Gli occhi chiusi di Facebook
Federico Rampini, di FEDERICO RAMPINIIn molti campi dell'attività economica le imprese hanno doveri da rispettare nei confronti dei consumatori. Nella Rete l'irresponsabilità regna. È troppo spesso una "no man's land" giuridica. Le regole se le sono scritte loro
Dopo il Parlamento inglese, la Commissione Ue e il Congresso di Washington, anche Wall Street reagisce alla tempesta di accuse su Facebook. In una seduta il gigante dei social media ha perso 35 miliardi di dollari di valore ed è stato declassato dalla Top Five della Borsa americana. La Cnn parla di una "crisi esistenziale" per Facebook. E il fondatore Mark Zuckerberg appare stranamente assente, in prima battuta delega le risposte ai suoi sottoposti, quasi che volesse chiamarsi fuori. Ma questa assenza di responsabilità è uno scandalo nello scandalo.
Riassumendo i fatti: questa è la seconda volta che Facebook viene implicato in una torbida vicenda legata all'elezione di Donald Trump. Prima c'era stato l'uso massiccio del social media da parte della propaganda russa, per diffondere fake news e manipolare gli elettori americani. Il secondo scandalo è di natura diversa. Qui il malfattore non ha passaporto russo, ma anglo-americano.…
Riassumendo i fatti: questa è la seconda volta che Facebook viene implicato in una torbida vicenda legata all'elezione di Donald Trump. Prima c'era stato l'uso massiccio del social media da parte della propaganda russa, per diffondere fake news e manipolare gli elettori americani. Il secondo scandalo è di natura diversa. Qui il malfattore non ha passaporto russo, ma anglo-americano.…
Dopo il Parlamento inglese, la Commissione Ue e il Congresso di Washington, anche Wall Street reagisce alla tempesta di accuse su Facebook. In una seduta il gigante dei social media ha perso 35 miliardi di dollari di valore ed è stato declassato dalla Top Five della Borsa americana. La Cnn parla di una "crisi esistenziale" per Facebook. E il fondatore Mark Zuckerberg appare stranamente assente, in prima battuta delega le risposte ai suoi sottoposti, quasi che volesse chiamarsi fuori. Ma questa assenza di responsabilità è uno scandalo nello scandalo.
Riassumendo i fatti: questa è la seconda volta che Facebook viene implicato in una torbida vicenda legata all'elezione di Donald Trump. Prima c'era stato l'uso massiccio del social media da parte della propaganda russa, per diffondere fake news e manipolare gli elettori americani. Il secondo scandalo è di natura diversa. Qui il malfattore non ha passaporto russo, ma anglo-americano. È una società dal nome altisonante quanto ingannevole, Cambridge Analytica, che in realtà non fa studi accademici bensì marketing elettorale in modo tutt'altro che trasparente. Usa Big Data e "modelli psicografici". Ha avuto come finanziatori Steve Bannon, l'ideologo di estrema destra che fu consigliere di Trump, insieme al suo munifico mecenate Robert Mercer, miliardario e ultrà della destra repubblicana. Facebook entra in gioco come comprimario e complice, perché Cambridge Analytica ha saccheggiato i profili personali di 50 milioni di utenti di Facebook. Numero grosso: se si tiene conto dell'effettiva affluenza alle urne, è quasi un terzo dei votanti in un'elezione americana. I dati personali e privati sono stati usati ai fini di una campagna elettorale di tipo subliminale: cioè per confezionare dei messaggi ad hoc, in grado di influenzare i singoli elettori facendo leva sul loro carattere, i gusti e le frequentazioni, le letture, i valori e le sensibilità di ciascuno. Se poi Cambridge Analytica abbia davvero inventato l'algoritmo perfetto per influenzare le coscienze, o se si tratti di ciarlatani e venditori di fumo, è un altro discorso (comunque va ricordato che l'elezione presidenziale del novembre 2016 si è giocata sul filo del rasoio, per minuscole percentuali e spostamenti marginali di voti in pochi Stati-chiave).
Ciò che è grave è il comportamento di Facebook. I vertici del social media hanno saputo di questa vicenda da tempo e hanno taciuto. Non hanno neppure informato né messo in guardia privatamente i 50 milioni di utenti vittime della violazione. Quando lo scandalo è stato denunciato da alcuni giornali inglesi, la prima reazione del top management di Facebook è stata la minaccia di denunciarli per diffamazione. Poi hanno fatto ricorso a giustificazioni penose, ad esempio sostenendo di essersi fidati delle "finalità accademiche" di Cambridge Analytica. Dunque: zero controlli da parte di un social media che profitta di un business multimiliardario, quando qualcuno attinge ai loro dati in modo così massiccio?
Tra le conclusioni che allarmano i media americani, è ancora la Cnn a puntare il dito su questo aspetto: la cosa più grave è che non c'è stata "pirateria" in senso letterale, nessuno ha violato nottetempo la cassaforte, tutto è avvenuto nel rispetto delle regole. S'intende: le regole che Facebook ha fissato per se stesso. È proprio il tema delle regole e della responsabilità, il risvolto più inquietante. In molti altri campi dell'attività economica, le imprese hanno doveri da rispettare nei confronti dei consumatori. Se un prodotto di largo consumo è difettoso o pericoloso, scattano incriminazioni e processi, obbligo di riparare il danno, indennizzi alle vittime. Nella Rete l'irresponsabilità regna. È troppo spesso una no man's land giuridica. Le regole se le sono scritte loro. Per ora le indagini dei Parlamenti sono allo stato preliminare, ma c'è il forte rischio che tutto si concluda con delle rampogne. Altisonanti e innocue.
In questo contesto si viene a sapere che Zuckerberg, tuttora capo azienda e azionista principale di Facebook, ha venduto altri 350 milioni di dollari delle sue azioni. È un altro passo verso la dismissione di 12 miliardi che lui si è data come traguardo. Con questo progressivo (ma parziale) sganciamento, alimenta donazioni, per esempio a grandi università come Harvard e Mit. Zuckerberg sembra attirato dal modello di Bill Gates: lasciare ad altri la gestione dell'azienda che ha fondato e costruirsi una seconda vita come benefattore dell'umanità. Con tutto il rispetto che merita la filantropia, nel suo caso dovrebbe prima riparare gli immensi guasti che ha provocato la sua azienda. Anche nella disseminazione delle fake news, il social media è ben lontano dall'aver offerto degli antidoti efficaci e convincenti.
Riassumendo i fatti: questa è la seconda volta che Facebook viene implicato in una torbida vicenda legata all'elezione di Donald Trump. Prima c'era stato l'uso massiccio del social media da parte della propaganda russa, per diffondere fake news e manipolare gli elettori americani. Il secondo scandalo è di natura diversa. Qui il malfattore non ha passaporto russo, ma anglo-americano. È una società dal nome altisonante quanto ingannevole, Cambridge Analytica, che in realtà non fa studi accademici bensì marketing elettorale in modo tutt'altro che trasparente. Usa Big Data e "modelli psicografici". Ha avuto come finanziatori Steve Bannon, l'ideologo di estrema destra che fu consigliere di Trump, insieme al suo munifico mecenate Robert Mercer, miliardario e ultrà della destra repubblicana. Facebook entra in gioco come comprimario e complice, perché Cambridge Analytica ha saccheggiato i profili personali di 50 milioni di utenti di Facebook. Numero grosso: se si tiene conto dell'effettiva affluenza alle urne, è quasi un terzo dei votanti in un'elezione americana. I dati personali e privati sono stati usati ai fini di una campagna elettorale di tipo subliminale: cioè per confezionare dei messaggi ad hoc, in grado di influenzare i singoli elettori facendo leva sul loro carattere, i gusti e le frequentazioni, le letture, i valori e le sensibilità di ciascuno. Se poi Cambridge Analytica abbia davvero inventato l'algoritmo perfetto per influenzare le coscienze, o se si tratti di ciarlatani e venditori di fumo, è un altro discorso (comunque va ricordato che l'elezione presidenziale del novembre 2016 si è giocata sul filo del rasoio, per minuscole percentuali e spostamenti marginali di voti in pochi Stati-chiave).
Ciò che è grave è il comportamento di Facebook. I vertici del social media hanno saputo di questa vicenda da tempo e hanno taciuto. Non hanno neppure informato né messo in guardia privatamente i 50 milioni di utenti vittime della violazione. Quando lo scandalo è stato denunciato da alcuni giornali inglesi, la prima reazione del top management di Facebook è stata la minaccia di denunciarli per diffamazione. Poi hanno fatto ricorso a giustificazioni penose, ad esempio sostenendo di essersi fidati delle "finalità accademiche" di Cambridge Analytica. Dunque: zero controlli da parte di un social media che profitta di un business multimiliardario, quando qualcuno attinge ai loro dati in modo così massiccio?
Tra le conclusioni che allarmano i media americani, è ancora la Cnn a puntare il dito su questo aspetto: la cosa più grave è che non c'è stata "pirateria" in senso letterale, nessuno ha violato nottetempo la cassaforte, tutto è avvenuto nel rispetto delle regole. S'intende: le regole che Facebook ha fissato per se stesso. È proprio il tema delle regole e della responsabilità, il risvolto più inquietante. In molti altri campi dell'attività economica, le imprese hanno doveri da rispettare nei confronti dei consumatori. Se un prodotto di largo consumo è difettoso o pericoloso, scattano incriminazioni e processi, obbligo di riparare il danno, indennizzi alle vittime. Nella Rete l'irresponsabilità regna. È troppo spesso una no man's land giuridica. Le regole se le sono scritte loro. Per ora le indagini dei Parlamenti sono allo stato preliminare, ma c'è il forte rischio che tutto si concluda con delle rampogne. Altisonanti e innocue.
In questo contesto si viene a sapere che Zuckerberg, tuttora capo azienda e azionista principale di Facebook, ha venduto altri 350 milioni di dollari delle sue azioni. È un altro passo verso la dismissione di 12 miliardi che lui si è data come traguardo. Con questo progressivo (ma parziale) sganciamento, alimenta donazioni, per esempio a grandi università come Harvard e Mit. Zuckerberg sembra attirato dal modello di Bill Gates: lasciare ad altri la gestione dell'azienda che ha fondato e costruirsi una seconda vita come benefattore dell'umanità. Con tutto il rispetto che merita la filantropia, nel suo caso dovrebbe prima riparare gli immensi guasti che ha provocato la sua azienda. Anche nella disseminazione delle fake news, il social media è ben lontano dall'aver offerto degli antidoti efficaci e convincenti.