoccupa.
Il 5 marzo, quanto vicina sarà l’Italia all’Austria e alla Polonia? Paesi cattolicissimi che stanno cercando di cambiare i rapporti della democrazia con il liberalismo, non quello del mercato con il quale hanno un’otti…
Il 5 marzo, quanto vicina sarà l’Italia all’Austria e alla Polonia? Paesi cattolicissimi che stanno cercando di cambiare i rapporti della democrazia con il liberalismo, non quello del mercato con il quale hanno un’otti…
L’opinione estera occidentale guarda al nostro Paese con straordinaria attenzione. Poco informato delle beghe tra e nei partiti e delle questioni sociali che affaticano gli italiani, dal lavoro alla sanità fino alla scuola, chi ci osserva da fuori vede essenzialmente due cose: la sperimentazione pentastellata e il fascismo di ritorno. Il Movimento 5 Stelle incuriosisce come un esperimento in laboratorio; e contribuisce a dare al nostro Paese lo scettro dell’innovazione politica nel caotico panorama della democrazia del dopo partiti di massa, ormai confinante con il populismo che conquista i governi. E quindi, la galassia della destra nuova che si radica su quella vecchia è l’oggetto di un interesse che preoccupa.
Il 5 marzo, quanto vicina sarà l’Italia all’Austria e alla Polonia? Paesi cattolicissimi che stanno cercando di cambiare i rapporti della democrazia con il liberalismo, non quello del mercato con il quale hanno un’ottima intesa, ma quello dei diritti, della tolleranza, del rispetto della diversità. La coalizione guidata da Forza Italia ha in sé una non piccola contraddizione a questo riguardo: mentre cerca di attirare i voti della destra più estrema e fascista senza infingimenti, incorona come leader Antonio Tajani, un politico belusconiano che si è conquistato una patente europea di tutto rispetto. Come il Ppe potrà accettare che un suo partito governi un Paese membro insieme a una destra anti europea e fortemente razzista? Sono contraddizioni non piccole.
Altrettanto evidenti sono quelle di un Silvio Berlusconi che si atteggia a moderatore degli estremisti di destra, ma non disdegna di fare l’occhiolino agli xenofobi; per competere con la Lega sullo stesso bacino elettorale e rafforzarsi a sue spese: come leggere sennò la sua proposta di espellere seicentomila profughi in reazione alla sparatoria di Macerata? Al di là della prevedibile radicalizzazione populista nel rush finale della campagna elettorale, vi è un filo che lega moderati o radicali di destra e che fa allertare i nostri osservatori: il fatto che appellarsi al fascismo sia diventato parte del loro linguaggio politico.
Cercare di relegarlo alla periferia dei partiti parlamentari (magari con la retorica degli opposti estremismi) non funziona, se è vero che in parte gli estremisti di destra ricevono la patente di accettabilità nelle istituzioni proprio dal leader della coalizione che si candida a governare uno dei più importanti Paesi europei. Non è sufficiente che Berlusconi assicuri di moderare Salvini e Meloni: la sua parola non convince, perché ha dimostrato di essere egli stesso disposto, quando gli conviene, a usare non meno bene di loro lo stesso loro linguaggio.
Il 5 marzo, quanto vicina sarà l’Italia all’Austria e alla Polonia? Paesi cattolicissimi che stanno cercando di cambiare i rapporti della democrazia con il liberalismo, non quello del mercato con il quale hanno un’ottima intesa, ma quello dei diritti, della tolleranza, del rispetto della diversità. La coalizione guidata da Forza Italia ha in sé una non piccola contraddizione a questo riguardo: mentre cerca di attirare i voti della destra più estrema e fascista senza infingimenti, incorona come leader Antonio Tajani, un politico belusconiano che si è conquistato una patente europea di tutto rispetto. Come il Ppe potrà accettare che un suo partito governi un Paese membro insieme a una destra anti europea e fortemente razzista? Sono contraddizioni non piccole.
Altrettanto evidenti sono quelle di un Silvio Berlusconi che si atteggia a moderatore degli estremisti di destra, ma non disdegna di fare l’occhiolino agli xenofobi; per competere con la Lega sullo stesso bacino elettorale e rafforzarsi a sue spese: come leggere sennò la sua proposta di espellere seicentomila profughi in reazione alla sparatoria di Macerata? Al di là della prevedibile radicalizzazione populista nel rush finale della campagna elettorale, vi è un filo che lega moderati o radicali di destra e che fa allertare i nostri osservatori: il fatto che appellarsi al fascismo sia diventato parte del loro linguaggio politico.
Cercare di relegarlo alla periferia dei partiti parlamentari (magari con la retorica degli opposti estremismi) non funziona, se è vero che in parte gli estremisti di destra ricevono la patente di accettabilità nelle istituzioni proprio dal leader della coalizione che si candida a governare uno dei più importanti Paesi europei. Non è sufficiente che Berlusconi assicuri di moderare Salvini e Meloni: la sua parola non convince, perché ha dimostrato di essere egli stesso disposto, quando gli conviene, a usare non meno bene di loro lo stesso loro linguaggio.