La scacchiera dei partiti
Piero Ignazi, di PIERO IGNAZILe contrapposizioni oggi sono nuove. Due le ipotesi: la divisione destra-sinistra e quella sull’establishment
Il sistema partitico italiano è di fronte a un bivio. O si congela nell'assetto tripolare in cui si trova dal 2013, oppure passa a un confronto bipolare, vale a dire, si ritorna a quelle alternanze di schieramenti che abbiamo conosciuto dal 1994 al 2013. La differenza è che le contrapposizioni, oggi, sono del tutto nuove. Due le ipotesi possibili: da un lato, una configurazione che ricalca in qualche misura la divisione destra-sinistra; dall'altro, una che passa per la nuova frattura che attraversa tutta Europa, quella tra establishment e anti-establishment.
La prima rimanda a un confronto tra il centrodestra, ora a trazione leghista ma compatto in quanto condivide il governo di tre Regioni ed è composto da elettorati omogenei, e una inedita alleanza tra Pd e 5Stelle. Su quest'ultima ipotesi si è ricamato considerandola lo sbocco naturale della crisi del Partito democratico. In realtà questa opzione non originerebbe dai democratici che p…
La prima rimanda a un confronto tra il centrodestra, ora a trazione leghista ma compatto in quanto condivide il governo di tre Regioni ed è composto da elettorati omogenei, e una inedita alleanza tra Pd e 5Stelle. Su quest'ultima ipotesi si è ricamato considerandola lo sbocco naturale della crisi del Partito democratico. In realtà questa opzione non originerebbe dai democratici che p…
Il sistema partitico italiano è di fronte a un bivio. O si congela nell'assetto tripolare in cui si trova dal 2013, oppure passa a un confronto bipolare, vale a dire, si ritorna a quelle alternanze di schieramenti che abbiamo conosciuto dal 1994 al 2013. La differenza è che le contrapposizioni, oggi, sono del tutto nuove. Due le ipotesi possibili: da un lato, una configurazione che ricalca in qualche misura la divisione destra-sinistra; dall'altro, una che passa per la nuova frattura che attraversa tutta Europa, quella tra establishment e anti-establishment.
La prima rimanda a un confronto tra il centrodestra, ora a trazione leghista ma compatto in quanto condivide il governo di tre Regioni ed è composto da elettorati omogenei, e una inedita alleanza tra Pd e 5Stelle. Su quest'ultima ipotesi si è ricamato considerandola lo sbocco naturale della crisi del Partito democratico. In realtà questa opzione non originerebbe dai democratici che possono invece permettersi il lusso di stare alla finestra per un giro e guardare dall'alto gli affanni degli altri. Si tratterebbe semmai di una richiesta quasi disperata dei 5Stelle che non sanno come utilizzare il loro 32% e sono costretti a chiedere aiuto al Pd pur di formare un governo.
A favore di questa soluzione gioca la maggiore sensibilità dei pentastellati nei confronti di temi di sinistra (welfare universale, ad esempio) o condivisi dalla componente cattolica dei democrat (aiuti alla natalità, ad esempio). Ovviamente le due formazioni sono divise da una profonda, reciproca, diffidenza e dalle scorie di una conflittualità violentissima, oltre che dai punti programmatici. Tuttavia, nel sentire della sinistra, l'opposizione alla destra è più radicata di quella verso i "populisti" grillini. A meno di considerare il successo del Pd nei quartieri ricchi delle metropoli un segno della mutazione verso ambienti così moderati da orientarlo verso la destra berlusconiana piuttosto che verso il M5S.
A questo scenario, che richiama la divisione destra-sinistra, si contrappone quella tra partiti dell'establishment (Forza Italia e Pd, pur nelle loro enormi differenze) e partiti anti-establishment (Lega, FdI e M5S). Questa configurazione ha un terreno comune più ristretto, limitato ai temi anti-politici ed euroscettici, ma condivide la spinta innovatrice e disgregatrice del "vecchio ordine". Si tratta di una unione dal carattere strumentale più che volta a realizzare politiche, perché il fine ultimo riguarda la nascita di nuova dinamica politica, nuovo contro vecchio. E pur di rovesciare il tavolo il M5S potrebbe accettare l'alleanza con i leghisti anche se questa scelta manda all'aria lo sforzo di accreditamento come forza "responsabile" intrapreso negli ultimi mesi. Anche la Lega pagherebbe dei prezzi perché la rottura con Forza Italia trascinerebbe con sé la fine dei governi locali amministrati dal Carroccio. L'alleanza con Di Maio è una strada senza ritorno per Salvini: o vince la sfida con i 5stelle per l'egemonia nella futura alleanza di governo e diventa centrale nel panorama politico italiano, o perde tutto.
Nell'una e nell'altra configurazione si ritorna a un conflitto bipolare che consente di identificare "governo" e "opposizione", e di innescare una politica di alternanza. Il tripolarismo degli ultimi cinque anni andrebbe in soffitta. E i 5Stelle diventerebbero responsabili primari delle politiche governative, con quello che ne deriva. Sarebbe per loro la definitiva prova di maturità. Dove però si rischia anche una sonora bocciatura.
Rimane infine un'ultima possibilità, quella di un accordo tra tutto il centrodestra e il M5S. Che Berlusconi abbia cambiato radicalmente idea sui grillini nell'arco di qualche nanosecondo non sorprende; ma non basta, perché dall'altra parte non ci sono appigli per giustificare una tale scelta. L'antiberlusconismo del M5S è radicato in quanto il Cavaliere incarna il vecchio, l'establishment e la corruzione, tre bestie nere dei pentastellati; i quali, tra l'altro, hanno in programma interventi sul conflitto d'interessi e sull'assetto radiotelevisivo. Certo, la politica italiana ci ha abituato a tutto, ma è difficile che venga fatto un regalo così grande all'unico partito che rimarrebbe all'opposizione, il Pd.
La prima rimanda a un confronto tra il centrodestra, ora a trazione leghista ma compatto in quanto condivide il governo di tre Regioni ed è composto da elettorati omogenei, e una inedita alleanza tra Pd e 5Stelle. Su quest'ultima ipotesi si è ricamato considerandola lo sbocco naturale della crisi del Partito democratico. In realtà questa opzione non originerebbe dai democratici che possono invece permettersi il lusso di stare alla finestra per un giro e guardare dall'alto gli affanni degli altri. Si tratterebbe semmai di una richiesta quasi disperata dei 5Stelle che non sanno come utilizzare il loro 32% e sono costretti a chiedere aiuto al Pd pur di formare un governo.
A favore di questa soluzione gioca la maggiore sensibilità dei pentastellati nei confronti di temi di sinistra (welfare universale, ad esempio) o condivisi dalla componente cattolica dei democrat (aiuti alla natalità, ad esempio). Ovviamente le due formazioni sono divise da una profonda, reciproca, diffidenza e dalle scorie di una conflittualità violentissima, oltre che dai punti programmatici. Tuttavia, nel sentire della sinistra, l'opposizione alla destra è più radicata di quella verso i "populisti" grillini. A meno di considerare il successo del Pd nei quartieri ricchi delle metropoli un segno della mutazione verso ambienti così moderati da orientarlo verso la destra berlusconiana piuttosto che verso il M5S.
A questo scenario, che richiama la divisione destra-sinistra, si contrappone quella tra partiti dell'establishment (Forza Italia e Pd, pur nelle loro enormi differenze) e partiti anti-establishment (Lega, FdI e M5S). Questa configurazione ha un terreno comune più ristretto, limitato ai temi anti-politici ed euroscettici, ma condivide la spinta innovatrice e disgregatrice del "vecchio ordine". Si tratta di una unione dal carattere strumentale più che volta a realizzare politiche, perché il fine ultimo riguarda la nascita di nuova dinamica politica, nuovo contro vecchio. E pur di rovesciare il tavolo il M5S potrebbe accettare l'alleanza con i leghisti anche se questa scelta manda all'aria lo sforzo di accreditamento come forza "responsabile" intrapreso negli ultimi mesi. Anche la Lega pagherebbe dei prezzi perché la rottura con Forza Italia trascinerebbe con sé la fine dei governi locali amministrati dal Carroccio. L'alleanza con Di Maio è una strada senza ritorno per Salvini: o vince la sfida con i 5stelle per l'egemonia nella futura alleanza di governo e diventa centrale nel panorama politico italiano, o perde tutto.
Nell'una e nell'altra configurazione si ritorna a un conflitto bipolare che consente di identificare "governo" e "opposizione", e di innescare una politica di alternanza. Il tripolarismo degli ultimi cinque anni andrebbe in soffitta. E i 5Stelle diventerebbero responsabili primari delle politiche governative, con quello che ne deriva. Sarebbe per loro la definitiva prova di maturità. Dove però si rischia anche una sonora bocciatura.
Rimane infine un'ultima possibilità, quella di un accordo tra tutto il centrodestra e il M5S. Che Berlusconi abbia cambiato radicalmente idea sui grillini nell'arco di qualche nanosecondo non sorprende; ma non basta, perché dall'altra parte non ci sono appigli per giustificare una tale scelta. L'antiberlusconismo del M5S è radicato in quanto il Cavaliere incarna il vecchio, l'establishment e la corruzione, tre bestie nere dei pentastellati; i quali, tra l'altro, hanno in programma interventi sul conflitto d'interessi e sull'assetto radiotelevisivo. Certo, la politica italiana ci ha abituato a tutto, ma è difficile che venga fatto un regalo così grande all'unico partito che rimarrebbe all'opposizione, il Pd.