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I binari stretti di Bruxelles

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La situazione italiana dopo le elezioni costituisce "un fattore di incertezza" per l'andamento dell'economia europea. Lo ha riferito il ministro Pier Carlo Padoan citando l'intervento del commissario Moscovici alla riunione dei ministri finanziari a Bruxelles. Padoan ha anche confermato che il governo uscente non potrà varare la manovra correttiva che ci era stata chiesta a novembre dalla Commissione. Toccherà al nuovo esecutivo, una volta insediato, presentare a Bruxelles un documento programmatico spiegando che cosa intende fare per mantenere i conti pubblici in linea con le richieste dell'Europa. Sempre che intenda farlo.

E proprio qui sta l'incertezza. Ieri a Strasburgo Matteo Salvini ha confermato l'intenzione di violare le regole europee sul deficit e ha ripetuto che la Lega potrebbe portare l'Italia fuori dall'euro. A Roma, invece, Di Maio parlando alla stampa estera è apparso più moderato, ma ha anche dichi…
La situazione italiana dopo le elezioni costituisce "un fattore di incertezza" per l'andamento dell'economia europea. Lo ha riferito il ministro Pier Carlo Padoan citando l'intervento del commissario Moscovici alla riunione dei ministri finanziari a Bruxelles. Padoan ha anche confermato che il governo uscente non potrà varare la manovra correttiva che ci era stata chiesta a novembre dalla Commissione. Toccherà al nuovo esecutivo, una volta insediato, presentare a Bruxelles un documento programmatico spiegando che cosa intende fare per mantenere i conti pubblici in linea con le richieste dell'Europa. Sempre che intenda farlo.

E proprio qui sta l'incertezza. Ieri a Strasburgo Matteo Salvini ha confermato l'intenzione di violare le regole europee sul deficit e ha ripetuto che la Lega potrebbe portare l'Italia fuori dall'euro. A Roma, invece, Di Maio parlando alla stampa estera è apparso più moderato, ma ha anche dichiarato che "tutti ormai in Europa sono d'accordo che la regola del tre per cento (di deficit n.d.r.) debba essere superata". Affermazione che non corrisponde a verità.

Ciò che sta accadendo in Europa va, semmai, nella direzione opposta a quella indicata da Di Maio. I governi europei si preparano ad approvare entro giugno il completamento dell'Unione bancaria. Per arrivarci, sarà necessario che le banche riducano i propri fattori di rischio aumentando la copertura finanziaria dei crediti in sofferenza che hanno in portafoglio. Le opzioni allo studio potrebbero costare care alle banche italiane. Ma nei mesi decisivi della discussione, l'Italia probabilmente non avrà un governo nel pieno dei suoi poteri in grado di rappresentarla.

Più in generale, di fronte al progetto franco-tedesco di riformare la governance della moneta unica creando un ministro delle Finanze dell'eurozona e un fondo monetario europeo gestito da Bruxelles, otto Paesi del Nord (Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Irlanda e i tre baltici) hanno scritto ai partner una lettera di obiezioni che suona come una apologia delle politiche di rigore. Nessuna deviazione dalle regole del Fiscal compact, più restrittive di quelle del Patto di stabilità. Obbligo di ristrutturazione del debito per i Paesi che ricorrono agli aiuti europei e sono sottoposti alla Troika. Drastica riduzione dei rischi come pre-condizione per completare l'Unione bancaria. Niente ministro delle Finanze comune dotato di un bilancio autonomo. Fondo monetario gestito con metodo rigorosamente intergovernativo.

È un pronunciamento contro le riforme proposte da Macron e parzialmente condivise dal prossimo governo tedesco. Ma in realtà è anche un secco richiamo all'Italia. E soprattutto all'Italia del dopo-elezioni, segnata dalla vittoria di partiti programmaticamente contrari alle politiche di rigore nei conti pubblici. Il tempo della flessibilità è finito, dicono i "falchi" del Nord. Se vuole restare nell'Unione monetaria, l'Italia si affretti a mettere in ordine i conti pubblici. Oppure dovrà subire i diktat della Troika e accettare una ristrutturazione del debito. Ma una ristrutturazione del debito, che implica una svalutazione dei titoli di Stato in mano alle famiglie e alle banche, sarebbe un colpo mortale per la nostra economia: molto più duro di qualsiasi manovra di aggiustamento dei conti pubblici.

Altro che "superamento della regola del tre per cento". I binari stretti lungo i quali l'Europa vuole instradare il vagone Italia non sono per nulla flessibili. E un Paese che si presenti senza governo all'appuntamento cruciale per la ridefinizione della governance della moneta unica non avrà, per definizione, grandi margini negoziali. Sullo sfondo, i mercati per ora aspettano fiduciosi, convinti che chiunque entrerà a Palazzo Chigi non avrà alternativa se non quella di piegarsi alle regole europee. Dopo le carote offerte, senza troppo successo, ai governi di centrosinistra, in mano all'Europa sono rimasti solo i bastoni. I vincitori delle elezioni farebbero bene a tenerne conto.