I prestigiatori della politica
Gianrico Carofiglio, di GIANRICO CAROFIGLIO
Oscar Wilde (poi ripreso anche da Groucho Marx) suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. Vale la stessa cosa se hai a che fare con un mascalzone ed entrambe le eventualità non sono improbabili nella contesa politica. Il problema è che non sempre sei in grado di sottrarti alla discussione con l’imbecille o con il mascalzone. Dunque devi essere capace di neutralizzare le mosse scorrette, evitando di farti trascinare su un terreno inappropriato. Ci sono molte tecniche per farlo: una delle più efficaci sta nell’esplicitare con chiarezza, determinazione e possibilmente ironia il tipo di fallacia che sta adoperando l’avversario.
È come far vedere al pubblico il trucco di un prestigiatore. Non è quasi mai un’abilità naturale: richiede studio, preparazione, consapevolezza. La menzogna e la manipolazione ci sono sempre state. I Protocolli dei Savi…
È come far vedere al pubblico il trucco di un prestigiatore. Non è quasi mai un’abilità naturale: richiede studio, preparazione, consapevolezza. La menzogna e la manipolazione ci sono sempre state. I Protocolli dei Savi…
Oscar Wilde (poi ripreso anche da Groucho Marx) suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. Vale la stessa cosa se hai a che fare con un mascalzone ed entrambe le eventualità non sono improbabili nella contesa politica. Il problema è che non sempre sei in grado di sottrarti alla discussione con l’imbecille o con il mascalzone. Dunque devi essere capace di neutralizzare le mosse scorrette, evitando di farti trascinare su un terreno inappropriato. Ci sono molte tecniche per farlo: una delle più efficaci sta nell’esplicitare con chiarezza, determinazione e possibilmente ironia il tipo di fallacia che sta adoperando l’avversario.
È come far vedere al pubblico il trucco di un prestigiatore. Non è quasi mai un’abilità naturale: richiede studio, preparazione, consapevolezza. La menzogna e la manipolazione ci sono sempre state. I Protocolli dei Savi di Sion non sono stati un esempio clamoroso di postverità? E uso l’espressione con fastidio, tenendola con le pinze. Oggi semplicemente le notizie false che si basano su “credenze diffuse” circolano a maggiore velocità di prima. Questo è l’unico vero elemento di novità. Forse possiamo anche dire che in passato c’era una combinazione più o meno proporzionata fra sostanza e manipolazione, mentre oggi la sostanza politica che sta alla base delle false narrazioni è quasi del tutto evanescente.
La manipolazione delle immagini non è una novità — il fotoritocco lo hanno inventato i dittatori del XX secolo, non gli utilizzatori di photoshop — anche se oggi il linguaggio visivo tende ad avere maggiore importanza rispetto a quello della parola scritta. Ci ricordiamo il libro Psicologia delle folle di Gustave Le Bon? Era uno dei testi più amati da Mussolini. Mi spiace, ma dietro l’invenzione della “postverità” vedo solo un gioco intellettuale non particolarmente originale. Un gioco di parole in cui ci si rifugia per sottrarsi al dovere di analizzare le cose e immaginare le soluzioni. La domanda è: «Quindi che si fa?». La mia opinione è che con la categoria di posterità non si faccia molta strada.
Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare», dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore. Che nulla ha a che fare con l’agire politico individuale e collettivo, nutrito di cultura, studio e passione. Cioè l’agire politico come lo intendeva Gramsci.
Non mi piace — diciamo che mi inquieta — l’idea di un ruolo pedagogico attribuito a soggetti portatori di sapere e cultura. Soprattutto se ci riferiamo ai tecnici. Essi possono avere il compito di suggerire soluzioni tecnicamente appropriate a questioni che però dev’essere la politica a porre, affrontare e risolvere. A questo proposito voglio fare un riferimento autocritico alla modifica dell’articolo 81 della Costituzione, quello relativo all’equilibrio di bilancio. Ero in Parlamento e ho votato quella riforma, probabilmente per una percezione distratta. Avrei dovuto pensarci di più, essere più attento, e se mi capitasse ora mi asterrei o forse voterei addirittura contro. Quello dell’articolo 81 mi pare un caso classico di tecnica che deborda su questioni eminentemente politiche, in particolare in un ambito delicato e strategico come quello costituzionale. Le scelte politiche non sono — non possono essere — comparabili a quelle che ti portano ad acquistare un certo detersivo o una specifica marca di biscotti, come sembrano pensare taluni sedicenti esperti di comunicazione politica. Voto con convinzione un partito o un movimento politico se, attraverso i suoi rappresentanti, mi racconta chi siamo, da dove veniamo e naturalmente dove vogliamo andare come collettività unificata dallo stesso sistema di valori. C’è un aforisma di Mahler, un’immagine potente, che penso riguardi quello di cui stiamo parlando: «La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri».
È come far vedere al pubblico il trucco di un prestigiatore. Non è quasi mai un’abilità naturale: richiede studio, preparazione, consapevolezza. La menzogna e la manipolazione ci sono sempre state. I Protocolli dei Savi di Sion non sono stati un esempio clamoroso di postverità? E uso l’espressione con fastidio, tenendola con le pinze. Oggi semplicemente le notizie false che si basano su “credenze diffuse” circolano a maggiore velocità di prima. Questo è l’unico vero elemento di novità. Forse possiamo anche dire che in passato c’era una combinazione più o meno proporzionata fra sostanza e manipolazione, mentre oggi la sostanza politica che sta alla base delle false narrazioni è quasi del tutto evanescente.
La manipolazione delle immagini non è una novità — il fotoritocco lo hanno inventato i dittatori del XX secolo, non gli utilizzatori di photoshop — anche se oggi il linguaggio visivo tende ad avere maggiore importanza rispetto a quello della parola scritta. Ci ricordiamo il libro Psicologia delle folle di Gustave Le Bon? Era uno dei testi più amati da Mussolini. Mi spiace, ma dietro l’invenzione della “postverità” vedo solo un gioco intellettuale non particolarmente originale. Un gioco di parole in cui ci si rifugia per sottrarsi al dovere di analizzare le cose e immaginare le soluzioni. La domanda è: «Quindi che si fa?». La mia opinione è che con la categoria di posterità non si faccia molta strada.
Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare», dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore. Che nulla ha a che fare con l’agire politico individuale e collettivo, nutrito di cultura, studio e passione. Cioè l’agire politico come lo intendeva Gramsci.
Non mi piace — diciamo che mi inquieta — l’idea di un ruolo pedagogico attribuito a soggetti portatori di sapere e cultura. Soprattutto se ci riferiamo ai tecnici. Essi possono avere il compito di suggerire soluzioni tecnicamente appropriate a questioni che però dev’essere la politica a porre, affrontare e risolvere. A questo proposito voglio fare un riferimento autocritico alla modifica dell’articolo 81 della Costituzione, quello relativo all’equilibrio di bilancio. Ero in Parlamento e ho votato quella riforma, probabilmente per una percezione distratta. Avrei dovuto pensarci di più, essere più attento, e se mi capitasse ora mi asterrei o forse voterei addirittura contro. Quello dell’articolo 81 mi pare un caso classico di tecnica che deborda su questioni eminentemente politiche, in particolare in un ambito delicato e strategico come quello costituzionale. Le scelte politiche non sono — non possono essere — comparabili a quelle che ti portano ad acquistare un certo detersivo o una specifica marca di biscotti, come sembrano pensare taluni sedicenti esperti di comunicazione politica. Voto con convinzione un partito o un movimento politico se, attraverso i suoi rappresentanti, mi racconta chi siamo, da dove veniamo e naturalmente dove vogliamo andare come collettività unificata dallo stesso sistema di valori. C’è un aforisma di Mahler, un’immagine potente, che penso riguardi quello di cui stiamo parlando: «La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri».