Elezioni 2018: Di Maio ha fatto il pieno dei delusi, ma la vera sfida comincia ora
Sebastiano Messina
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di SEBASTIANO MESSINA
Il leader M5S ha portato a casa un risultato che può diventare storico. E l'ha ottenuto anche riscrivendo le regole del Movimento
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
E così Luigi Di Maio si ritrova, a 31 anni - la stessa età del nuovo cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che anzi è più giovane di 51 giorni - a capo del movimento anti-sistema più votato di tutta l'Europa. Perché mai nessun leader neopopulista, nella storia recente del Vecchio Continente, era mai riuscito a raccogliere tanti voti. Non lo spagnolo Pablo Iglesias, che con il suo Podemos si è fermato al 21,5 per cento, né l'inglese Nigel Farage, che quattro anni fa fece toccare all'Ukip il 27 per cento, e neppure l'austriaco Heinz-Christian Strache, che l'anno scorso arrivò terzo col suo 26 per cento. Di Maio, "capo politico" del Movimento 5 Stelle da appena sei mesi, ieri sera è dunque andato a dormire portandosi in tasca un risultato che non è esagerato definire storico.
I numeri usciti dalle urne hanno superato persino le più rosee previsioni dei sondaggisti sui pentas…
E così Luigi Di Maio si ritrova, a 31 anni - la stessa età del nuovo cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che anzi è più giovane di 51 giorni - a capo del movimento anti-sistema più votato di tutta l'Europa. Perché mai nessun leader neopopulista, nella storia recente del Vecchio Continente, era mai riuscito a raccogliere tanti voti. Non lo spagnolo Pablo Iglesias, che con il suo Podemos si è fermato al 21,5 per cento, né l'inglese Nigel Farage, che quattro anni fa fece toccare all'Ukip il 27 per cento, e neppure l'austriaco Heinz-Christian Strache, che l'anno scorso arrivò terzo col suo 26 per cento. Di Maio, "capo politico" del Movimento 5 Stelle da appena sei mesi, ieri sera è dunque andato a dormire portandosi in tasca un risultato che non è esagerato definire storico.
I numeri usciti dalle urne hanno superato persino le più rosee previsioni dei sondaggisti sui pentastellati. Evidentemente chi voleva votarli se n'è infischiato dei furbetti del bonifico, della strage dei congiuntivi e delle giravolte sull'euro. Ha ignorato i pasticci nella scelta dei candidati, espulsi prima ancora di essere eletti. Ha sorvolato sulle gaffe di un candidato premier (figura non prevista dalla Costituzione e neppure dalla legge elettorale) che si è presentato al Quirinale prima del voto, senza ottenere udienza da Mattarella, e poi gli ha inviato per mail la lista dei ministri, infilando uno dopo l'altro tre errori da matita blu.
Nel sorriso spavaldo con cui Di Maio si è presentato venerdì sera nel salotto di Vespa si poteva leggere la sicurezza di chi sapeva di aver già vinto, riuscendo a ribaltare clamorosamente la sconfitta subita alle europee di quattro anni fa per mano di Renzi, ma anche la consapevolezza di essere riuscito nell'impresa affidatagli da Grillo a settembre sul palco di Rimini. Perché nonostante i maldipancia dei compagni di strada, il vero uomo forte del M5S ormai è lui.
Lui ha scritto le nuove regole del Movimento, assegnandosi pieni poteri. Lui ha filtrato e ripulito le liste uscite dalle "parlamentarie". Lui ha scelto i candidati nei collegi uninominali. Lui ha compilato la lista dei ministri. Lui ha steso il programma. Ed è lui, il nuovo "capo politico" dei cinquestelle, votato da 31 mila grillini in una competizione online senza avversari, che è diventato il volto rassicurante di un movimento nato dalle piazze fiammeggianti dei Vaffa-Day.
Eppure, è chiaro che non basta l'abilità di Di Maio a spiegare questo risultato senza precedenti. Numeri così netti ci dicono che, se c'è un'Italia che teme l'ingresso dei grillini nella stanza dei bottoni come una grandinata alla vigilia della vendemmia, c'è un'altra Italia che non vede l'ora di vederceli entrare, e non solo per dare un calcio alla casta e riscuotere finalmente il reddito di cittadinanza o la pensione minima di 780 euro.
Dentro quelle cifre sorprendenti ci sono le speranze acerbe di chi prima diffidava della politica e dei politici, e poi - a torto o a ragione - ha visto nel taglio degli stipendi sventolato in piazza dai parlamentari pentastellati il segno di una novità vera. C'è la rabbia di chi ha un lavoro precario, o non ce l'ha proprio, e vuol credere che con il governo Di Maio la sua vita finalmente cambierà. C'è l'attesa curiosa di chi vede il futuro nei programmi grillini sulle energie rinnovabili. Ma ci sono anche le passioni riaccese di chi una volta votava a sinistra, ma poi ha creduto nel referendum per l'acqua pubblica o in quello sulle trivelle, e ha trovato il Pd dall'altra parte. Ha fatto gli scioperi della scuola contro una riforma che non gli piaceva o ha raccolto le firme contro la riforma costituzionale, e l'avversario era diventato Renzi (dipinto da Grillo come l'amico dei capitalisti e dei banchieri). Così, alla fine, quell'elettore di sinistra si è ritrovato a votare per il M5S sentendosi non il traditore ma il tradito. È la vittoria postuma di Gianroberto Casaleggio, che teorizzando un movimento de-ideologizzato, né di destra né di centro né di sinistra, ne ha fatto l'approdo perfetto per tutti i delusi: di destra, di centro e di sinistra.
Ora comincia però la parte più difficile, per Di Maio. Deve scegliere se mantenere intatta la purezza del movimento, come ha fatto finora rifiutando ogni trattativa su qualsiasi argomento, o pagare il prezzo del compromesso per riuscire a formare un governo. E deve anche decidere se fare del M5S un vero partito, che esca dalla dimensione virtuale della rete, o se ascoltare il monito di Grillo a restare "un movimento biodegradabile", diverso da tutti gli altri partiti e pronto a sparire appena avrà realizzato il Nuovo. Fare i conti con la democrazia: è questa, la sfida che da oggi attende il primo partito d'Italia.