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I Giochi proibiti di Torino

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Sulla vicenda della candidatura olimpica, Torino ha mostrato di poter rappresentare, ancora una volta, un piccolo laboratorio di ciò che potrebbe attenderci nei prossimi mesi a livello nazionale. Perché ha messo in pubblico l’irriducibilità del Movimento 5 Stelle alla politica. Una macchina costruita per abbattere, inutilizzabile per costruire, incapace di articolarsi di fronte alla necessità di mediare. Per questo il tormento dei grillini torinesi è sintomatico e interessa ben al di là della querelle su dove debbano essere svolti i giochi invernali del 2026, se in Piemonte, in Veneto o, inaspettatamente, sui Navigli. 

Il tema vero è perché sia nata una fronda antiGrillo che combatte il fondatore del Movimento con le stesse parole d’ordine con cui il leader ha saputo trasformare la rabbia sociale in istanza politica negli ultimi dieci anni. Il nodo è nel rifiuto di una pattuglia di consiglieri comunali di…
Sulla vicenda della candidatura olimpica, Torino ha mostrato di poter rappresentare, ancora una volta, un piccolo laboratorio di ciò che potrebbe attenderci nei prossimi mesi a livello nazionale. Perché ha messo in pubblico l’irriducibilità del Movimento 5 Stelle alla politica. Una macchina costruita per abbattere, inutilizzabile per costruire, incapace di articolarsi di fronte alla necessità di mediare. Per questo il tormento dei grillini torinesi è sintomatico e interessa ben al di là della querelle su dove debbano essere svolti i giochi invernali del 2026, se in Piemonte, in Veneto o, inaspettatamente, sui Navigli. 

Il tema vero è perché sia nata una fronda antiGrillo che combatte il fondatore del Movimento con le stesse parole d’ordine con cui il leader ha saputo trasformare la rabbia sociale in istanza politica negli ultimi dieci anni. Il nodo è nel rifiuto di una pattuglia di consiglieri comunali di accettare la normalizzazione del Movimento e delle sue parole d’ordine. L’appello di Grillo a sostenere la candidatura olimpica “perché non possiamo essere rappresentati come il partito del no” cozza con la biografia politica di una parte significativa dei grillini. Soprattutto a Torino dove la vittoria di Chiara Appendino alle amministrative si è nutrita di un consistente drappello di voti antisistema provenienti dall’elettorato di sinistra. Quell’area e i suoi rappresentanti nelle istituzioni non possono accettare la logica del compromesso, del passo indietro oggi per poterne fare due avanti domani. Questi sono gli arnesi tradizionali di chi deve governare, mediare interessi sociali contrastanti, dare un indirizzo che tenga conto delle compatibilità. Precisamente tutto ciò che quell’elettorato e quei consiglieri comunali hanno deciso di seppellire aderendo al Movimento. Per accettare la logica della normalizzazione, potevano restare dov’erano, nei partiti tradizionali, dove si vota turandosi il naso. Non si dà l’assalto al Palazzo d’Inverno mettendosi la cravatta e suonando il campanello. 

Tutto questo preoccupa Chiara Appendino, che ieri è riuscita a fatica a strappare l’assenso a una generica “manifestazione di interesse per le Olimpiadi che non è una vera e propria candidatura” alla riunione del Consiglio metropolitano. Bizantinismi, giochi di parole, anche questi tipici arnesi della politica della mediazione, che poi è l’unica strada possibile se non si raccoglie il 51 per cento dei voti. La novità è che quei contorsionismi dovrebbero servire, finora con scarso successo, a mediare all’interno del Movimento e non tra il Movimento e i partiti tradizionali. L’esito probabile della vicenda torinese è che il dissenso (che in Comune ha i numeri per far cadere la Giunta) diventi fazione con cui mediare su tutti gli argomenti più spinosi da qui alla fine del mandato. Insomma una maggioranza sotto ricatto della sua ala estrema e decisiva. Non una corrente, perché quello era precisamente lo strumento con cui i partiti tradizionali si articolavano per mediare. Una fazione, al contrario, sempre pronta in ogni occasione a gettare sul piatto la logica del tutto o nulla. Il segnale torinese preoccupa inevitabilmente anche Di Maio. Perché se si crea a livello nazionale un gruppo di parlamentari irriducibili alla mediazione, un governo a trazione 5Stelle potrebbe avere vita molto difficile. E i dossier su cui accettare compromessi sarebbero ben più difficili da gestire di una candidatura olimpica per il 2026.