La sinistra da rifondare
Guido Crainz, di GUIDO CRAINZNessuna strategia sarà mai credibile senza una rivoluzione politica culturale convincente per attori e contenuti
Purtroppo è difficile stupirsi dello scenario che il 4 marzo ha illuminato di luce cruda e che impone riflessioni di lungo periodo, svincolate da tattiche contingenti (e poco realistiche) che rischierebbero di appannarle.
Vi sono infatti alle spalle rovinosi crolli nel rapporto fra i cittadini e il sistema politico con cui non abbiamo fatto realmente i conti: in primo luogo il drammatico affondare della "prima Repubblica" nei primi anni Novanta e - vent'anni dopo - l'inglorioso tracollo di una stagione berlusconiana che a una larga parte del Paese era sembrata una risposta convincente a quel trauma. Certo, essa impastava fraudolentemente corde vecchie e nuove: dall'antistatalismo alle mai morte culture dell'antipolitica; dall'illusionismo dei "miracoli" agli umori fermentati nella "mutazione antropologica" degli anni Ottanta e nella crisi dei partiti novecenteschi.
A suo modo però proponeva "un sogno&quo…
Vi sono infatti alle spalle rovinosi crolli nel rapporto fra i cittadini e il sistema politico con cui non abbiamo fatto realmente i conti: in primo luogo il drammatico affondare della "prima Repubblica" nei primi anni Novanta e - vent'anni dopo - l'inglorioso tracollo di una stagione berlusconiana che a una larga parte del Paese era sembrata una risposta convincente a quel trauma. Certo, essa impastava fraudolentemente corde vecchie e nuove: dall'antistatalismo alle mai morte culture dell'antipolitica; dall'illusionismo dei "miracoli" agli umori fermentati nella "mutazione antropologica" degli anni Ottanta e nella crisi dei partiti novecenteschi.
A suo modo però proponeva "un sogno&quo…
Purtroppo è difficile stupirsi dello scenario che il 4 marzo ha illuminato di luce cruda e che impone riflessioni di lungo periodo, svincolate da tattiche contingenti (e poco realistiche) che rischierebbero di appannarle.
Vi sono infatti alle spalle rovinosi crolli nel rapporto fra i cittadini e il sistema politico con cui non abbiamo fatto realmente i conti: in primo luogo il drammatico affondare della "prima Repubblica" nei primi anni Novanta e - vent'anni dopo - l'inglorioso tracollo di una stagione berlusconiana che a una larga parte del Paese era sembrata una risposta convincente a quel trauma. Certo, essa impastava fraudolentemente corde vecchie e nuove: dall'antistatalismo alle mai morte culture dell'antipolitica; dall'illusionismo dei "miracoli" agli umori fermentati nella "mutazione antropologica" degli anni Ottanta e nella crisi dei partiti novecenteschi.
A suo modo però proponeva "un sogno", invadendo un campo tradizionalmente occupato dalla sinistra: un nefasto inganno, ma solo la crisi economica internazionale ne mostrò la vera miseria e il vero volto. E lo travolse nel 2011, lasciando inaspriti e sperduti milioni di italiani che nell'illusionismo berlusconiano avevano pur creduto: trovò meno anticorpi allora quella "società del rancore" che si era già delineata vent'anni prima.
Nell'ulteriore precipitare della credibilità dei partiti tenne il campo per un attimo la speranza nel "governo dei tecnici" di Mario Monti: inizialmente popolare, va ricordato, ma travolto poi anche dai suoi errori. Potè irrompere definitivamente allora in Sicilia il ciclone a Cinque stelle, che si affermò a livello nazionale anche grazie alla afasia del Pd di Bersani. E che fu frenato solo per breve tempo dall'illusione - questo si è rivelata - del Pd di Renzi e dal suo trionfo alle Europee del 2014. Un trionfo travolto presto nei suoi due cardini: il disatteso impegno a rinnovare radicalmente la politica e una visione del futuro che rimuoveva l'asprezza della crisi. Fu traumatico il primo versante, con un partito abbandonato a se stesso e non di rado, soprattutto nel Mezzogiorno, a potentati locali ben poco virtuosi: per questa via il Pd ha perso molte elezioni amministrative ancor prima del loro svolgersi, incapace di proporre una classe dirigente degna di questo nome. Ed è stato al tempo stesso letale il contrasto fra l'ottimismo volontarista della narrazione renziana e la realtà di un paese duramente piagato.
Alle spalle del 4 marzo vi sono dunque crolli rovinosi che vengono da lontano. E non c'è da chiedersi solo quali disastri provocheranno i due vincitori di oggi ma anche quali saranno gli effetti di quei disastri sul modo di essere del Paese. Sulle sue disillusioni e sui suoi rancori. Senza dimenticare altre inquietudini che il voto ci lascia: gli elettori hanno considerato del tutto irrilevante, ad esempio, la capacità del centrosinistra di accompagnarci, sia pur faticosamente, fuori da un buio tunnel. E lo straordinario successo grillino nel Mezzogiorno andrà analizzato davvero in profondità, risalendo anche qui molto all'indietro.
Sullo sfondo, ineludibili, le domande centrali: che Paese siamo diventati, all'uscita da una crisi che ha reso dolente ogni nervo del nostro corpo sociale? Quale idea di futuro porre al centro del nostro agire collettivo? E come rimodellare un soggetto politico riformatore capace di misurarsi con questi nodi? Nessuna strategia sarà mai credibile infatti se non vi sarà una rifondazione radicale della politica, trasparente e convincente nei suoi contenuti e nei suoi attori: questa è la prima rivoluzione culturale cui la sinistra è chiamata. Se ne è ancora capace e se basterà.
Vi sono infatti alle spalle rovinosi crolli nel rapporto fra i cittadini e il sistema politico con cui non abbiamo fatto realmente i conti: in primo luogo il drammatico affondare della "prima Repubblica" nei primi anni Novanta e - vent'anni dopo - l'inglorioso tracollo di una stagione berlusconiana che a una larga parte del Paese era sembrata una risposta convincente a quel trauma. Certo, essa impastava fraudolentemente corde vecchie e nuove: dall'antistatalismo alle mai morte culture dell'antipolitica; dall'illusionismo dei "miracoli" agli umori fermentati nella "mutazione antropologica" degli anni Ottanta e nella crisi dei partiti novecenteschi.
A suo modo però proponeva "un sogno", invadendo un campo tradizionalmente occupato dalla sinistra: un nefasto inganno, ma solo la crisi economica internazionale ne mostrò la vera miseria e il vero volto. E lo travolse nel 2011, lasciando inaspriti e sperduti milioni di italiani che nell'illusionismo berlusconiano avevano pur creduto: trovò meno anticorpi allora quella "società del rancore" che si era già delineata vent'anni prima.
Nell'ulteriore precipitare della credibilità dei partiti tenne il campo per un attimo la speranza nel "governo dei tecnici" di Mario Monti: inizialmente popolare, va ricordato, ma travolto poi anche dai suoi errori. Potè irrompere definitivamente allora in Sicilia il ciclone a Cinque stelle, che si affermò a livello nazionale anche grazie alla afasia del Pd di Bersani. E che fu frenato solo per breve tempo dall'illusione - questo si è rivelata - del Pd di Renzi e dal suo trionfo alle Europee del 2014. Un trionfo travolto presto nei suoi due cardini: il disatteso impegno a rinnovare radicalmente la politica e una visione del futuro che rimuoveva l'asprezza della crisi. Fu traumatico il primo versante, con un partito abbandonato a se stesso e non di rado, soprattutto nel Mezzogiorno, a potentati locali ben poco virtuosi: per questa via il Pd ha perso molte elezioni amministrative ancor prima del loro svolgersi, incapace di proporre una classe dirigente degna di questo nome. Ed è stato al tempo stesso letale il contrasto fra l'ottimismo volontarista della narrazione renziana e la realtà di un paese duramente piagato.
Alle spalle del 4 marzo vi sono dunque crolli rovinosi che vengono da lontano. E non c'è da chiedersi solo quali disastri provocheranno i due vincitori di oggi ma anche quali saranno gli effetti di quei disastri sul modo di essere del Paese. Sulle sue disillusioni e sui suoi rancori. Senza dimenticare altre inquietudini che il voto ci lascia: gli elettori hanno considerato del tutto irrilevante, ad esempio, la capacità del centrosinistra di accompagnarci, sia pur faticosamente, fuori da un buio tunnel. E lo straordinario successo grillino nel Mezzogiorno andrà analizzato davvero in profondità, risalendo anche qui molto all'indietro.
Sullo sfondo, ineludibili, le domande centrali: che Paese siamo diventati, all'uscita da una crisi che ha reso dolente ogni nervo del nostro corpo sociale? Quale idea di futuro porre al centro del nostro agire collettivo? E come rimodellare un soggetto politico riformatore capace di misurarsi con questi nodi? Nessuna strategia sarà mai credibile infatti se non vi sarà una rifondazione radicale della politica, trasparente e convincente nei suoi contenuti e nei suoi attori: questa è la prima rivoluzione culturale cui la sinistra è chiamata. Se ne è ancora capace e se basterà.