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(ansa)

Dati e privacy, una difesa di Facebook

Il social network di Mark Zuckerberg dovrebbe ammettere la propria colpevolezza, ma non per ciò di cui è accusato. La profilazione degli elettori? Fu sfruttata per primo da Obama. L'influenza sul voto? Non ci sono prove. Il tracciamento degli utenti? Lo fanno tutti. Quello che manca davvero è la trasparenza necessaria per chi possiede una enorme quantità di informazioni personali e un ruolo pubblico conclamato
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Ogni processo – e quello che sta fronteggiando Facebook sul caso Cambridge Analytica è un processo in piena regola – deve contemplare il diritto alla difesa. Mark Zuckerberg ha tutti gli strumenti per difendersi da solo e lo sta già facendo, rivolgendosi non tanto a chi lo accusa (governi, media, qualche vicino di casa della Silicon Valley) ma alla giuria popolare, due miliardi di persone chiamate, con le proprie azioni, a decretare il destino del social network nel quale trascorrono mediamente un paio d’ore al giorno.

Le ammissioni di colpa sulle falle nella protezione dei dati e le conseguenti misure messe in atto (visibilità e gestione delle impostazioni di privacy, accesso facilitato al proprio archivio personale, stretta sull’attività degli sviluppatori) hanno l’obiettivo di tranquillizzare quei milioni di utenti, ma rispondono anche alla necessità di ribadire come la responsabilità ultima appartenga al sing…
Ogni processo – e quello che sta fronteggiando Facebook sul caso Cambridge Analytica è un processo in piena regola – deve contemplare il diritto alla difesa. Mark Zuckerberg ha tutti gli strumenti per difendersi da solo e lo sta già facendo, rivolgendosi non tanto a chi lo accusa (governi, media, qualche vicino di casa della Silicon Valley) ma alla giuria popolare, due miliardi di persone chiamate, con le proprie azioni, a decretare il destino del social network nel quale trascorrono mediamente un paio d’ore al giorno.

Le ammissioni di colpa sulle falle nella protezione dei dati e le conseguenti misure messe in atto (visibilità e gestione delle impostazioni di privacy, accesso facilitato al proprio archivio personale, stretta sull’attività degli sviluppatori) hanno l’obiettivo di tranquillizzare quei milioni di utenti, ma rispondono anche alla necessità di ribadire come la responsabilità ultima appartenga al singolo individuo: ciascuno di noi può -  e dovrebbe – controllare il flusso di informazioni che fa transitare sulla piattaforma. L’ignoranza, finora giustificata dall’opacità, non sarà più una scusa valida.

Che cosa dovrebbe fare, a questo punto, un avvocato difensore di Facebook? Prima di tutto, dichiararsi colpevole. Non dei “reati” di cui oggi la società californiana è accusata, ma di una strategia che non ha mai messo la trasparenza al centro delle relazioni pubbliche e istituzionali. Da anni, Facebook sembra ignorare gli obblighi connessi alle dimensioni e alla pervasività di una piattaforma digitale che rappresenta la prima “nazione” mondiale. Si comporta da azienda privata, quale è, trincerandosi dietro ai termini di servizio che ogni utente è vincolato ad accettare e rispettare, fingendo di ignorare il proprio ruolo pubblico e la necessità di condividere le dinamiche e i meccanismi che ne regolano la vita.

La pretesa neutralità dell’infrastruttura tecnologica, governata da algoritmi, non è sostenibile nel dibattito pubblico: andrebbero resi più chiari gli algoritmi che regolano il Newsfeed, le procedure che portano a cancellare alcuni post, promuoverne altri, a sospendere utenti,  i rapporti con gli inserzionisti e altre terze parti.

Chiarita questa premessa, la difesa può entrare nel merito delle accuse. La prima: Facebook, consentendo l’uso dei dati da parte di Cambdrige Analytica, ha contribuito ad alterare i risultati elettorali (Brexit ed elezioni Usa). In realtà, Facebook aveva consentito l'uso di quei dati a un soggetto diverso da Cambridge Analytica ( e solo per finalità di ricerca: quello che è successo dopo - la cessione dei profili a CA - ha violato le regole di Facebook, che infatti ha chiesto la cancellazione di quei dati. La questione è comunque controversa e oggetto di approfondimenti, per capire quali fossero i reali rapporti tra i soggetti coinvolti e quale il livello di consapevolezza di ciascun attore.

Entrando nel merito di ciò che poi è accaduto, se parliamo di microtargeting – cioè della possibilità di raggiungere nicchie di elettori con messaggi personalizzati sfruttando la profilazione – si tratta di una tecnica messa a punto e sfruttata nella campagna del 2008 da Obama, che per questo venne elogiato (e quindi imitato dalla destra).

Se invece parliamo della manipolazione che sarebbe stata messa in piedi da CA, entriamo nel campo dei contenuti e quindi dovremmo pretendere da Facebook un filtro sulla propaganda, affidandogli in questo modo un ruolo editoriale e politico. Facebook è un editore? Sul tema c’è un dibattito. Di sicuro non si considera un editore e non ne vuole avere gli obblighi e le responsabilità. Si deve d’altra parte evitare di trasformarlo in giudice della verità e censore politico, perché in tal modo gli si darebbe davvero il potere di influenzare la democrazia.

Ma anche volendo accettare il ruolo di Facebook come veicolo di disinformazione, quali prove abbiamo che l’operazione sia davvero servita a far vincere la Brexit o Trump? Al momento, nessuna. L’unico ragionamento è deduttivo: poiché Trump ha vinto, significa che la campagna di Cambridge Analytica ha funzionato. Eppure nemmeno Christopher Wylie, l’ex socio che ha raccontato il “furto di dati”, ha potuto fornire elementi sull’efficacia dell’operazione.

C’è infine la questione, più ampia, della privacy dei cittadini in rete, del tracciamento, dell’uso dei dati per la profilazione. Ma qui ci sono due argomenti a difesa di Facebook: il primo è che tutto, finora, è stato fatto entro i termini di servizio della piattaforma e senza violare le norme esistenti. Ora si tratterà di capire, almeno in Europa, come la piattaforma si adeguerà al Gdpr, il nuovo regolamento comunitario in materia di protezione dei dati, che però coinvolge tutti coloro che operano su Internet. Perché, ed è questo il secondo argomento pro Facebook, in base al principio che “se è un servizio è gratis, la merce sei tu”, la lista di vampiri di dati personali è pressoché infinita.