Ricostruire il Pd
Guido Crainz, di GUIDO CRAINZServe un congresso di rifondazione che abbia al centro il Paese e sappia coinvolgere le energie più diverse
Il Pd è davvero "a rischio estinzione", come ha scritto Claudio Tito, perché sono franati gli assi portanti della sua impostazione: proprio per questo i tempi di una reale rifondazione non potranno essere brevi. E in assenza di una vera analisi della società italiana e di un credibile progetto di futuro ogni divergenza sulla "tattica" può solo aprire nuove lacerazioni.
È difficile negarlo, la crisi della sinistra che oggi è esplosa viene da molto lontano. La sua difficoltà nel "leggere il mondo" era evidente già nei lontanissimi anni Ottanta, nella crescente incapacità del Partito comunista di comprendere il colossale rimescolamento che scomponeva classi e ceti, travolgeva luoghi e culture del lavoro. E capovolgeva il concetto stesso di modernità, sempre meno coniugata all'avanzare di diritti collettivi e sempre più intrecciata all'affermazione individuale e alla dissolu…
È difficile negarlo, la crisi della sinistra che oggi è esplosa viene da molto lontano. La sua difficoltà nel "leggere il mondo" era evidente già nei lontanissimi anni Ottanta, nella crescente incapacità del Partito comunista di comprendere il colossale rimescolamento che scomponeva classi e ceti, travolgeva luoghi e culture del lavoro. E capovolgeva il concetto stesso di modernità, sempre meno coniugata all'avanzare di diritti collettivi e sempre più intrecciata all'affermazione individuale e alla dissolu…
Il Pd è davvero "a rischio estinzione", come ha scritto Claudio Tito, perché sono franati gli assi portanti della sua impostazione: proprio per questo i tempi di una reale rifondazione non potranno essere brevi. E in assenza di una vera analisi della società italiana e di un credibile progetto di futuro ogni divergenza sulla "tattica" può solo aprire nuove lacerazioni.
È difficile negarlo, la crisi della sinistra che oggi è esplosa viene da molto lontano. La sua difficoltà nel "leggere il mondo" era evidente già nei lontanissimi anni Ottanta, nella crescente incapacità del Partito comunista di comprendere il colossale rimescolamento che scomponeva classi e ceti, travolgeva luoghi e culture del lavoro. E capovolgeva il concetto stesso di modernità, sempre meno coniugata all'avanzare di diritti collettivi e sempre più intrecciata all'affermazione individuale e alla dissoluzione delle regole. Era evidente già allora, anche, la più generale crisi della politica e dei grandi partiti del Novecento: aggravata, da noi, dai processi che esploderanno al tempo di Tangentopoli e contribuiranno al crollo della Prima Repubblica. E scomparve allora anche la sinistra che avevamo conosciuto, sempre più balbettante e afasica di fronte all'illusionismo e ai nuovi miti dell'era berlusconiana.
All'indomani di quel tracollo sembrò comunque delinearsi faticosamente un progetto riformatore capace di raccogliere le grandi culture che si erano contrapposte nei decenni precedenti - quella comunista e quella cattolica - , e quella ricostruzione sembrò poter rinnovare anche le modalità della politica: dal sogno dell'Ulivo a quel "ripartire dai cittadini" di cui furono simbolo la stagione dei sindaci e le prime, entusiasmanti primarie.
Nacque in realtà tardi e con enormi problemi irrisolti il Partito democratico, nel 2007. Cioè nell'anno in cui prendeva avvio oltre Oceano la crisi economica che avrebbe piagato l'intero Occidente; lo stesso anno, va aggiunto, in cui emergeva in modo prepotente da noi l'insofferenza verso la "casta", irresponsabilmente regalata ai "V-day" di Beppe Grillo. Insensibilità di fronte al deteriorarsi della politica, crescente miopia di fronte alle sofferenze e alle lacerazioni della società italiana, incapacità di misurarsi realmente con le angosciose incertezze alimentate dallo scenario internazionale: è davvero difficile stupirsi del tracollo attuale della sinistra, attraversata anche da divisioni senza futuro. Ed è difficile immaginare una ricostruzione "a breve", rinchiusa nelle tradizionali e sempre più disseccate sedi del Partito democratico.
Sono "realistiche" oggi solo scelte radicali di apertura che coinvolgano i contenuti e al tempo stesso le modalità della discussione. Può essere credibile cioè solo un "congresso di rifondazione" del centrosinistra che abbia al centro la realtà e il futuro del Paese e sappia coinvolgere in modo esplicito le energie più diverse, rendendole progressivamente protagoniste nella costruzione di una nuova e più ampia casa dei riformisti (rispondendo così anche a quell'impulso ad iscriversi al Pd che è stato talora segnalato dopo il 4 marzo). Un congresso di rifondazione in cui, capovolgendo le pratiche recenti, sia centrale il confronto su tesi differenti e non necessariamente opposte. E sia marginale invece la contrapposizione fra leader: vi è una leadership collettiva da ricostruire, sgombrando il campo dalle macerie e dalle tossine che si sono accumulate nel tempo. Non è una "terza via", è l'unica possibile: spetta ai dirigenti del Pd metterla all'ordine del giorno con scelte impegnative e inequivocabili.
È difficile negarlo, la crisi della sinistra che oggi è esplosa viene da molto lontano. La sua difficoltà nel "leggere il mondo" era evidente già nei lontanissimi anni Ottanta, nella crescente incapacità del Partito comunista di comprendere il colossale rimescolamento che scomponeva classi e ceti, travolgeva luoghi e culture del lavoro. E capovolgeva il concetto stesso di modernità, sempre meno coniugata all'avanzare di diritti collettivi e sempre più intrecciata all'affermazione individuale e alla dissoluzione delle regole. Era evidente già allora, anche, la più generale crisi della politica e dei grandi partiti del Novecento: aggravata, da noi, dai processi che esploderanno al tempo di Tangentopoli e contribuiranno al crollo della Prima Repubblica. E scomparve allora anche la sinistra che avevamo conosciuto, sempre più balbettante e afasica di fronte all'illusionismo e ai nuovi miti dell'era berlusconiana.
All'indomani di quel tracollo sembrò comunque delinearsi faticosamente un progetto riformatore capace di raccogliere le grandi culture che si erano contrapposte nei decenni precedenti - quella comunista e quella cattolica - , e quella ricostruzione sembrò poter rinnovare anche le modalità della politica: dal sogno dell'Ulivo a quel "ripartire dai cittadini" di cui furono simbolo la stagione dei sindaci e le prime, entusiasmanti primarie.
Nacque in realtà tardi e con enormi problemi irrisolti il Partito democratico, nel 2007. Cioè nell'anno in cui prendeva avvio oltre Oceano la crisi economica che avrebbe piagato l'intero Occidente; lo stesso anno, va aggiunto, in cui emergeva in modo prepotente da noi l'insofferenza verso la "casta", irresponsabilmente regalata ai "V-day" di Beppe Grillo. Insensibilità di fronte al deteriorarsi della politica, crescente miopia di fronte alle sofferenze e alle lacerazioni della società italiana, incapacità di misurarsi realmente con le angosciose incertezze alimentate dallo scenario internazionale: è davvero difficile stupirsi del tracollo attuale della sinistra, attraversata anche da divisioni senza futuro. Ed è difficile immaginare una ricostruzione "a breve", rinchiusa nelle tradizionali e sempre più disseccate sedi del Partito democratico.
Sono "realistiche" oggi solo scelte radicali di apertura che coinvolgano i contenuti e al tempo stesso le modalità della discussione. Può essere credibile cioè solo un "congresso di rifondazione" del centrosinistra che abbia al centro la realtà e il futuro del Paese e sappia coinvolgere in modo esplicito le energie più diverse, rendendole progressivamente protagoniste nella costruzione di una nuova e più ampia casa dei riformisti (rispondendo così anche a quell'impulso ad iscriversi al Pd che è stato talora segnalato dopo il 4 marzo). Un congresso di rifondazione in cui, capovolgendo le pratiche recenti, sia centrale il confronto su tesi differenti e non necessariamente opposte. E sia marginale invece la contrapposizione fra leader: vi è una leadership collettiva da ricostruire, sgombrando il campo dalle macerie e dalle tossine che si sono accumulate nel tempo. Non è una "terza via", è l'unica possibile: spetta ai dirigenti del Pd metterla all'ordine del giorno con scelte impegnative e inequivocabili.