✕

Stato, parenti e povera gente intorno alle vittime delle Br

Dopo la cerimonia funebre due cortei percorrono le vie di S.Lorenzo
4 minuti di lettura
19 Marzo 1978

 
ROMA - Ed eccoci all'ultima scena della strage di via Fani. Dinanzi all'altare nella basilica patriarcale di San Lorenzo al Verano, lo schieramento è il seguente. A destra la bara del capo-scorta di Moro, il maresciallo Leonardi (sette pallottole). Poi il vice-brigadiere Zizzi (tre pallottole). L'appuntato Ricci (sette pallottole). La guardia Rivera (almeno sette pallottole). Infine la guardia Jozzino (cinque pallottole). Raffaele Jozzino era il più giovane, appena 23 anni, e aveva tentato di uscire dall'Alfetta per fronteggiare il fuoco dei mitragliatori. E' morto con la schiena sulla strada e la pistola in pugno. Adesso lo Stato, che lo pagava trecentocinquantamila al mese, gli ha offerto l'ultima cassa di sinistra e un tricolore con la scritta: "Il presidente della Repubblica".

L'addio a questi cinque servitori della nostra democrazia ci obbliga ancora una volta ad un compito che riempie di sgomento: descriv…
19 Marzo 1978

 
ROMA - Ed eccoci all'ultima scena della strage di via Fani. Dinanzi all'altare nella basilica patriarcale di San Lorenzo al Verano, lo schieramento è il seguente. A destra la bara del capo-scorta di Moro, il maresciallo Leonardi (sette pallottole). Poi il vice-brigadiere Zizzi (tre pallottole). L'appuntato Ricci (sette pallottole). La guardia Rivera (almeno sette pallottole). Infine la guardia Jozzino (cinque pallottole). Raffaele Jozzino era il più giovane, appena 23 anni, e aveva tentato di uscire dall'Alfetta per fronteggiare il fuoco dei mitragliatori. E' morto con la schiena sulla strada e la pistola in pugno. Adesso lo Stato, che lo pagava trecentocinquantamila al mese, gli ha offerto l'ultima cassa di sinistra e un tricolore con la scritta: "Il presidente della Repubblica".

L'addio a questi cinque servitori della nostra democrazia ci obbliga ancora una volta ad un compito che riempie di sgomento: descrivere un altro funerale di morti assassinati. Quanti ne abbiamo descritti o visti descrivere? Quello di piazza Fontana, in un giorno freddo di dicembre, sotto un cielo milanese che era già scuro a mezzogiorno. E poi Calabresi, e Coco, e Croce, e Casalegno, e Ciotta, e il maresciallo Berardi.... Adesso, eccoci in questa basilica romana, una chiesa persino troppo piena di storia che ha visto la sepoltura di Pio IX e di Alcide De Gasperi.

Quella era storia grande, storia di protagonisti che hanno trovato posto sui libri. Ci sarà un posto anche per quel che vediamo in questo pomeriggio disabato, un pomeriggio dolce e pigro, un pomeriggio senza Roma? La prima cosa che in quei libri sarà bene scrivere è proprio questa: Roma era assente, Roma non è venuta. Attorno a San Lorenzo c'erano appena dieci, forse quindicimila persone. E quasi tutta povera gente, gente qualunque. Proprio come i morti.

La seconda scena da descrivere, quella che dà più pena, si svolge sul lato destro della navata. Qui hanno messo i parenti dei cinque. Piangono e parlano con i loro morti. La mamma di Zizzi dice: "Franco, Franco, dimmi qualche cosa. Mi hai chiesto tante volte di aiutarti e io sono qui. La pallottola che ti ha ucciso ha ucciso anche me". Poi un grido: "Franco mio, amore mio, amore mio".

Parla la moglie dell'appuntato Ricci, il carabiniere che da vent'anni faceva l'autista a Moro. E' una signora giovane, bionda, con una pelliccetta da quattro soldi. Si stringe ai due figlioli, Paolo, di dieci anni, e Gianni, di dodici. Si lamenta, un lamento sordo, sempre uguale: "L'hai visto, amore, il babbo tuo? L'hai visto? Guardate babbino nostro. Ci ha abbandonati tutti e tre. Babbino nostro caro, era buono pensava al servizio. Babbino nostro non c'è più"

Poi arriva Cinzia, la figlia di Leonardi. E' una ragazza di 17 anni alta molto bella, assomiglia al padre. La sostengono due ufficiali dei carabinieri. Lei si divincola, si getta sulla bara, singhiozza, grida, si dispera. E poi la mamma di Jozzino. E' venuta da Casola, dal Napoletano, e adesso non vogliono farla stare accanto alla bara del figlio. Lei si impunta, indica la cassa: "Lui sta lì, e io perché non posso stare qui?". Alla fine le daranno una sedia di paglia.

La terza scena da mettere in quel libro potrà essere intitolata: la presenza dello Stato. Grazie al cielo, il paese ufficiale è venuto, tutto. Scriviamolo, questo elenco di presenze, a futura memoria. Il vecchio Pertini. Il ministro Tina Anselmi, Rumor. Poi i sindacalisti: Carniti entra facendosi il segno di croce, e Lama, Macario, Benvenuto. Poi il partito di maggioranza: Zaccagnini, Piccoli, Bartolomei. Salvi, Galloni, Gaspari, Pisanu.

Arriva La Malfa, con i capelli grigi tutti in disordine, l'aria di chi ha la tempesta dentro. Un gruppo di ministri: Malfatti, Pandolfi, Pedini, Ruffini. Poi Emilio Colombo. Il presidente della Corte Costituzionale, Rossi. A piedi, attraversando il sagrato Berlinguer, Pecchioli, Giancarlo Pajetta, Chiaromonte, Perna, Cicchitto, Zagari e Accame. Il sindaco Argan, Pannella e la Bonino. Il presidente dell'Eni, Sette.

Dalla sacrestia passa Cossiga con il capo della polizia Parlato. A mezzogiorno, il ministro dell'Interno era stato all'obitorio, si era inginocchiato davanti a ciascuna bara. Qualcuno dice di aver assistito a un momento di tensione. "Ma che sei venuto a fare qui?", qualche parola aspra. Ecco Ingrao e Fanfani, e Bonifacio e Andreotti. Infine, piccolo, bianco un viso, come rinchiuso in se stesso, Leone.

Sono le quattro in punto e si può dare il via alla quarta scena. La messa funebre, con l'organo che intona il "largo" di Corelli. A celebrare, è l'ordinario militare per l'Italia, Monsignor Mario Schierano. Dice: "Le famiglie che stanno qui davanti a noi siano fiere dei loro uomini. Hanno servito la patria. Il loro sangue serva a cementare la nostra fragile esistenza".

Poi parla il cardinal Poletti. E' un saluto pacato con un ricordo anche per Moro "trattenuto in ingiusta prigionia". Nel libro dovrà esserci anche la presenza di quest'ombra, e l'ossessione di quella foto sulle edizioni straordinarie dei giornali, che la gente sul piazzale si passa di mano in mano. "E' venuta la moglie di Moro, è tra la folla, sul fondo della chiesa" dice un fotografo. Ma nessuno di noi riesce a vederla.

Quel che si vede, e che la tivù ritrasmette in diretta sui due canali, è il parterre occupato dal paese legale. Da Leone in giù, tutti hanno lo sguardo rivolto all'angolo opposto, quello dei parenti dei morti. Ma i parenti piangono e non hanno occhi che per le bare. Zaccagnini è il più provato, uscirà dalla chiesa piangendo. Berlinguer è alle sue spalle, il volto rinsecchito, scavato dalle rughe, grigio.

Non c'è altro da raccontare della messa. Un lungo silenzio fuori dall'ordinanza, suonato da un trombettiere della polizia. Poi levare se ne vanno. Lungo la navata, le accompagnano pianti, lamenti, un paio di grida isolate: "Assassini, li avete uccisi", una tempesta di applausi che prorompe. Eccole all'aperto, incontro alle bandiere che si intravedono sul fondo della pizza: bandiere bianche dei giovani democristiani, bandiere rosse dei giovani comunisti.

I cinque morti lasciano questa Roma che sembra già averli dimenticati. Anche i due cortei abbandonano la piazza. C'è un istante teso poi i gruppi si dividono: i giovani di Zac scandiscono "Dc-libertà", quelli della Fgci intonano "Bella ciao". Si allontana anche lo Stato. Una berlina blu, un'alfetta bianca, un'altra berlina blu, un'altra alfetta bianca. Basta chinarsi e guardare dentro le auto chiare: i colleghi dei morti hanno bene in vista, impugnate, pistole e mitragliette.
 
 
Roma. Dopo i funerali dei cinque agenti si è svolta una assemblea di guardie e sottufficiali di polizia. E' stato approvato all'unanimità un documento che chiede "macchine blindate e corpetti antiproiettile per gli uomini impegnati nelle scorte e armi nuove e più efficaci".