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(ansa)

Nel marchio agli antifascisti c’è il vento dell’odio

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Segnalare con un adesivo le residenze degli antifascisti in una città. Varcare il limite della riservatezza, della tranquillità di case e percorsi familiari. Una minaccia diretta che punta a dividere, discriminare, sottolineando differenze non componibili. Le parole sono pietre, segnano le culture, vengono trasmesse, modificate o comunicate in contesti diversi. Il passato è pieno di esempi di atti pubblici che usano le parole per offendere, mettere sulla difensiva.

Il primo passo è quello di marcare una differenza, additare in pubblico un’identità altra e quindi pericolosa. Sembra un destino che si ripete: come i cartelli sui negozi degli ebrei, le scritte contro gli african american o i sudafricani di colore. Come si può cercare ancora di distinguere e marcare identità, appartenenze, convinzioni e idee? Sembra un brutto sogno, un film che dal passato riemerge pericoloso. Ma questa volta il messaggio è più profondo,…
Segnalare con un adesivo le residenze degli antifascisti in una città. Varcare il limite della riservatezza, della tranquillità di case e percorsi familiari. Una minaccia diretta che punta a dividere, discriminare, sottolineando differenze non componibili. Le parole sono pietre, segnano le culture, vengono trasmesse, modificate o comunicate in contesti diversi. Il passato è pieno di esempi di atti pubblici che usano le parole per offendere, mettere sulla difensiva.

Il primo passo è quello di marcare una differenza, additare in pubblico un’identità altra e quindi pericolosa. Sembra un destino che si ripete: come i cartelli sui negozi degli ebrei, le scritte contro gli african american o i sudafricani di colore. Come si può cercare ancora di distinguere e marcare identità, appartenenze, convinzioni e idee? Sembra un brutto sogno, un film che dal passato riemerge pericoloso. Ma questa volta il messaggio è più profondo, porta con sé un cambio di significato per termini e culture che hanno accompagnato il dopoguerra della Repubblica italiana.

Due i piani di lettura. Uno riguarda il significato della parola, il peso semantico dell’antifascismo che contiene e trasmette una parabola positiva che affonda le radici nella storia del Paese, nella fine della dittatura e nelle premesse costitutive della stagione successiva al 1945. È come se si volesse interrompere l’eredità di un cammino: l’antifascismo ha segnato generazioni d’italiani, ha contenuto differenze insopprimibili, ha favorito la costruzione di un’architettura comune. Sembrerebbe scontato richiamarne il valore fondante, la carica costituente, il risvolto inclusivo di una tensione continua. Eppure nulla è scontato nel nostro tempo. Le parole hanno bisogno di essere utilizzate con attenzione, serietà, rigore.

Troppo spesso il ricorso al fascismo diventa una denuncia indistinta che accomuna situazioni e contesti distanti tra loro. E sull’altro versante l’antifascismo costituzionale non può essere considerato un arcaico richiamo a stagioni lontane. La forza di una democrazia è quella di misurare le parole, collocarle nello spazio e nel tempo dando loro un senso conseguente. Si arriva fino al punto di rovesciare il significato dell’antifascismo come se fosse la premessa di un comportamento inaccettabile, la base di un’identità da estirpare, il seme di una divisione tra culture.

La storia ci mette in guardia, il vento dell’odio rischia di unire parole e gesti, proclami e azioni. Non sarebbe la prima volta. Non è mai troppo tardi per opporsi, prendere le distanze: un gesto, una dichiarazione, un richiamo al terreno condiviso di un cammino comune che possa sconfiggere tanto le parole dell’odio quanto l’indifferenza che può sostenerle.