La voglia di dirigismo accomuna Lega e M5S
Stefano Cappellini, di STEFANO CAPPELLINI
Dirigismo, nazionalizzazioni. C’è un neo-statalismo che avanza insieme al sempre meno virtuale governo Lega-M5S? E, soprattutto, ha una matrice ideologica così netta e coerente da poter diventare il collante di un esecutivo Di Maio-Salvini? La risposta alla prima domanda è senz’altro sì. C’è nella pancia dei due partiti premiati alle elezioni una comune propensione a giudicare positivamente l’intervento dello Stato in settori vitali dell’economia e dell’industria. Il sostanziale via libera che grillini e leghisti hanno concesso alla mossa di Cassa depositi e prestiti su Tim è solo una delle conferme di questa tendenza. Nel programma M5S, influenzato dai professori keynesiani che ne hanno tracciato le linee guida, si profila un rilancio dell’interventismo statale in economia.
In un convegno di pochi giorni fa Davide Casaleggio - nelle vesti parallele di consulente aziendale - ha ipotizzato c…
In un convegno di pochi giorni fa Davide Casaleggio - nelle vesti parallele di consulente aziendale - ha ipotizzato c…
Dirigismo, nazionalizzazioni. C’è un neo-statalismo che avanza insieme al sempre meno virtuale governo Lega-M5S? E, soprattutto, ha una matrice ideologica così netta e coerente da poter diventare il collante di un esecutivo Di Maio-Salvini? La risposta alla prima domanda è senz’altro sì. C’è nella pancia dei due partiti premiati alle elezioni una comune propensione a giudicare positivamente l’intervento dello Stato in settori vitali dell’economia e dell’industria. Il sostanziale via libera che grillini e leghisti hanno concesso alla mossa di Cassa depositi e prestiti su Tim è solo una delle conferme di questa tendenza. Nel programma M5S, influenzato dai professori keynesiani che ne hanno tracciato le linee guida, si profila un rilancio dell’interventismo statale in economia.
In un convegno di pochi giorni fa Davide Casaleggio - nelle vesti parallele di consulente aziendale - ha ipotizzato che lo Stato vari un gigantesco piano di finanziamento della ricerca e sviluppo a favore delle imprese. Anche la Lega di Salvini si è smarcata da alcuni dogmi del vecchio Caroccio bossiano, che ancor più di Forza Italia tuonava contro i «lacci e lacciuoli» dell’ingerenza statale. C’è, nella nuova Lega nazionalista, più l’impronta del secondo Tremonti, quello colbertista e anti-liberista, che può essere considerato l’ideologo della Cdp come nuova Iri rivista e aggiornata. Di sicuro oggi a destra solo una minoranza tuonerebbe contro il piano Rovati sulla pubblicizzazione della rete di comunicazioni, che dodici anni fa costò al consigliere economico di Romano Prodi accuse di indebita ingerenza nel libero mercato.
Più complicato dare una risposta alla seconda domanda, sulla coerenza e omogeneità di questo sentimento politico. Le due diverse constituency geografiche - la Lega radicata al nord, i grillini preponderanti al Sud - rendono complicata una traduzione omogenea delle rispettive ricette. Il M5S è camaleontico - e spesso contraddittorio - anche a causa della sua aspirazione a incarnare un interesse generale assoluto. Nel breviario grillino c’è di tutto: l’apologia del modello veneto di piccola e media impresa e l’assistenzialismo figlio delle teorie sulla decrescita, l’antisindacalismo e il ripristino dell’articolo 18. Naturale che anche lo statalismo in salsa grillina sia ibrido e contingente, come dimostra la posizione aperta - pragmatica o ambigua, a seconda dei punti di vista - sulle soluzioni al caso Alitalia. Dall’altra parte, la tentazione statalista della Lega è più una declinazione del neo-sovranismo salviniano che una scelta strutturata e ponderata. E il sospetto è che, alla fine, in un eventuale governo possa tradursi soprattutto in un abbozzo di protezionismo, sul modello trumpiano che è un punto di riferimento dichiarato di Salvini. E del maestro Tremonti.
In un convegno di pochi giorni fa Davide Casaleggio - nelle vesti parallele di consulente aziendale - ha ipotizzato che lo Stato vari un gigantesco piano di finanziamento della ricerca e sviluppo a favore delle imprese. Anche la Lega di Salvini si è smarcata da alcuni dogmi del vecchio Caroccio bossiano, che ancor più di Forza Italia tuonava contro i «lacci e lacciuoli» dell’ingerenza statale. C’è, nella nuova Lega nazionalista, più l’impronta del secondo Tremonti, quello colbertista e anti-liberista, che può essere considerato l’ideologo della Cdp come nuova Iri rivista e aggiornata. Di sicuro oggi a destra solo una minoranza tuonerebbe contro il piano Rovati sulla pubblicizzazione della rete di comunicazioni, che dodici anni fa costò al consigliere economico di Romano Prodi accuse di indebita ingerenza nel libero mercato.
Più complicato dare una risposta alla seconda domanda, sulla coerenza e omogeneità di questo sentimento politico. Le due diverse constituency geografiche - la Lega radicata al nord, i grillini preponderanti al Sud - rendono complicata una traduzione omogenea delle rispettive ricette. Il M5S è camaleontico - e spesso contraddittorio - anche a causa della sua aspirazione a incarnare un interesse generale assoluto. Nel breviario grillino c’è di tutto: l’apologia del modello veneto di piccola e media impresa e l’assistenzialismo figlio delle teorie sulla decrescita, l’antisindacalismo e il ripristino dell’articolo 18. Naturale che anche lo statalismo in salsa grillina sia ibrido e contingente, come dimostra la posizione aperta - pragmatica o ambigua, a seconda dei punti di vista - sulle soluzioni al caso Alitalia. Dall’altra parte, la tentazione statalista della Lega è più una declinazione del neo-sovranismo salviniano che una scelta strutturata e ponderata. E il sospetto è che, alla fine, in un eventuale governo possa tradursi soprattutto in un abbozzo di protezionismo, sul modello trumpiano che è un punto di riferimento dichiarato di Salvini. E del maestro Tremonti.