Elezioni 2018: cinque lezioni per l’Europa
Marc Lazar, di MARC LAZARLa dinamica populista ora non si arresterà. La sua forza trasformerà le nostre democrazie in popolocrazia
Ci sono molte lezioni da trarre dallo spoglio dei voti del 4 marzo. Tuttavia, almeno cinque di esse non riguardano soltanto l'Italia ma l'Europa. La prima è che la sinistra riformista italiana non si sottrae alla crisi che colpisce tutta la sinistra europea continentale. La seconda riguarda la destra moderata che in Italia si è organizzata attorno a Forza Italia. Ebbene, come in altri paesi europei, questo tipo di destra ha appena subìto un serio smacco.
La terza lezione è la più significativa: il voto del 4 marzo dimostra che l'Italia rimane più che mai un'officina di populismi. Questi movimenti proclamano l'antagonismo irriducibile del popolo, che le élite dei dirigenti presumono unito e omogeneo, intento a complottare in permanenza contro il premier. Le élite intendono la società in base a uno schema semplificato e iperbolico che deve essere privato dei suoi elementi ritenuti allogeni, gli stranieri…
La terza lezione è la più significativa: il voto del 4 marzo dimostra che l'Italia rimane più che mai un'officina di populismi. Questi movimenti proclamano l'antagonismo irriducibile del popolo, che le élite dei dirigenti presumono unito e omogeneo, intento a complottare in permanenza contro il premier. Le élite intendono la società in base a uno schema semplificato e iperbolico che deve essere privato dei suoi elementi ritenuti allogeni, gli stranieri…
Ci sono molte lezioni da trarre dallo spoglio dei voti del 4 marzo. Tuttavia, almeno cinque di esse non riguardano soltanto l'Italia ma l'Europa. La prima è che la sinistra riformista italiana non si sottrae alla crisi che colpisce tutta la sinistra europea continentale. La seconda riguarda la destra moderata che in Italia si è organizzata attorno a Forza Italia. Ebbene, come in altri paesi europei, questo tipo di destra ha appena subìto un serio smacco.
La terza lezione è la più significativa: il voto del 4 marzo dimostra che l'Italia rimane più che mai un'officina di populismi. Questi movimenti proclamano l'antagonismo irriducibile del popolo, che le élite dei dirigenti presumono unito e omogeneo, intento a complottare in permanenza contro il premier. Le élite intendono la società in base a uno schema semplificato e iperbolico che deve essere privato dei suoi elementi ritenuti allogeni, gli stranieri o le élite, per l'appunto. Suggeriscono che ci siano solo soluzioni semplici e nessun problema complicato. Infine, nella maggior parte dei casi, si incarnano attraverso la figura di un uomo provvidenziale, talora davvero carismatico.
Orbene, l'Italia ha visto sbocciare una grande varietà di populismi. Con destini diversi. C'è il populismo di Silvio Berlusconi, quasi premonitore rispetto a quello di Donald Trump, che sta per uscire di scena in seguito a queste elezioni e mantiene alcuni fedelissimi nel nord. C'è il populismo della Lega Nord, che alla svolta degli anni Novanta era regionalista, espressione della parte ricca dell'Italia che non voleva più sobbarcarsi il peso del Sud, ha voluto trasformarsi in Lega nazionale, su modello del Front National. Domenica la Lega Nord è diventata Lega del nord e del centro, ma non è riuscita a mettere radici nel sud. È stata sostenuta da una dinamica forte, grazie alle posizioni rigide che ha assunto nei confronti dell'immigrazione, dei migranti e dell'Unione europea. Per di più, l'Italia ha dato vita a un populismo che non è classificabile secondo le tipologie dei populismi europei: è quello del Movimento Cinque Stelle, che difende posizioni di sinistra, di destra e anche ecologiste. Questa formazione acchiappa-tutto abbina l'orizzontalità democratica per mezzo di internet e la verticalità dei suoi dirigenti che, in definitiva, hanno sempre la preminenza assoluta. Luigi Di Maio ha cambiato il Dna del suo movimento sforzandosi di renderlo credibile e ammettendo la possibilità di formare alleanze per governare.
I populisti della Lega e del Movimento 5 Stelle hanno divergenze reali. Ma hanno anche convergenze. In particolare - benché Luigi Di Maio abbia moderato i toni durante la campagna - hanno in comune una grande diffidenza nei confronti dell'Unione europea. La Lega e il M5S alimentano e acuiscono l'euro-morosità e l'euroscetticismo degli italiani. E questa è la quarta lezione da apprendere. Un elettore su due ha votato per partiti contrari all'Unione europea, mentre il Pd e la lista Bonino, che hanno fatto campagna a favore dell'Europa, hanno raccolto le preferenze di meno di un elettore su quattro. Certo, ci sono altre motivazioni per questi voti differenti. Ma i risultati sono in ogni caso significativi.
Infine, eccoci all'ultima riflessione: la dinamica dei populisti non si arresterà a queste elezioni. La loro presenza, la loro forza stanno per trasformare le fondamenta stesse delle nostre democrazie, perché impongono i loro temi all'agenda politica, il loro stile, la loro maniera di fare politica, le loro tempistiche (sempre urgenti) e l'idea che il popolo sovrano sia onnipotente, mettendo così in secondo piano le altre forme e procedure della democrazia libera e rappresentativa. Il 4 marzo l'Italia forse è rientrata in una nuova fase della democrazia che, con Ilvo Diamanti, chiamavamo popolocrazia.
Traduzione di Anna Bissanti
La terza lezione è la più significativa: il voto del 4 marzo dimostra che l'Italia rimane più che mai un'officina di populismi. Questi movimenti proclamano l'antagonismo irriducibile del popolo, che le élite dei dirigenti presumono unito e omogeneo, intento a complottare in permanenza contro il premier. Le élite intendono la società in base a uno schema semplificato e iperbolico che deve essere privato dei suoi elementi ritenuti allogeni, gli stranieri o le élite, per l'appunto. Suggeriscono che ci siano solo soluzioni semplici e nessun problema complicato. Infine, nella maggior parte dei casi, si incarnano attraverso la figura di un uomo provvidenziale, talora davvero carismatico.
Orbene, l'Italia ha visto sbocciare una grande varietà di populismi. Con destini diversi. C'è il populismo di Silvio Berlusconi, quasi premonitore rispetto a quello di Donald Trump, che sta per uscire di scena in seguito a queste elezioni e mantiene alcuni fedelissimi nel nord. C'è il populismo della Lega Nord, che alla svolta degli anni Novanta era regionalista, espressione della parte ricca dell'Italia che non voleva più sobbarcarsi il peso del Sud, ha voluto trasformarsi in Lega nazionale, su modello del Front National. Domenica la Lega Nord è diventata Lega del nord e del centro, ma non è riuscita a mettere radici nel sud. È stata sostenuta da una dinamica forte, grazie alle posizioni rigide che ha assunto nei confronti dell'immigrazione, dei migranti e dell'Unione europea. Per di più, l'Italia ha dato vita a un populismo che non è classificabile secondo le tipologie dei populismi europei: è quello del Movimento Cinque Stelle, che difende posizioni di sinistra, di destra e anche ecologiste. Questa formazione acchiappa-tutto abbina l'orizzontalità democratica per mezzo di internet e la verticalità dei suoi dirigenti che, in definitiva, hanno sempre la preminenza assoluta. Luigi Di Maio ha cambiato il Dna del suo movimento sforzandosi di renderlo credibile e ammettendo la possibilità di formare alleanze per governare.
I populisti della Lega e del Movimento 5 Stelle hanno divergenze reali. Ma hanno anche convergenze. In particolare - benché Luigi Di Maio abbia moderato i toni durante la campagna - hanno in comune una grande diffidenza nei confronti dell'Unione europea. La Lega e il M5S alimentano e acuiscono l'euro-morosità e l'euroscetticismo degli italiani. E questa è la quarta lezione da apprendere. Un elettore su due ha votato per partiti contrari all'Unione europea, mentre il Pd e la lista Bonino, che hanno fatto campagna a favore dell'Europa, hanno raccolto le preferenze di meno di un elettore su quattro. Certo, ci sono altre motivazioni per questi voti differenti. Ma i risultati sono in ogni caso significativi.
Infine, eccoci all'ultima riflessione: la dinamica dei populisti non si arresterà a queste elezioni. La loro presenza, la loro forza stanno per trasformare le fondamenta stesse delle nostre democrazie, perché impongono i loro temi all'agenda politica, il loro stile, la loro maniera di fare politica, le loro tempistiche (sempre urgenti) e l'idea che il popolo sovrano sia onnipotente, mettendo così in secondo piano le altre forme e procedure della democrazia libera e rappresentativa. Il 4 marzo l'Italia forse è rientrata in una nuova fase della democrazia che, con Ilvo Diamanti, chiamavamo popolocrazia.
Traduzione di Anna Bissanti