Erdogan, scacco matto alla stampa libera
Marco Ansaldo, di MARCO ANSALDO
Hurriyet, il quotidiano laico più importante della Turchia, passa nelle mani di imprenditori vicini a Recep Tayyip Erdogan, e all'ombra del Bosforo le sorti del giornalismo indipendente subiscono l'ennesimo colpo. Uno dei pochi organi di stampa rimasti sufficientemente equidistanti dal potere, nonostante ripetuti rovesci, è finito a una holding il cui presidente è gradito al capo dello Stato. Viceversa, l'uomo d'affari che lo ha venduto, Aydin Dogan, storico imprenditore editoriale, per salvare il suo impero aggredito da critiche, accuse e imposizioni fiscali altissime, ha scelto di dismettere tutto il settore dedicato ai media. Si dedicherà d'ora in poi alle altre attività, energia e costruzioni, per evitare di finire sotto la mannaia di Ankara.
È l'ennesima batosta per la stampa in Turchia. Il nuovo che avanza è invece rappresentato dal capo della cordata di acquirenti, Yildirim Demiroren. Già president…
È l'ennesima batosta per la stampa in Turchia. Il nuovo che avanza è invece rappresentato dal capo della cordata di acquirenti, Yildirim Demiroren. Già president…
Hurriyet, il quotidiano laico più importante della Turchia, passa nelle mani di imprenditori vicini a Recep Tayyip Erdogan, e all'ombra del Bosforo le sorti del giornalismo indipendente subiscono l'ennesimo colpo. Uno dei pochi organi di stampa rimasti sufficientemente equidistanti dal potere, nonostante ripetuti rovesci, è finito a una holding il cui presidente è gradito al capo dello Stato. Viceversa, l'uomo d'affari che lo ha venduto, Aydin Dogan, storico imprenditore editoriale, per salvare il suo impero aggredito da critiche, accuse e imposizioni fiscali altissime, ha scelto di dismettere tutto il settore dedicato ai media. Si dedicherà d'ora in poi alle altre attività, energia e costruzioni, per evitare di finire sotto la mannaia di Ankara.
È l'ennesima batosta per la stampa in Turchia. Il nuovo che avanza è invece rappresentato dal capo della cordata di acquirenti, Yildirim Demiroren. Già presidente del Besiktas calcio attuale campione in carica, uomo adesso alla testa della Federazione che ha ambizioni di ospitare gli Europei del 2024, Demiroren già 8 anni fa aveva acquisito altri media da Dogan, come il quotidiano laico Milliyet, subito trasformato in organo compiacente con il partito conservatore di origine religiosa. Nulla al confronto di quanto accadrà nel 2013 a Sabah, divenuto una sorta di Pravda turca (ma interessante da leggere per cogliere gli umori del vertice), e successivamente ai media vicini all'imam accusato del golpe fallito, Fethullah Gulen, come il quotidiano Zaman: da un giorno all'altro "liberato" dei suoi giornalisti con la polizia in redazione, commissariato dal governo, occupato da cronisti fedelissimi prima della sua brutale chiusura. Hurriyet è solo il gioiello della dismissione attuata da Dogan a favore di Demiroren. Perché la nuova holding ha acquisito, oltre alla testata storica, anche il tabloid Posta, il giornale sportivo Fanatik, e i due influenti canali televisivi CnnTurk e Kanal D. Per l'81enne uomo d'affari turco, la vendita (conclusa per 1,25 miliardi di dollari) era diventata un passo obbligato. Quasi 10 anni fa, con Erdogan già allora potentissimo primo ministro, aveva ingaggiato un braccio di ferro feroce che lo aveva costretto a pagare una super-multa (poi ridotta dal Consiglio di Stato) per presunta evasione fiscale, ma gravida di pesanti conseguenze per la sua attività editoriale. Dopo il mancato golpe del 2016, due alti dirigenti del suo gruppo erano stati anche arrestati per legami con Gulen.
Ora il Sultano controlla tutti i media principali. Un piccolo giornale come Birgun calcola che 21 dei 29 quotidiani a tiratura nazionale facciano parte della stretta cerchia attorno al capo dello Stato, rappresentando il 90% delle copie pubblicate. E la clamorosa operazione finanziaria, mirata a occupare i pochi territori mediatici ancora liberi, marca la presa quasi totale della stampa. Con lo stato d'emergenza post-golpe in vigore, e la repressione che conta 160mila dipendenti pubblici licenziati e 55 mila persone arrestate. Fra queste, 154 giornalisti, editori, traduttori e scrittori.
A rimanere professionalmente vivi, nel deserto turco dei media che fronteggiano la censura, uno sparuto gruppo di corrispondenti stranieri, e poche voci locali confinate nel ridotto di quotidiani quasi privi di pubblicità e di cronisti (imprigionati, come al laico e repubblicano Cumhuriyet). Anche qualche sito indipendente. Non è un caso che la notizia della vendita di Hurriyet sia uscita, a sorpresa, sulla benemerita testata online T24. Segno che lo spazio per informazioni non ufficiali trova sempre la forza e il modo di filtrare.
È l'ennesima batosta per la stampa in Turchia. Il nuovo che avanza è invece rappresentato dal capo della cordata di acquirenti, Yildirim Demiroren. Già presidente del Besiktas calcio attuale campione in carica, uomo adesso alla testa della Federazione che ha ambizioni di ospitare gli Europei del 2024, Demiroren già 8 anni fa aveva acquisito altri media da Dogan, come il quotidiano laico Milliyet, subito trasformato in organo compiacente con il partito conservatore di origine religiosa. Nulla al confronto di quanto accadrà nel 2013 a Sabah, divenuto una sorta di Pravda turca (ma interessante da leggere per cogliere gli umori del vertice), e successivamente ai media vicini all'imam accusato del golpe fallito, Fethullah Gulen, come il quotidiano Zaman: da un giorno all'altro "liberato" dei suoi giornalisti con la polizia in redazione, commissariato dal governo, occupato da cronisti fedelissimi prima della sua brutale chiusura. Hurriyet è solo il gioiello della dismissione attuata da Dogan a favore di Demiroren. Perché la nuova holding ha acquisito, oltre alla testata storica, anche il tabloid Posta, il giornale sportivo Fanatik, e i due influenti canali televisivi CnnTurk e Kanal D. Per l'81enne uomo d'affari turco, la vendita (conclusa per 1,25 miliardi di dollari) era diventata un passo obbligato. Quasi 10 anni fa, con Erdogan già allora potentissimo primo ministro, aveva ingaggiato un braccio di ferro feroce che lo aveva costretto a pagare una super-multa (poi ridotta dal Consiglio di Stato) per presunta evasione fiscale, ma gravida di pesanti conseguenze per la sua attività editoriale. Dopo il mancato golpe del 2016, due alti dirigenti del suo gruppo erano stati anche arrestati per legami con Gulen.
Ora il Sultano controlla tutti i media principali. Un piccolo giornale come Birgun calcola che 21 dei 29 quotidiani a tiratura nazionale facciano parte della stretta cerchia attorno al capo dello Stato, rappresentando il 90% delle copie pubblicate. E la clamorosa operazione finanziaria, mirata a occupare i pochi territori mediatici ancora liberi, marca la presa quasi totale della stampa. Con lo stato d'emergenza post-golpe in vigore, e la repressione che conta 160mila dipendenti pubblici licenziati e 55 mila persone arrestate. Fra queste, 154 giornalisti, editori, traduttori e scrittori.
A rimanere professionalmente vivi, nel deserto turco dei media che fronteggiano la censura, uno sparuto gruppo di corrispondenti stranieri, e poche voci locali confinate nel ridotto di quotidiani quasi privi di pubblicità e di cronisti (imprigionati, come al laico e repubblicano Cumhuriyet). Anche qualche sito indipendente. Non è un caso che la notizia della vendita di Hurriyet sia uscita, a sorpresa, sulla benemerita testata online T24. Segno che lo spazio per informazioni non ufficiali trova sempre la forza e il modo di filtrare.