Gli scontri a Gaza: due debolezze una tragedia
Daniele Bellasio, di DANIELE BELLASIOIl conflitto israelo-palestinese perde sempre più posizioni tra le priorità della politica internazionale
Un problema rimosso non è un problema risolto e un problema irrisolto nel vicino oriente è sempre un potenziale dramma capace di riesplodere con ferocia da un momento all'altro. E' quello che sta accadendo in queste ore ai confini tra Israele e Gaza, con i media palestinesi che parlano di 15 morti e 1.200 feriti tra i manifestanti chiamati da Hamas a marciare nei pressi della barriera difensiva d'Israele.
Già la parola "confini" in quella sofferente regione evoca sangue e disperazione. Quando poi il contesto politico e diplomatico è assente, quando i protagonisti sono deboli, in declino e privi di una reale visione per il progresso loro e dei loro vicini, amici e nemici, il sangue e la disperazione si mescolano in un vuoto esplosivo che nessun appello alla calma e alla ragionevolezza riesce a colmare. Il vicino Oriente è una lunga miccia accesa che nessuno ha davvero più intenzione e forza di disinnescare, mentre i…
Già la parola "confini" in quella sofferente regione evoca sangue e disperazione. Quando poi il contesto politico e diplomatico è assente, quando i protagonisti sono deboli, in declino e privi di una reale visione per il progresso loro e dei loro vicini, amici e nemici, il sangue e la disperazione si mescolano in un vuoto esplosivo che nessun appello alla calma e alla ragionevolezza riesce a colmare. Il vicino Oriente è una lunga miccia accesa che nessuno ha davvero più intenzione e forza di disinnescare, mentre i…
Un problema rimosso non è un problema risolto e un problema irrisolto nel vicino oriente è sempre un potenziale dramma capace di riesplodere con ferocia da un momento all'altro. E' quello che sta accadendo in queste ore ai confini tra Israele e Gaza, con i media palestinesi che parlano di 15 morti e 1.200 feriti tra i manifestanti chiamati da Hamas a marciare nei pressi della barriera difensiva d'Israele.
Già la parola "confini" in quella sofferente regione evoca sangue e disperazione. Quando poi il contesto politico e diplomatico è assente, quando i protagonisti sono deboli, in declino e privi di una reale visione per il progresso loro e dei loro vicini, amici e nemici, il sangue e la disperazione si mescolano in un vuoto esplosivo che nessun appello alla calma e alla ragionevolezza riesce a colmare. Il vicino Oriente è una lunga miccia accesa che nessuno ha davvero più intenzione e forza di disinnescare, mentre il conflitto israelo-palestinese perde sempre più posizioni tra le priorità nelle agende degli interessi dei principali attori della politica internazionale. Vengono prima l'Iran, la Corea del nord, la crisi della globalizzazione, i dazi, la Siria. Sono altri i nuovi campi di battaglia. Fino a quando poi, all'improvviso, quel vuoto riesplode, quella miccia si innesca e attira nuovamente le nostre attenzioni per un breve tratto nella primavera del nostro scontento occidentale. Ma la realtà è cocciuta e ormai il mondo è tutto vicino, è tutto ai nostri confini, spesso anche dentro. Per queste ragioni dobbiamo interrogarci su ciò che sta accadendo e purtroppo potrà ancora accadere.
L'Oriente vicino è oggi privo di qualunque contesto politico generale. Nessuna reale iniziativa diplomatica è in corso, mentre gli Stati Uniti d'America guardano sempre altrove e l'amministrazione Trump vagheggia di ipotetici piani di pace in arrivo, mentre sposta l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Le potenze della regione, che dei palestinesi hanno sempre e soltanto sfruttato la causa, piuttosto che farla davvero propria, sono ora impegnate a proteggere i loro regimi e a scegliere accuratamente da che parte stare: se con i sauditi o con l'Iran, se con Putin o Erdogan, meglio magari con tutti e due i nuovi rais, il russo e il turco. Dell'esistenza della Lega araba si sono perse le tracce. La questione israelo-palestinese è semplicemente abbandonata a se stessa. E per di più in un quadro di particolare debolezza politica dei tre protagonisti principali.
Hamas, indebolita militarmente da Israele e superata in egemonia non solo militare da Hezbollah, è fragile, dunque gioca la carta della piazza, della disperazione e della provocazione. L'Autorità nazionale palestinese non ha più reali e forti interlocutori esterni e vive una profonda crisi di leadership e di legittimazione interna. L'anziano rais Abu Mazen non è mai stato Yasser Arafat, nel bene e nel male, e ha sempre ottenuto poco o nulla agli occhi di gran parte del suo popolo. Anche Israele ha i suoi problemi interni, con gli scandali e le inchieste per corruzione che indeboliscono il primo ministro Netanyahu. Inoltre, sembra che la politica israeliana, vedendo come per tutto il mondo la questione del conflitto con i palestinesi sia abbandonata a se stessa, si sia convinta, salvo rare eccezioni, che ormai sia soltanto un tema legato alla sicurezza. Cecchini e muri forse possono proteggere i confini di uno Stato democratico come Israele, ma è la forza della politica e del dialogo che ne può garantire davvero un futuro di pace e di prosperità.
Sembra ormai quasi che il sangue e la disperazione siano gli unici ingredienti utili soltanto a perpetuare gruppi fondamentalisti e terroristi, partiti nazionalisti e corrotti e leadership in declino. A un prezzo altissimo: le vite di persone normali, le sofferenze e le paure di popoli rassegnati. Servono leader forti, speranze e progressi concreti, progetti chiari per risolvere, e non rimuovere, il problema. Perché in quella regione la somma di tre debolezze fa una tragedia.
Già la parola "confini" in quella sofferente regione evoca sangue e disperazione. Quando poi il contesto politico e diplomatico è assente, quando i protagonisti sono deboli, in declino e privi di una reale visione per il progresso loro e dei loro vicini, amici e nemici, il sangue e la disperazione si mescolano in un vuoto esplosivo che nessun appello alla calma e alla ragionevolezza riesce a colmare. Il vicino Oriente è una lunga miccia accesa che nessuno ha davvero più intenzione e forza di disinnescare, mentre il conflitto israelo-palestinese perde sempre più posizioni tra le priorità nelle agende degli interessi dei principali attori della politica internazionale. Vengono prima l'Iran, la Corea del nord, la crisi della globalizzazione, i dazi, la Siria. Sono altri i nuovi campi di battaglia. Fino a quando poi, all'improvviso, quel vuoto riesplode, quella miccia si innesca e attira nuovamente le nostre attenzioni per un breve tratto nella primavera del nostro scontento occidentale. Ma la realtà è cocciuta e ormai il mondo è tutto vicino, è tutto ai nostri confini, spesso anche dentro. Per queste ragioni dobbiamo interrogarci su ciò che sta accadendo e purtroppo potrà ancora accadere.
L'Oriente vicino è oggi privo di qualunque contesto politico generale. Nessuna reale iniziativa diplomatica è in corso, mentre gli Stati Uniti d'America guardano sempre altrove e l'amministrazione Trump vagheggia di ipotetici piani di pace in arrivo, mentre sposta l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Le potenze della regione, che dei palestinesi hanno sempre e soltanto sfruttato la causa, piuttosto che farla davvero propria, sono ora impegnate a proteggere i loro regimi e a scegliere accuratamente da che parte stare: se con i sauditi o con l'Iran, se con Putin o Erdogan, meglio magari con tutti e due i nuovi rais, il russo e il turco. Dell'esistenza della Lega araba si sono perse le tracce. La questione israelo-palestinese è semplicemente abbandonata a se stessa. E per di più in un quadro di particolare debolezza politica dei tre protagonisti principali.
Hamas, indebolita militarmente da Israele e superata in egemonia non solo militare da Hezbollah, è fragile, dunque gioca la carta della piazza, della disperazione e della provocazione. L'Autorità nazionale palestinese non ha più reali e forti interlocutori esterni e vive una profonda crisi di leadership e di legittimazione interna. L'anziano rais Abu Mazen non è mai stato Yasser Arafat, nel bene e nel male, e ha sempre ottenuto poco o nulla agli occhi di gran parte del suo popolo. Anche Israele ha i suoi problemi interni, con gli scandali e le inchieste per corruzione che indeboliscono il primo ministro Netanyahu. Inoltre, sembra che la politica israeliana, vedendo come per tutto il mondo la questione del conflitto con i palestinesi sia abbandonata a se stessa, si sia convinta, salvo rare eccezioni, che ormai sia soltanto un tema legato alla sicurezza. Cecchini e muri forse possono proteggere i confini di uno Stato democratico come Israele, ma è la forza della politica e del dialogo che ne può garantire davvero un futuro di pace e di prosperità.
Sembra ormai quasi che il sangue e la disperazione siano gli unici ingredienti utili soltanto a perpetuare gruppi fondamentalisti e terroristi, partiti nazionalisti e corrotti e leadership in declino. A un prezzo altissimo: le vite di persone normali, le sofferenze e le paure di popoli rassegnati. Servono leader forti, speranze e progressi concreti, progetti chiari per risolvere, e non rimuovere, il problema. Perché in quella regione la somma di tre debolezze fa una tragedia.