La ricetta miracolosa di Casaleggio
Stefano Cappellini , di STEFANO CAPPELLINIIl figlio di Gianroberto dice che la Rete sostituirà la democrazia delegata e ne trae motivo di esultanza
Nell'articolo scritto da Davide Casaleggio sul Washington Post per spiegare il successo elettorale del Movimento 5 stelle come trionfo della democrazia diretta manca la risposta a una domanda che rischia di incrinare tutta l'autocelebrazione: chi ha deciso qual è il ruolo di Casaleggio all'interno del Movimento? Su quali basi la piattaforma Rousseau, osannato cuore della democrazia digitale, è di proprietà di un'associazione il cui controllo assoluto è nelle sue mani?
Quale votazione degli iscritti, dei simpatizzanti o di chicchessia ha stabilito che all'azienda Casaleggio confluisca l'obolo mensile di tutti gli eletti 5S? Tutte le scelte politiche del Movimento - rivendica Casaleggio - sono espressione della volontà della Rete. Tutte, scrive lui, e la tesi è certo opinabile: certo non concorderebbero la candidata delle primarie genovesi Cassimatis esautorata via blog, i fautori grillini del sì allo Ius soli, tu…
Quale votazione degli iscritti, dei simpatizzanti o di chicchessia ha stabilito che all'azienda Casaleggio confluisca l'obolo mensile di tutti gli eletti 5S? Tutte le scelte politiche del Movimento - rivendica Casaleggio - sono espressione della volontà della Rete. Tutte, scrive lui, e la tesi è certo opinabile: certo non concorderebbero la candidata delle primarie genovesi Cassimatis esautorata via blog, i fautori grillini del sì allo Ius soli, tu…
Nell'articolo scritto da Davide Casaleggio sul Washington Post per spiegare il successo elettorale del Movimento 5 stelle come trionfo della democrazia diretta manca la risposta a una domanda che rischia di incrinare tutta l'autocelebrazione: chi ha deciso qual è il ruolo di Casaleggio all'interno del Movimento? Su quali basi la piattaforma Rousseau, osannato cuore della democrazia digitale, è di proprietà di un'associazione il cui controllo assoluto è nelle sue mani?
Quale votazione degli iscritti, dei simpatizzanti o di chicchessia ha stabilito che all'azienda Casaleggio confluisca l'obolo mensile di tutti gli eletti 5S? Tutte le scelte politiche del Movimento - rivendica Casaleggio - sono espressione della volontà della Rete. Tutte, scrive lui, e la tesi è certo opinabile: certo non concorderebbero la candidata delle primarie genovesi Cassimatis esautorata via blog, i fautori grillini del sì allo Ius soli, tutti gli esclusi dalle parlamentarie per insindacabile decisione del vertice e, senza allungare oltre l'elenco, qualche altra decina di espulsi per lesa maestà. Più facile che attribuisca al web capacità davvero miracolose chi ha conquistato un posto in Parlamento forte di poche decine di clic proprio su Rousseau. Certo è che tra le decisioni condivise e votate non rientra quella che consente a Casaleggio di vestire i panni di leader dinastico che detta a un autorevole giornale straniero tappe e obiettivi del M5S. Siamo insomma di fronte al vecchio cortocircuito di una forza politica che promette la democrazia diretta ai cittadini ma che rimuove il fatto di non volerla esercitare pienamente al suo interno. Contraddizione che non ha comunque impedito al M5S una crescita elettorale costante e impetuosa.
Di questa crescita Casaleggio prospetta un uso politico sul quale sarebbe interessante conoscere il parere dell'aspirante presidente del Consiglio Luigi Di Maio. Dice il figlio di Gianroberto: la democrazia rappresentativa, che funziona per delega, è morta. Il futuro della democrazia è la Rete. Attenzione, Casaleggio non vuole surrogare i limiti delle nostre democrazie parlamentari con una iniezione di partecipazione. No, dice proprio che la Rete sostituirà la democrazia delegata e naturalmente ne trae motivo di esultanza. Non è un suo brevetto. Già il padre, agli albori del Movimento, aveva diffuso un video che profetizzava l'estinzione di qualunque partito politico e l'organizzazione dell'umanità in reti digitali autogovernate (oltre alla fine di guerre e sciagure varie). Quanto questa assolutizzazione della Rete sia una minaccia all'unica democrazia fin qui sperimentata, seppur malconcia, è evidente anche a chi non abbia confidenza con la vasta letteratura sui totalitarismi distopici. Ma a sorprendere di più è che Casaleggio si cimenti in una apologia della fine del parlamentarismo proprio mentre il suo candidato premier ha bisogno di trovare nelle Camere quei voti che gli mancano per formare un governo a trazione 5 stelle e di cui Di Maio non dispone perché, in attesa che la Rete appiani il problema nei decenni a venire, il 68 per cento degli elettori italiani ha scelto di votare per forze diverse dal M5S.
Non sappiamo se il parere di Di Maio su questa visione di Casaleggio sia stato espresso con la sua affermazione di ieri, "il Parlamento è sacro", prendendone dunque indirettamente le distanze. È comunque un segno di maturazione essersi affacciato alla legislatura con queste parole anziché con l'apriscatole che alcuni parlamentari 5Stelle esibivano sullo scranno nel 2013. Casaleggio e Di Maio sembrano però condividere l'idea che la ricerca di consenso in Parlamento non passi dalla necessità di un'offerta politica alle altre forze. Anzi, a differenza di Di Maio che chiede un sostegno senza nemmeno indicare da quali partiti, Casaleggio non si pone nemmeno il problema. "I partiti sono morti", ha spiegato ieri al Washington Post. Il che non risolve il problema di formare un governo - fastidioso corollario delle democrazie parlamentari - ma serve almeno a tranquillizzare Di Maio sul perché nessuno abbia fin qui bussato alla sua porta per offrirgli i voti.
Quale votazione degli iscritti, dei simpatizzanti o di chicchessia ha stabilito che all'azienda Casaleggio confluisca l'obolo mensile di tutti gli eletti 5S? Tutte le scelte politiche del Movimento - rivendica Casaleggio - sono espressione della volontà della Rete. Tutte, scrive lui, e la tesi è certo opinabile: certo non concorderebbero la candidata delle primarie genovesi Cassimatis esautorata via blog, i fautori grillini del sì allo Ius soli, tutti gli esclusi dalle parlamentarie per insindacabile decisione del vertice e, senza allungare oltre l'elenco, qualche altra decina di espulsi per lesa maestà. Più facile che attribuisca al web capacità davvero miracolose chi ha conquistato un posto in Parlamento forte di poche decine di clic proprio su Rousseau. Certo è che tra le decisioni condivise e votate non rientra quella che consente a Casaleggio di vestire i panni di leader dinastico che detta a un autorevole giornale straniero tappe e obiettivi del M5S. Siamo insomma di fronte al vecchio cortocircuito di una forza politica che promette la democrazia diretta ai cittadini ma che rimuove il fatto di non volerla esercitare pienamente al suo interno. Contraddizione che non ha comunque impedito al M5S una crescita elettorale costante e impetuosa.
Di questa crescita Casaleggio prospetta un uso politico sul quale sarebbe interessante conoscere il parere dell'aspirante presidente del Consiglio Luigi Di Maio. Dice il figlio di Gianroberto: la democrazia rappresentativa, che funziona per delega, è morta. Il futuro della democrazia è la Rete. Attenzione, Casaleggio non vuole surrogare i limiti delle nostre democrazie parlamentari con una iniezione di partecipazione. No, dice proprio che la Rete sostituirà la democrazia delegata e naturalmente ne trae motivo di esultanza. Non è un suo brevetto. Già il padre, agli albori del Movimento, aveva diffuso un video che profetizzava l'estinzione di qualunque partito politico e l'organizzazione dell'umanità in reti digitali autogovernate (oltre alla fine di guerre e sciagure varie). Quanto questa assolutizzazione della Rete sia una minaccia all'unica democrazia fin qui sperimentata, seppur malconcia, è evidente anche a chi non abbia confidenza con la vasta letteratura sui totalitarismi distopici. Ma a sorprendere di più è che Casaleggio si cimenti in una apologia della fine del parlamentarismo proprio mentre il suo candidato premier ha bisogno di trovare nelle Camere quei voti che gli mancano per formare un governo a trazione 5 stelle e di cui Di Maio non dispone perché, in attesa che la Rete appiani il problema nei decenni a venire, il 68 per cento degli elettori italiani ha scelto di votare per forze diverse dal M5S.
Non sappiamo se il parere di Di Maio su questa visione di Casaleggio sia stato espresso con la sua affermazione di ieri, "il Parlamento è sacro", prendendone dunque indirettamente le distanze. È comunque un segno di maturazione essersi affacciato alla legislatura con queste parole anziché con l'apriscatole che alcuni parlamentari 5Stelle esibivano sullo scranno nel 2013. Casaleggio e Di Maio sembrano però condividere l'idea che la ricerca di consenso in Parlamento non passi dalla necessità di un'offerta politica alle altre forze. Anzi, a differenza di Di Maio che chiede un sostegno senza nemmeno indicare da quali partiti, Casaleggio non si pone nemmeno il problema. "I partiti sono morti", ha spiegato ieri al Washington Post. Il che non risolve il problema di formare un governo - fastidioso corollario delle democrazie parlamentari - ma serve almeno a tranquillizzare Di Maio sul perché nessuno abbia fin qui bussato alla sua porta per offrirgli i voti.