Ultimo appello contro la Brexit
Timothy Garton Ash, di TIMOTHY GARTON ASH
Se tutto procede secondo i piani dei fautori della Brexit, tra un anno esatto la Gran Bretagna non farà più parte dell’Unione europea. In pratica, noi contrari alla Brexit abbiamo solo sei mesi per scongiurare questo esito, perché se il Parlamento britannico in autunno con il suo “voto significativo” darà il consenso a un qualunque accordo provvisorio raffazzonato tra Gran Bretagna e Ue, saremo davvero arrivati al punto di non ritorno.
I fautori della Brexit lo sanno e hanno sviluppato una strategia di rigore leninista, ossia fare tutto il necessario per portare la Gran Bretagna proprio a quel punto. I contrari alla Brexit invece hanno dieci strategie diverse, quindi in pratica nessuna. Se non uniamo le forze finiremo sconfitti, disorientati e raggirati.
Probabilmente andrà così: di riffa o di raffa i negoziatori giungeranno a formulare un accordo in autunno. Le divergenze in apparenza insormontabili come quelle sul confine …
I fautori della Brexit lo sanno e hanno sviluppato una strategia di rigore leninista, ossia fare tutto il necessario per portare la Gran Bretagna proprio a quel punto. I contrari alla Brexit invece hanno dieci strategie diverse, quindi in pratica nessuna. Se non uniamo le forze finiremo sconfitti, disorientati e raggirati.
Probabilmente andrà così: di riffa o di raffa i negoziatori giungeranno a formulare un accordo in autunno. Le divergenze in apparenza insormontabili come quelle sul confine …
Se tutto procede secondo i piani dei fautori della Brexit, tra un anno esatto la Gran Bretagna non farà più parte dell’Unione europea. In pratica, noi contrari alla Brexit abbiamo solo sei mesi per scongiurare questo esito, perché se il Parlamento britannico in autunno con il suo “voto significativo” darà il consenso a un qualunque accordo provvisorio raffazzonato tra Gran Bretagna e Ue, saremo davvero arrivati al punto di non ritorno.
I fautori della Brexit lo sanno e hanno sviluppato una strategia di rigore leninista, ossia fare tutto il necessario per portare la Gran Bretagna proprio a quel punto. I contrari alla Brexit invece hanno dieci strategie diverse, quindi in pratica nessuna. Se non uniamo le forze finiremo sconfitti, disorientati e raggirati.
Probabilmente andrà così: di riffa o di raffa i negoziatori giungeranno a formulare un accordo in autunno. Le divergenze in apparenza insormontabili come quelle sul confine irlandese verranno in qualche modo smussate grazie a un insieme di reali compromessi. I nostri partner dell’Unione la tireranno per le lunghe ma infine accetteranno l’accordo alla riunione del Consiglio europeo in calendario per il 18/19 ottobre, per via della cultura del compromesso che caratterizza l’Ue e perché sanno che una volta formalmente uscita dall’Unione, la Gran Bretagna a livello negoziale sarà più debole di oggi.
Il governo di Theresa May diviso al suo interno sceglierà questo accordo pasticciato perché il suo compito è “realizzare la Brexit” e perché sa che il partito conservatore altrimenti potrebbe sgretolarsi. I parlamentari conservatori quindi in massima parte lo voteranno, anche se in molti casi a malincuore e con scrupoli di coscienza. Una realtà simile è tuttora la più probabile e sarebbe disastrosa. La Gran Bretagna impiegherà allora anni interi a negoziare la portata della Brexit da una posizione ancor più debole, con conseguenze negative che si manifesteranno gradualmente nel corso degli anni 2020.
Mille piccoli passi verso il declino della nazione. Per evitarlo, gli oppositori della Brexit devono far fronte comune con una precisa strategia da portare avanti in questi sei mesi cruciali, agendo sulle menti, i cuori e le coscienze dei parlamentari. La Camera dei Lord sta al momento intrecciando emendamenti attorno al disegno di legge di revoca della legislazione Ue, uno dei quali mantiene attiva l’opzione che la Gran Bretagna resti parte di un’unione doganale. Gli emendamenti e probabilmente un disegno di legge specifico del governo in tema doganale dovrebbero andare al vaglio della Camera dei Comuni in maggio.
Sarà un primo momento topico. La stragrande maggioranza dei parlamentari vuole che la Gran Bretagna resti membro di un’unione doganale. Se un numero sufficiente di parlamentari conservatori anteporrà gli interessi del Paese a quelli del partito il governo sarà battuto su quel punto. Si presenta quindi un problema tattico. Un importante ministro pro Brexit ha detto in via ufficiosa che se il Parlamento votasse a favore della permanenza nell’unione doganale lui se ne farebbe una ragione. Il ministro delle Finanze Philip Hammond non potrebbe desiderare di più e la stessa May capisce che una scelta del genere corrisponde all’interesse nazionale, anche perché ridimensiona, pur non risolvendolo, il problema del confine irlandese.
E se il governo tentasse in qualche modo di restare a far parte dell’unione doganale? Togliendo di mezzo gli ostacoli rappresentati da un certo numero di conservatori indecisi e da qualche altro laburista euroscettico, il governo potrebbe riuscire a far approvare una Brexit solo lievemente più morbida? È un rischio che dobbiamo correre. Sarebbe una grande sconfitta per il governo e metterebbe a dura prova la tattica di puntare solo all’uscita dall’Ue. L’appetito per la ribellione parlamentare vien mangiando. Il passo successivo potrebbe essere puntare alla permanenza nel mercato unico.
Ma al di là di questo, le scelte politiche sono aperte al massimo. Può succedere di tutto in attesa del voto significativo in autunno. Esiste una piccola possibilità che si vada al voto in Parlamento sull’opportunità di andare al voto popolare (alias indire un secondo referendum) per decidere se rifuggire dal caos della Brexit. Uno dei due pricipali partiti potrebbe spaccarsi. Si potrebbe andare a nuove elezioni. Chissà. Al contempo dobbiamo continuare ad agire sull’opinione pubblica che vive una strana situazione di dissonanza cognitiva. Pochi di quelli che hanno votato per la Brexit dicono di aver cambiato idea e persino alcuni che hanno votato per restare nell’Ue ora sostengono che bisogna andare avanti e uscirne.
Ma dai sondaggi risulta che sempre più intervistati sono insoddisfatti dell’andamento dei negoziati. Il terreno è fertile per aprire un dibattito. Però il realismo si impone: è improbabile che questo oggetto amorfo chiamato “opinione pubblica” cambi posizione nei prossimi sei mesi in maniera così netta da trasformare la politica della Brexit. Può semplicemente influenzare i parlamentari indecisi che hanno oggi in mano la patata bollente. Quindi se condividete questa opinione ecco cosa dovete fare: contattate il parlamentare che avete eletto, in realtà tutti i parlamentari cui potete avere accesso. Fermateli per strada, accostateli sulla spiaggia, inseguiteli in montagna, pungolateli per email, indicateli su Facebook, affrontateli su Twitter. Dite che i loro nipoti chiederanno come si sono comportati ai tempi del voto per la Brexit. Dite di votare secondo coscienza e valutando in buona fede qual è l’interesse nazionale. La vera democrazia britannica è questa, in seno al nostro Parlamento sovrano, attraverso i nostri rappresentanti eletti.
Traduzione di Emilia Benghi
I fautori della Brexit lo sanno e hanno sviluppato una strategia di rigore leninista, ossia fare tutto il necessario per portare la Gran Bretagna proprio a quel punto. I contrari alla Brexit invece hanno dieci strategie diverse, quindi in pratica nessuna. Se non uniamo le forze finiremo sconfitti, disorientati e raggirati.
Probabilmente andrà così: di riffa o di raffa i negoziatori giungeranno a formulare un accordo in autunno. Le divergenze in apparenza insormontabili come quelle sul confine irlandese verranno in qualche modo smussate grazie a un insieme di reali compromessi. I nostri partner dell’Unione la tireranno per le lunghe ma infine accetteranno l’accordo alla riunione del Consiglio europeo in calendario per il 18/19 ottobre, per via della cultura del compromesso che caratterizza l’Ue e perché sanno che una volta formalmente uscita dall’Unione, la Gran Bretagna a livello negoziale sarà più debole di oggi.
Il governo di Theresa May diviso al suo interno sceglierà questo accordo pasticciato perché il suo compito è “realizzare la Brexit” e perché sa che il partito conservatore altrimenti potrebbe sgretolarsi. I parlamentari conservatori quindi in massima parte lo voteranno, anche se in molti casi a malincuore e con scrupoli di coscienza. Una realtà simile è tuttora la più probabile e sarebbe disastrosa. La Gran Bretagna impiegherà allora anni interi a negoziare la portata della Brexit da una posizione ancor più debole, con conseguenze negative che si manifesteranno gradualmente nel corso degli anni 2020.
Mille piccoli passi verso il declino della nazione. Per evitarlo, gli oppositori della Brexit devono far fronte comune con una precisa strategia da portare avanti in questi sei mesi cruciali, agendo sulle menti, i cuori e le coscienze dei parlamentari. La Camera dei Lord sta al momento intrecciando emendamenti attorno al disegno di legge di revoca della legislazione Ue, uno dei quali mantiene attiva l’opzione che la Gran Bretagna resti parte di un’unione doganale. Gli emendamenti e probabilmente un disegno di legge specifico del governo in tema doganale dovrebbero andare al vaglio della Camera dei Comuni in maggio.
Sarà un primo momento topico. La stragrande maggioranza dei parlamentari vuole che la Gran Bretagna resti membro di un’unione doganale. Se un numero sufficiente di parlamentari conservatori anteporrà gli interessi del Paese a quelli del partito il governo sarà battuto su quel punto. Si presenta quindi un problema tattico. Un importante ministro pro Brexit ha detto in via ufficiosa che se il Parlamento votasse a favore della permanenza nell’unione doganale lui se ne farebbe una ragione. Il ministro delle Finanze Philip Hammond non potrebbe desiderare di più e la stessa May capisce che una scelta del genere corrisponde all’interesse nazionale, anche perché ridimensiona, pur non risolvendolo, il problema del confine irlandese.
E se il governo tentasse in qualche modo di restare a far parte dell’unione doganale? Togliendo di mezzo gli ostacoli rappresentati da un certo numero di conservatori indecisi e da qualche altro laburista euroscettico, il governo potrebbe riuscire a far approvare una Brexit solo lievemente più morbida? È un rischio che dobbiamo correre. Sarebbe una grande sconfitta per il governo e metterebbe a dura prova la tattica di puntare solo all’uscita dall’Ue. L’appetito per la ribellione parlamentare vien mangiando. Il passo successivo potrebbe essere puntare alla permanenza nel mercato unico.
Ma al di là di questo, le scelte politiche sono aperte al massimo. Può succedere di tutto in attesa del voto significativo in autunno. Esiste una piccola possibilità che si vada al voto in Parlamento sull’opportunità di andare al voto popolare (alias indire un secondo referendum) per decidere se rifuggire dal caos della Brexit. Uno dei due pricipali partiti potrebbe spaccarsi. Si potrebbe andare a nuove elezioni. Chissà. Al contempo dobbiamo continuare ad agire sull’opinione pubblica che vive una strana situazione di dissonanza cognitiva. Pochi di quelli che hanno votato per la Brexit dicono di aver cambiato idea e persino alcuni che hanno votato per restare nell’Ue ora sostengono che bisogna andare avanti e uscirne.
Ma dai sondaggi risulta che sempre più intervistati sono insoddisfatti dell’andamento dei negoziati. Il terreno è fertile per aprire un dibattito. Però il realismo si impone: è improbabile che questo oggetto amorfo chiamato “opinione pubblica” cambi posizione nei prossimi sei mesi in maniera così netta da trasformare la politica della Brexit. Può semplicemente influenzare i parlamentari indecisi che hanno oggi in mano la patata bollente. Quindi se condividete questa opinione ecco cosa dovete fare: contattate il parlamentare che avete eletto, in realtà tutti i parlamentari cui potete avere accesso. Fermateli per strada, accostateli sulla spiaggia, inseguiteli in montagna, pungolateli per email, indicateli su Facebook, affrontateli su Twitter. Dite che i loro nipoti chiederanno come si sono comportati ai tempi del voto per la Brexit. Dite di votare secondo coscienza e valutando in buona fede qual è l’interesse nazionale. La vera democrazia britannica è questa, in seno al nostro Parlamento sovrano, attraverso i nostri rappresentanti eletti.
Traduzione di Emilia Benghi