Il Movimento 5 Stelle non ha fiducia nelle sorti del parlamentarismo ma ha cominciato a credere, e molto, all'occupazione delle poltrone che il Parlamento offre ai rappresentanti del popolo. Dopo il Senato, anche alla Camera il partito di Luigi Di Maio prende tutto il possibile, senza preoccuparsi dell'equilibrio tra le parti politiche e lasciando l'unica forza per ora dichiaratamente votata all'opposizione, ovvero il Pd, priva di ruoli da sempre riservati alle minoranze. C'è, in questa bulimia di incarichi, la fotografia di un movimento precipitato in pochissimo tempo da un astratto idealismo - mai accordi, su niente e con nessuno - a un ipertatticismo che prevede di trattare su tutto e su più tavoli contemporaneamente. In teoria, una rivoluzione. A ben guardare, la prosecuzione dei vecchi dogmi con altri mezzi. Continua a contare soltanto ciò che è utile e giusto per il Movimento. Prima la …
Il Movimento 5 Stelle non ha fiducia nelle sorti del parlamentarismo ma ha cominciato a credere, e molto, all'occupazione delle poltrone che il Parlamento offre ai rappresentanti del popolo. Dopo il Senato, anche alla Camera il partito di Luigi Di Maio prende tutto il possibile, senza preoccuparsi dell'equilibrio tra le parti politiche e lasciando l'unica forza per ora dichiaratamente votata all'opposizione, ovvero il Pd, priva di ruoli da sempre riservati alle minoranze. C'è, in questa bulimia di incarichi, la fotografia di un movimento precipitato in pochissimo tempo da un astratto idealismo - mai accordi, su niente e con nessuno - a un ipertatticismo che prevede di trattare su tutto e su più tavoli contemporaneamente. In teoria, una rivoluzione. A ben guardare, la prosecuzione dei vecchi dogmi con altri mezzi. Continua a contare soltanto ciò che è utile e giusto per il Movimento. Prima la "purezza" era rivendicata negandosi al confronto con gli avversari, oggi trattandoli come pedine intercambiabili di un risiko il cui scopo è dimostrare un falso politico e matematico (visti i numeri delle Camere), e cioè che il M5S è l'unica forza legittimata a guidare il governo.
Nonostante i tentativi di Di Maio di affermare la responsabilità del M5S nel dare una soluzione al governo del Paese, in questa prima fase tutte le mosse sono congegnate per tenere aperta al Movimento ogni strada: l'alleanza con la Lega, ma anche l'occhieggiamento al Pd; la prospettiva di un accordo di governo così come il ritorno immediato alle urne. Anche, se occorre, tenendo il Paese in una campagna elettorale permanente, che è poi la ragione ultima per la quale i grillini si sono affannati a cumulare presidenza della Camera, vicepresidenza e questore anziano: servirà a mettere all'ordine del giorno quei tagli alla politica che sono da sempre in cima all'agenda grillina. Non che mancassero i numeri per farlo comunque, ma assicurarsi la rapidità dell'intervento è stato giudicato più importante che garantire il pluralismo della rappresentanza e impostare correttamente le basi della legislatura. Un'approvazione lampo può garantire a Di Maio, in caso di necessità, di tornare al voto appuntandosi sul bavero la coccarda di una indennità dimezzata o di una pensione sforbiciata alla "casta". Non importa se questo pregiudica la possibilità di un accordo, e rischia di cristallizzare l'ingovernabilità. Non se anche l'ingovernabilità è considerata veicolo di consenso. Perché il consenso, e il suo incremento comunque venga, resta la bussola.
Solo su un punto il M5S non ammette alternative: a Palazzo Chigi deve andare Di Maio, perché non può esserci "un premier non eletto", come ha spiegato ieri il diretto interessato con una affermazione che non gli avrebbe permesso di superare indenne un esame di diritto costituzionale. Del resto, a Di Maio non si può far torto di ruminare un concetto - la presunta illegittimità dei presidenti del Consiglio espressione di maggioranze parlamentari - che da anni rimbalza liberamente nel dibattito pubblico, sdoganato a destra come a sinistra da quattro lustri di filosofia gentista. Il primo a farne una bandiera è stato Silvio Berlusconi, leader che il Movimento si vanta di voler tener fuori da qualunque tavolo di trattativa, ma i cui principi "costituzionali" sono oggi rappresentati al meglio proprio da Di Maio.
Nonostante i tentativi di Di Maio di affermare la responsabilità del M5S nel dare una soluzione al governo del Paese, in questa prima fase tutte le mosse sono congegnate per tenere aperta al Movimento ogni strada: l'alleanza con la Lega, ma anche l'occhieggiamento al Pd; la prospettiva di un accordo di governo così come il ritorno immediato alle urne. Anche, se occorre, tenendo il Paese in una campagna elettorale permanente, che è poi la ragione ultima per la quale i grillini si sono affannati a cumulare presidenza della Camera, vicepresidenza e questore anziano: servirà a mettere all'ordine del giorno quei tagli alla politica che sono da sempre in cima all'agenda grillina. Non che mancassero i numeri per farlo comunque, ma assicurarsi la rapidità dell'intervento è stato giudicato più importante che garantire il pluralismo della rappresentanza e impostare correttamente le basi della legislatura. Un'approvazione lampo può garantire a Di Maio, in caso di necessità, di tornare al voto appuntandosi sul bavero la coccarda di una indennità dimezzata o di una pensione sforbiciata alla "casta". Non importa se questo pregiudica la possibilità di un accordo, e rischia di cristallizzare l'ingovernabilità. Non se anche l'ingovernabilità è considerata veicolo di consenso. Perché il consenso, e il suo incremento comunque venga, resta la bussola.
Solo su un punto il M5S non ammette alternative: a Palazzo Chigi deve andare Di Maio, perché non può esserci "un premier non eletto", come ha spiegato ieri il diretto interessato con una affermazione che non gli avrebbe permesso di superare indenne un esame di diritto costituzionale. Del resto, a Di Maio non si può far torto di ruminare un concetto - la presunta illegittimità dei presidenti del Consiglio espressione di maggioranze parlamentari - che da anni rimbalza liberamente nel dibattito pubblico, sdoganato a destra come a sinistra da quattro lustri di filosofia gentista. Il primo a farne una bandiera è stato Silvio Berlusconi, leader che il Movimento si vanta di voler tener fuori da qualunque tavolo di trattativa, ma i cui principi "costituzionali" sono oggi rappresentati al meglio proprio da Di Maio.