Qualche volta anche i cinici sono costretti ad arrendersi. È davanti a questa strana onda di emozione che sale, gratuita e senza calcolo, come una sorta di contagio buono. La lunghissima coda che ieri si è creata a Roma per rendere omaggio a Fabrizio Frizzi c'entra con il sentimento di familiarità di cui si è parlato, ma anche con una curiosa forma di riconoscenza: quella che chi fa spettacolo si guadagna sul campo, riempiendo il tempo libero e la solitudine altrui, rendendola per certi versi più vivibile, di sicuro un po' meno cupa. E c'è di mezzo, in questo caso, anche la gentilezza: il tratto che distingueva il personaggio e la persona, tanto più speciale, smagliante e insolito in tempi così nervosi e così ruvidi. La gente in fila, partecipando a un rito, si è trovata coinvolta in un atto di restituzione: dare indietro qualcosa, sì, e intensamente, da sconosciuti a uno "sconosciuto" f…
Qualche volta anche i cinici sono costretti ad arrendersi. È davanti a questa strana onda di emozione che sale, gratuita e senza calcolo, come una sorta di contagio buono. La lunghissima coda che ieri si è creata a Roma per rendere omaggio a Fabrizio Frizzi c'entra con il sentimento di familiarità di cui si è parlato, ma anche con una curiosa forma di riconoscenza: quella che chi fa spettacolo si guadagna sul campo, riempiendo il tempo libero e la solitudine altrui, rendendola per certi versi più vivibile, di sicuro un po' meno cupa. E c'è di mezzo, in questo caso, anche la gentilezza: il tratto che distingueva il personaggio e la persona, tanto più speciale, smagliante e insolito in tempi così nervosi e così ruvidi. La gente in fila, partecipando a un rito, si è trovata coinvolta in un atto di restituzione: dare indietro qualcosa, sì, e intensamente, da sconosciuti a uno "sconosciuto" familiarissimo.
Il legame è stato stretto, nel corso dei decenni, per via di un elettrodomestico - casa per casa, cucina per cucina. E questo sì, sembra il retaggio di un'epoca che muore, o che ci mette parecchio a morire, ma in fondo è già archiviata in un altro calendario della storia. Studiato dai sociologi, discusso dagli antropologi, stigmatizzato da intellettuali cupamente profetici o semplicemente perplessi, il rapporto tra vita quotidiana e televisione - o meglio, l'infiltrazione dell'universo televisivo nella vita quotidiana - resta sempre un po' sfuggente. Puoi chiuderlo in categorie convenzionali, ma ci sta stretto; puoi leggerlo solo al negativo e ti spiazza al positivo, pensi che faccia solo male e invece fa anche un po' di bene. In questo senso, il controcanto all'apocalittica - e non sempre fuori fuoco - condanna dell'industria dell'intrattenimento è scritto nei capitoli di un'autobiografia emotiva e televisiva della nazione. Questi capitoli portano i nomi di Mike Bongiorno e di Enzo Tortora, di Baudo e di Raffaella Carrà, di Corrado e di Fabrizio Frizzi. E portano anche i nomi nostri, in un immenso indice analitico che ci comprende tutti, gli snob e i video-dipendenti: con i pomeriggi di febbre, i programmi visti da bambini, mio nonno che tornava da una giornata di lavoro e seguiva Lascia e raddoppia (perché un quiz, come l'enigmistica, è sempre il modo migliore per alleggerire i pensieri pesanti); o uno che ha potuto studiare più di lui che si iscrive concorrente con il sogno di cambiare vita, come in quella scena geniale di C'eravamo tanto amati - un Paese ipnotizzato e Stefano Satta Floris che bisticcia con Mike. E il giornalista che si vanta di non vedere "L'isola dei famosi" però, se è a casa, vede L'eredità mentre prepara la cena, e chiunque abbia, in una giornata storta, sentito un po' di balsamo in una voce squillante che esclama buonasera o "Allegria!".
Perché è difficile scrivere una storia d'Italia degli ultimi sessant'anni senza la luce azzurrina di un televisore che rischiara una cucina buia, e questa non è una cosa bella né brutta, è una cosa vera. E nell'album di famiglia di chi è nato fino agli anni ottanta devi metterci per forza i presentatori con la cartelletta, i loro sorrisi più o meno sentiti; il loro incidere, senza volerlo, e lasciare ricordi, nelle storie di tutti. Nella odierna tv polverizzata, quella delle serie Netflix e dei palinsesti personali, forse sarà sempre meno possibile - già non lo è più - stringere un patto di affetto con il Conduttore. Il riverito, domestico, transgenerazionale funzionario dello schermo. E sarà più difficile che uno possa ricordare, come accade anche a me in questo istante, certi sabati sera da bambino - la pizza a taglio, l'abitacolo della Panda che si riscalda, e dopo cena Scommettiamo che, con Fabrizio Frizzi che sorride per sempre nel salotto di casa tua.
Il legame è stato stretto, nel corso dei decenni, per via di un elettrodomestico - casa per casa, cucina per cucina. E questo sì, sembra il retaggio di un'epoca che muore, o che ci mette parecchio a morire, ma in fondo è già archiviata in un altro calendario della storia. Studiato dai sociologi, discusso dagli antropologi, stigmatizzato da intellettuali cupamente profetici o semplicemente perplessi, il rapporto tra vita quotidiana e televisione - o meglio, l'infiltrazione dell'universo televisivo nella vita quotidiana - resta sempre un po' sfuggente. Puoi chiuderlo in categorie convenzionali, ma ci sta stretto; puoi leggerlo solo al negativo e ti spiazza al positivo, pensi che faccia solo male e invece fa anche un po' di bene. In questo senso, il controcanto all'apocalittica - e non sempre fuori fuoco - condanna dell'industria dell'intrattenimento è scritto nei capitoli di un'autobiografia emotiva e televisiva della nazione. Questi capitoli portano i nomi di Mike Bongiorno e di Enzo Tortora, di Baudo e di Raffaella Carrà, di Corrado e di Fabrizio Frizzi. E portano anche i nomi nostri, in un immenso indice analitico che ci comprende tutti, gli snob e i video-dipendenti: con i pomeriggi di febbre, i programmi visti da bambini, mio nonno che tornava da una giornata di lavoro e seguiva Lascia e raddoppia (perché un quiz, come l'enigmistica, è sempre il modo migliore per alleggerire i pensieri pesanti); o uno che ha potuto studiare più di lui che si iscrive concorrente con il sogno di cambiare vita, come in quella scena geniale di C'eravamo tanto amati - un Paese ipnotizzato e Stefano Satta Floris che bisticcia con Mike. E il giornalista che si vanta di non vedere "L'isola dei famosi" però, se è a casa, vede L'eredità mentre prepara la cena, e chiunque abbia, in una giornata storta, sentito un po' di balsamo in una voce squillante che esclama buonasera o "Allegria!".
Perché è difficile scrivere una storia d'Italia degli ultimi sessant'anni senza la luce azzurrina di un televisore che rischiara una cucina buia, e questa non è una cosa bella né brutta, è una cosa vera. E nell'album di famiglia di chi è nato fino agli anni ottanta devi metterci per forza i presentatori con la cartelletta, i loro sorrisi più o meno sentiti; il loro incidere, senza volerlo, e lasciare ricordi, nelle storie di tutti. Nella odierna tv polverizzata, quella delle serie Netflix e dei palinsesti personali, forse sarà sempre meno possibile - già non lo è più - stringere un patto di affetto con il Conduttore. Il riverito, domestico, transgenerazionale funzionario dello schermo. E sarà più difficile che uno possa ricordare, come accade anche a me in questo istante, certi sabati sera da bambino - la pizza a taglio, l'abitacolo della Panda che si riscalda, e dopo cena Scommettiamo che, con Fabrizio Frizzi che sorride per sempre nel salotto di casa tua.