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Telecom e la caccia alla volpe

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Il fondo attivista statunitense Elliott, che ha lanciato un attacco alla gestione attuale di Telecom, non è certo un cavaliere bianco. Ha l'obiettivo - del tutto legittimo sul mercato finanziario - di aumentare il valore delle azioni che ha acquistato, anche attraverso operazioni che nel lungo periodo potrebbero depauperare la società - come la scissione e la vendita della rete tlc - e avere effetti immediati come tagli all'occupazione. Non a caso Elliott, che di mestiere prende quote di capitale in società che considera gestite male e poi cerca di convincere altri fondi a votare allo suo stesso modo per ottenere un cambiamento di strategie, un miglioramento dei risultati e poi rivendere i titoli che ha comprato a un prezzo maggiore, è comunemente definito un "fondo avvoltoio". Non si tratta certo di un investitore industriale solido e di lungo periodo.

Ma perché nel cielo volteggi un avvoltoio, a terra ci deve essere una preda. E …
Il fondo attivista statunitense Elliott, che ha lanciato un attacco alla gestione attuale di Telecom, non è certo un cavaliere bianco. Ha l'obiettivo - del tutto legittimo sul mercato finanziario - di aumentare il valore delle azioni che ha acquistato, anche attraverso operazioni che nel lungo periodo potrebbero depauperare la società - come la scissione e la vendita della rete tlc - e avere effetti immediati come tagli all'occupazione. Non a caso Elliott, che di mestiere prende quote di capitale in società che considera gestite male e poi cerca di convincere altri fondi a votare allo suo stesso modo per ottenere un cambiamento di strategie, un miglioramento dei risultati e poi rivendere i titoli che ha comprato a un prezzo maggiore, è comunemente definito un "fondo avvoltoio". Non si tratta certo di un investitore industriale solido e di lungo periodo.

Ma perché nel cielo volteggi un avvoltoio, a terra ci deve essere una preda. E la preda, nello zoo del capitalismo italiano, è la claudicante Telecom, una sorta di manuale sotto forma di azienda di tutto quello che non si sarebbe dovuto fare per creare un forte gruppo di telecomunicazioni europeo: dalla privatizzazione senza veri acquirenti del '97 fino alle scalate fatte a debito. Se però Telecom oggi zoppica è anche perché i suoi attuali azionisti di controllo, i francesi di Vivendi telecomandati da Parigi da Vincent Bolloré, hanno piegato la società ai loro interessi oltre ogni limite del possibile e dell'accettabile. Si comportano da padroni assoluti, come se avessero il 100% e non meno del 30% della società. 

Il campionario degli orrori societari, che anche Elliott ha illustrato agli investitori, è vario e corposo. Operazioni con parti correlate, quindi a rischio di conflitto d'interessi, che si cerca di far passare dando il minimo ascolto agli amministratori di minoranza; opache manovre che trascurano gli interessi della società a favore di quelli di Vivendi, impegnata in una doppia battaglia italiana sui fronti Telecom e Mediaset; buonuscite da decine di milioni (ricordate l'ex amministratore delegato Flavio Cattaneo?) e promesse di bonus anche più ricchi, come nel caso dell'attuale ad Amos Genish, mentre gli azionisti di minoranza vedono il titolo languire. L'elenco potrebbe continuare. 

Certo, Elliott ha proposto di mettere al posto dei sei consiglieri di Telecom scelti da Vivendi altri sei professionisti che in alcuni casi rappresentano l'antico capitalismo italiano. E certo, attaccando Bolloré, il fondo Usa potrebbe indirettamente aiutare Silvio Berlusconi nella difesa del suo indebolito impero politico-aziendale. E nessuno vorrebbe vedere un gruppo come Telecom preda degli avvoltoi. Ma se gli avvoltoi servono a fare un po' di pulizia e a cacciare le volpi - volponi francesi, in particolare - che si aggirano attorno a una società malata, allora ben vengano anche i rapaci.