A due settimane dalla chiusura delle urne, il voto ha cambiato la faccia del Paese, ma non quella dei "due vincitori". Di Maio e Salvini si muovono ancora come se fossimo nella fase finale della campagna elettorale, e non in quella iniziale della nuova legislatura. Hanno vinto, ma non hanno i voti per governare da soli. Sono il primo partito e la prima coalizione, ma aspettano una telefonata dagli sconfitti. O si sentono tra loro, ma per parlare d'altro. Questa recita a soggetto, per ora, va in onda in un clima di sorprendente "normalità". Gli italiani osservano, i partner europei aspettano, i mercati ristagnano. Galleggiamo dentro una strana bolla: accidiosa ma molto pericolosa.
Le parole di Salvini nel salotto di Barbara D'Urso lo confermano: stiamo ballando sotto il vulcano. Nel vicolo cieco dell'ingovernabilità si delineano due possibili vie di fuga. Una peggiore dell'altra. La prima è una fuga verso l'ignoto: nessun ac…
Le parole di Salvini nel salotto di Barbara D'Urso lo confermano: stiamo ballando sotto il vulcano. Nel vicolo cieco dell'ingovernabilità si delineano due possibili vie di fuga. Una peggiore dell'altra. La prima è una fuga verso l'ignoto: nessun ac…
A due settimane dalla chiusura delle urne, il voto ha cambiato la faccia del Paese, ma non quella dei "due vincitori". Di Maio e Salvini si muovono ancora come se fossimo nella fase finale della campagna elettorale, e non in quella iniziale della nuova legislatura. Hanno vinto, ma non hanno i voti per governare da soli. Sono il primo partito e la prima coalizione, ma aspettano una telefonata dagli sconfitti. O si sentono tra loro, ma per parlare d'altro. Questa recita a soggetto, per ora, va in onda in un clima di sorprendente "normalità". Gli italiani osservano, i partner europei aspettano, i mercati ristagnano. Galleggiamo dentro una strana bolla: accidiosa ma molto pericolosa.
Le parole di Salvini nel salotto di Barbara D'Urso lo confermano: stiamo ballando sotto il vulcano. Nel vicolo cieco dell'ingovernabilità si delineano due possibili vie di fuga. Una peggiore dell'altra. La prima è una fuga verso l'ignoto: nessun accordo sul nuovo governo e ritorno a elezioni in tempi brevissimi (converrebbe a Cinque Stelle e Lega, che capitalizzerebbero subito questa ulteriore fase di paralisi del "vecchio" sistema e aumenterebbero ulteriormente i propri consensi ispirati all'urgenza del "nuovo", come dimostrano tutti i sondaggi da Ilvo Diamanti a Nando Pagnoncelli). La seconda è una fuga verso l'abisso: saldatura dell'asse tra Di Maio e Salvini (taglierebbe fuori non solo il Pd, ma "liquiderebbe" anche Forza Italia e quel che resta della galassia centrista, ormai ridotta allo stato gassoso).
Il "patto populista-sovranista" che tanto entusiasma Steve Bannon può passare per diversi gradi di intensità. Il patto a bassa intensità è agevole e ormai quasi certo: si spartiscono tra loro le presidenze di Camera e Senato, Montecitorio ai pentastellati e Palazzo Madama ai leghisti (toccherebbe alle opposizioni, ma dallo strappo berlusconiano del '94 il rispetto istituzionale è merce avariata). Il patto a media intensità è possibile, ma non facile: si mettono d'accordo per un governo di scopo affidato a una figura "neutra", e insieme riformano la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza, per poi tornare a elezioni trasformate in un ballottaggio M5S-Lega. Il patto ad alta intensità è improbabile, ma non impossibile: si alleano per un governo di legislatura, magari guidato da una figura "terza", mettendo in comune ministri e programmi. Come ribadisce Salvini: niente è impossibile.
Non sappiamo se e quale può essere l'intensità della convergenza tra questi profeti della "popolocrazia". L'unica cosa certa è che più si stringe la morsa di una maggioranza grillo-leghista, più l'Italia rischia l'osso del collo. Di Maio e Salvini hanno trovato la "chiave" giusta (securitaria e/o assistenziale) per penetrare il muro di solitudini eretto in dieci anni di Grande Crisi intorno alle periferie del Paese (che invece la sinistra non ha neanche cercato, rinchiusa nelle torri d'avorio dei centri storici benestanti e benpensanti). Ma resta un fatto, incontrovertibile: insieme sono una minaccia oggettiva. Lo sono in ogni senso. Sul piano dei valori, e anche su quello dei numeri. Tra flat tax, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero, le promesse fatte dai "due vincitori" viaggiano oltre i 100 miliardi di euro l'anno. Se si sommassero in un programma di governo, come giustamente si aspettano i rispettivi elettorati, cosa ne sarebbe di noi?
Non è solo questione di "vincoli esterni" imposti dalla solita Europa matrigna, dall'odiosa "dittatura" dei mercati o dalle sopracciglia alzate di Merkel e Macron. Ma questo è il "contesto" con il quale dovremo fare i conti, chiunque arrivi a Palazzo Chigi. L'Italia deve varare un Def entro il 10 aprile: cosa ci metteremo dentro? Prima dell'estate ci toccherà forse una manovra correttiva tra i 3 e i 5 miliardi: la faremo, come chiede la Ue? Tra 2018 e 2019 scadono clausole di salvaguardia per 32 miliardi, con relativi e automatici aumenti dell'Iva: con quali entrate alternative pensiamo di disinnescarle? Nel prossimo biennio ci aspettano emissioni di titoli pubblici a medio-lungo termine per quasi 400 miliardi: con la Bce che riduce fino a chiuderli del tutto i rubinetti del Quantitative easing, i privati riusciranno ad assorbirne il 74% nel 2018 e l'85% nel 2019?
Si potrebbe continuare, con queste e molte altre domande. Comprese quelle che riguardano una politica dell'immigrazione affidata agli sceriffi "lumbard" indottrinati dal tribuno in felpa verde. O una politica dell'occupazione gestita dai seguaci del comico genovese, che più che alla "società senza lavoro" immaginata a Cambridge da Joseph Stiglitz sembra ispirata a Una vita in vacanza cantata a Sanremo dallo Stato Sociale. Ma può bastare così, per avere un'idea di quale enorme maleficio possa diventare una somma algebrica e politica tra l'ibrido pentastellato e la destra sovranista.
Hanno vinto le elezioni (e stavolta tutti, a partire dal Capo dello Stato, dovranno tenere conto della volontà popolare). Hanno dunque il diritto di governare (se sono capaci di costruire una maggioranza organica). Ma se si aprisse uno spiraglio per scongiurare questo disastro la sinistra farebbe bene a guardarci dentro. Senza snaturare se stessa, ma senza scommettere sul "tanto peggio tanto meglio". Senza subire alleanze forzose o gestire convergenze parallele, semmai rilanciando sfide politiche. Posino gli smartphone e ascoltino l'Italia profonda. Se c'è un Orbán tricolore alle porte, se avanza un Frankenstein metà grillino metà padano, gli Aventini diventano inutili. Come lo furono per i plebei romani e i deputati antifascisti.
Le parole di Salvini nel salotto di Barbara D'Urso lo confermano: stiamo ballando sotto il vulcano. Nel vicolo cieco dell'ingovernabilità si delineano due possibili vie di fuga. Una peggiore dell'altra. La prima è una fuga verso l'ignoto: nessun accordo sul nuovo governo e ritorno a elezioni in tempi brevissimi (converrebbe a Cinque Stelle e Lega, che capitalizzerebbero subito questa ulteriore fase di paralisi del "vecchio" sistema e aumenterebbero ulteriormente i propri consensi ispirati all'urgenza del "nuovo", come dimostrano tutti i sondaggi da Ilvo Diamanti a Nando Pagnoncelli). La seconda è una fuga verso l'abisso: saldatura dell'asse tra Di Maio e Salvini (taglierebbe fuori non solo il Pd, ma "liquiderebbe" anche Forza Italia e quel che resta della galassia centrista, ormai ridotta allo stato gassoso).
Il "patto populista-sovranista" che tanto entusiasma Steve Bannon può passare per diversi gradi di intensità. Il patto a bassa intensità è agevole e ormai quasi certo: si spartiscono tra loro le presidenze di Camera e Senato, Montecitorio ai pentastellati e Palazzo Madama ai leghisti (toccherebbe alle opposizioni, ma dallo strappo berlusconiano del '94 il rispetto istituzionale è merce avariata). Il patto a media intensità è possibile, ma non facile: si mettono d'accordo per un governo di scopo affidato a una figura "neutra", e insieme riformano la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza, per poi tornare a elezioni trasformate in un ballottaggio M5S-Lega. Il patto ad alta intensità è improbabile, ma non impossibile: si alleano per un governo di legislatura, magari guidato da una figura "terza", mettendo in comune ministri e programmi. Come ribadisce Salvini: niente è impossibile.
Non sappiamo se e quale può essere l'intensità della convergenza tra questi profeti della "popolocrazia". L'unica cosa certa è che più si stringe la morsa di una maggioranza grillo-leghista, più l'Italia rischia l'osso del collo. Di Maio e Salvini hanno trovato la "chiave" giusta (securitaria e/o assistenziale) per penetrare il muro di solitudini eretto in dieci anni di Grande Crisi intorno alle periferie del Paese (che invece la sinistra non ha neanche cercato, rinchiusa nelle torri d'avorio dei centri storici benestanti e benpensanti). Ma resta un fatto, incontrovertibile: insieme sono una minaccia oggettiva. Lo sono in ogni senso. Sul piano dei valori, e anche su quello dei numeri. Tra flat tax, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero, le promesse fatte dai "due vincitori" viaggiano oltre i 100 miliardi di euro l'anno. Se si sommassero in un programma di governo, come giustamente si aspettano i rispettivi elettorati, cosa ne sarebbe di noi?
Non è solo questione di "vincoli esterni" imposti dalla solita Europa matrigna, dall'odiosa "dittatura" dei mercati o dalle sopracciglia alzate di Merkel e Macron. Ma questo è il "contesto" con il quale dovremo fare i conti, chiunque arrivi a Palazzo Chigi. L'Italia deve varare un Def entro il 10 aprile: cosa ci metteremo dentro? Prima dell'estate ci toccherà forse una manovra correttiva tra i 3 e i 5 miliardi: la faremo, come chiede la Ue? Tra 2018 e 2019 scadono clausole di salvaguardia per 32 miliardi, con relativi e automatici aumenti dell'Iva: con quali entrate alternative pensiamo di disinnescarle? Nel prossimo biennio ci aspettano emissioni di titoli pubblici a medio-lungo termine per quasi 400 miliardi: con la Bce che riduce fino a chiuderli del tutto i rubinetti del Quantitative easing, i privati riusciranno ad assorbirne il 74% nel 2018 e l'85% nel 2019?
Si potrebbe continuare, con queste e molte altre domande. Comprese quelle che riguardano una politica dell'immigrazione affidata agli sceriffi "lumbard" indottrinati dal tribuno in felpa verde. O una politica dell'occupazione gestita dai seguaci del comico genovese, che più che alla "società senza lavoro" immaginata a Cambridge da Joseph Stiglitz sembra ispirata a Una vita in vacanza cantata a Sanremo dallo Stato Sociale. Ma può bastare così, per avere un'idea di quale enorme maleficio possa diventare una somma algebrica e politica tra l'ibrido pentastellato e la destra sovranista.
Hanno vinto le elezioni (e stavolta tutti, a partire dal Capo dello Stato, dovranno tenere conto della volontà popolare). Hanno dunque il diritto di governare (se sono capaci di costruire una maggioranza organica). Ma se si aprisse uno spiraglio per scongiurare questo disastro la sinistra farebbe bene a guardarci dentro. Senza snaturare se stessa, ma senza scommettere sul "tanto peggio tanto meglio". Senza subire alleanze forzose o gestire convergenze parallele, semmai rilanciando sfide politiche. Posino gli smartphone e ascoltino l'Italia profonda. Se c'è un Orbán tricolore alle porte, se avanza un Frankenstein metà grillino metà padano, gli Aventini diventano inutili. Come lo furono per i plebei romani e i deputati antifascisti.