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(ansa)

Per un governo dei prestanome

Si può guidare il Paese dalle assemblee legislative, lasciando al potere esecutivo il compito di eseguire
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Che cos'è un rompicapo? L'enigma su cui sbatti il capo, senza mai venirne a capo. E il rebus del nuovo governo ne offre un'esemplificazione, a suo modo, didascalica. Difatti ogni formula, ogni combinazione s'infrange contro il voto altrui, trasformato in veto. Cominciò Renzi, pronunciando un niet su qualsiasi ipotesi di collaborazione. Gli altri hanno fatto anche di meglio, pardon, peggio. Tuttavia ciascun rompicapo nasconde, in un angolo remoto, la propria soluzione. C'è pure in questo caso, basta procurarsi un paio d'occhiali. Ma è una soluzione inedita, inesplorata. Per scovarla, e poi per sperimentarla, serve la qualità di cui furono dotati i nostri padri fondatori: qualche grammo di fantasia costituzionale.

Eppure quella soluzione discende, come un frutto dal seme, dall'impraticabilità delle altre vie d'uscita. Primo: un governo Pd-5 Stelle. Ma non vuole il Pd, e inoltre i numeri sono troppo scarsi. Second…
Che cos'è un rompicapo? L'enigma su cui sbatti il capo, senza mai venirne a capo. E il rebus del nuovo governo ne offre un'esemplificazione, a suo modo, didascalica. Difatti ogni formula, ogni combinazione s'infrange contro il voto altrui, trasformato in veto. Cominciò Renzi, pronunciando un niet su qualsiasi ipotesi di collaborazione. Gli altri hanno fatto anche di meglio, pardon, peggio. Tuttavia ciascun rompicapo nasconde, in un angolo remoto, la propria soluzione. C'è pure in questo caso, basta procurarsi un paio d'occhiali. Ma è una soluzione inedita, inesplorata. Per scovarla, e poi per sperimentarla, serve la qualità di cui furono dotati i nostri padri fondatori: qualche grammo di fantasia costituzionale.

Eppure quella soluzione discende, come un frutto dal seme, dall'impraticabilità delle altre vie d'uscita. Primo: un governo Pd-5 Stelle. Ma non vuole il Pd, e inoltre i numeri sono troppo scarsi. Secondo: centrodestra-Pd. Qui i numeri ci sarebbero, però Salvini dà i numeri, se gli si prospetta l'ipotesi in questione. Terzo: 5 Stelle e centrodestra. Sennonché l'ostacolo si chiama Berlusconi (colpito da una fatwa dei 5 Stelle) e si chiama premiership. Spetta al leader della coalizione più votata (Salvini) o del primo partito (Di Maio)? Nel dubbio, la reclamano entrambi i contendenti. Impossibile accontentare tutt'e due, se non riesumando il consolato dell'antica Roma. Quarto: un governo di solidarietà nazionale, come quello guidato da Andreotti negli anni Settanta. Però Andreotti è morto, e anche la solidarietà non se la passa troppo bene. Per rivitalizzarla servirebbe un'emergenza, come il terrorismo dei nostri anni di piombo: facciamo gli scongiuri. Quinto: un governo tecnico, detto altresì "del presidente". Monti bis? Cottarelli una tantum? Non è aria, non è stagione. Di questi tempi nessun partito accetta commissari né tutori.

Da qui, per l'appunto, il nostro rompicapo nazionale. Che tuttavia nasce da una cattiva impostazione, giacché finora si è discusso di formule e di nomi, d'organigrammi, di poltrone. Magari evocando, come nel tavolo a tre gambe d'una seduta spiritica, il fantasma di Angela Merkel. Lei però, alle ultime elezioni, aveva condotto al successo il suo partito, pur cedendo 8 punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Nessun dubbio, quindi, che le spettasse il timone del governo. In Italia, viceversa, siamo alle prese con due mezzi vincitori. E allora occorre rovesciare il punto di partenza. Procediamo dai programmi, non dai programmatori. E partiamo dal Parlamento, non dall'esecutivo. Dopotutto si può governare dalle assemblee legislative, anziché da palazzo Chigi. Lasciando al potere esecutivo i soli poteri che gli derivano dal nome: eseguire, adempiere, obbedire. Non è forse il mandato che gli assegna la Costituzione?

In breve, significa stilare un elenco di punti programmatici, un'agenda di misure concrete. Significa intavolare una trattativa fra i partiti, tutti i partiti, su qualche punto essenziale, dalla povertà al lavoro, dall'immigrazione al prelievo fiscale. Significa ricercare un minimo comun denominatore, dato che i massimi s'elidono a vicenda. Significa inoltre sottoscrivere quel documento programmatico, o meglio farlo votare in Parlamento, come atto d'indirizzo per il governo che verrà. Significa infine riservarsi il potere di correggere, di annullare o d'integrare le politiche del nuovo gabinetto attraverso gli strumenti che l'ordinamento già contempla: mozioni, risoluzioni, ordini del giorno. Si definiscono "direttive parlamentari", e il loro nome non è scelto a caso: c'è un direttore (le assemblee legislative) e c'è un diretto (il Consiglio dei ministri).

Con quali conseguenze? In primo luogo, trasferire le principali decisioni in seno al Parlamento, come ha proposto il presidente Fico nel suo discorso d'investitura. In secondo luogo, sdrammatizzare la scelta della squadra di governo, che a quel punto si troverebbe sul tavolo un programma redatto fuori e prima del suo insediamento, oltre che sottoposto all'occhiuta vigilanza delle Camere. E i ministri, e il presidente del Consiglio? Conterebbero meno dei capigruppo parlamentari, assai meno dei presidenti delle due assemblee legislative, quasi zero rispetto ai leader dei partiti. Dunque a palazzo Chigi potranno ben sedere esponenti di secondo piano delle forze politiche, magari guidati da un ex presidente della Consulta o da un alto funzionario dello Stato. Chiamati alle funzioni di governo in qualità di delegati, se non di portavoce. Ecco infatti la formula che può salvarci l'anima: il governo dei prestanome.