Sequestro Moro, il giorno più lungo a piazza del Gesù
Lucio Caracciolo , di LUCIO CARACCIOLO
6 aprile 1978
ROMA - E' stato un misterioso personaggio, giunto a Piazza del Gesù pochi minuti dopo mezzogiorno, a consegnare nelle mani di Zaccagnini il testo originale della drammatica lettera di Moro. Accanto al segretario sedevano in quel momento i sette leaders democristiani chiamati personalmente in causa da Moro nel suo ultimo messaggio: Andreotti, Cossiga, Fanfani, i vicesegretari Galloni e Gaspari, i capi-gruppo al Parlamento Piccoli e Bartolomei. Fra i destinatari del messaggio del leader prigioniero, riuniti nella stanza di Zaccagnini, cominciava a serpeggiare una sensazione di inquietudine. Perché i "postini" delle Br si erano fatti vivi solo con delle fotocopie, e perché il comunicato n. 4 era stato recapitato nel pomeriggio a Genova e Milano e solo in tarda serata, contrariamente al solito, ne era stata consegnata una copia a un quotidiano romano? A parte questi interrogativi, il dibattito che ha impegnat…
ROMA - E' stato un misterioso personaggio, giunto a Piazza del Gesù pochi minuti dopo mezzogiorno, a consegnare nelle mani di Zaccagnini il testo originale della drammatica lettera di Moro. Accanto al segretario sedevano in quel momento i sette leaders democristiani chiamati personalmente in causa da Moro nel suo ultimo messaggio: Andreotti, Cossiga, Fanfani, i vicesegretari Galloni e Gaspari, i capi-gruppo al Parlamento Piccoli e Bartolomei. Fra i destinatari del messaggio del leader prigioniero, riuniti nella stanza di Zaccagnini, cominciava a serpeggiare una sensazione di inquietudine. Perché i "postini" delle Br si erano fatti vivi solo con delle fotocopie, e perché il comunicato n. 4 era stato recapitato nel pomeriggio a Genova e Milano e solo in tarda serata, contrariamente al solito, ne era stata consegnata una copia a un quotidiano romano? A parte questi interrogativi, il dibattito che ha impegnat…
6 aprile 1978
ROMA - E' stato un misterioso personaggio, giunto a Piazza del Gesù pochi minuti dopo mezzogiorno, a consegnare nelle mani di Zaccagnini il testo originale della drammatica lettera di Moro. Accanto al segretario sedevano in quel momento i sette leaders democristiani chiamati personalmente in causa da Moro nel suo ultimo messaggio: Andreotti, Cossiga, Fanfani, i vicesegretari Galloni e Gaspari, i capi-gruppo al Parlamento Piccoli e Bartolomei. Fra i destinatari del messaggio del leader prigioniero, riuniti nella stanza di Zaccagnini, cominciava a serpeggiare una sensazione di inquietudine. Perché i "postini" delle Br si erano fatti vivi solo con delle fotocopie, e perché il comunicato n. 4 era stato recapitato nel pomeriggio a Genova e Milano e solo in tarda serata, contrariamente al solito, ne era stata consegnata una copia a un quotidiano romano? A parte questi interrogativi, il dibattito che ha impegnato per tutta la mattinata i massimi dirigenti della Dc è ruotato intorno a due questioni centrali: la strategia politica da perseguire e l'analisi della lettera di Moro. Sul piano punto c'è stato un pronunciamento unanime: la linea di fermezza seguita finora non può essere messa in dubbio dai nuovi, tragici ricatti delle Brigate Rosse. Si è stabilito che la lettera autografa allegata al comunicato n. 4 non può appartenere né moralmente né tantomeno politicamente ad Aldo Moro. Fin qui le informazioni ufficiose, opportunamente filtrate dall'ufficio stampa (ai giornalisti era stato vietato l'accesso all'anticamera del secondo piano, in modo che non potessero avvicinare i protagonisti del vertice). Ma nei corridoi del palazzo dc sono circolate altre voci: si è parlato di un canale "informativo" che già esisterebbe tra gli amici di Moro e i brigatisti.
Ma il summit democristiano ha affrontato anche l'esame "tecnico" della lettera. Cossiga ha spiegato che per una diagnosi grafologica precisa era necessario attendere l'esame dell'originale. La fotocopia non è sufficiente, perché non se ne possono trarre alcuni elementi fondamentali, come la profondità e la sicurezza del tratto. Un dato è però subito saltato agli occhi dei leader dc: la scrittura infantile, elementare, assolutamente inconsueta per Moro.
Il vertice è terminato poco dopo le 13 e si è riconvocato per la tarda serata. Evitando i giornalisti che presidiavano il cortile della sede dc, Zaccagnini, Andreotti e gli altri leaders hanno lasciato Piazza del Gesù. Nel palazzo semivuoto sono rimasti solo i funzionari di servizio e qualche dirigente di secondo piano, tutti cortesemente ostili a commentare in qualche modo il nuovo messaggio delle Br. Qualche impressione la concede Adolfo Sarti, responsabile dell'ufficio culturale. E' categorico: "non cambia assolutamente nulla nel nostro atteggiamento. Si sbaglia chi pensa che i nostri nervi possano cedere", aggiunge, "e soprattutto dimostra di non conoscerci: perché noi siamo un grande partito, moderato anche nel temperamento". Che quest'atteggiamento, sia, almeno per ora, generale, ce lo conferma uno dei più accaniti oppositori di Zaccagnini e della politica del "confronto": Vito Scalia. Anche il leader dei "Cento" è disposto a sottoscrivere "la linea che si è seguita fin qui, giusta e dignitosa. Guai a deflettere da quest'impostazione!".
ROMA - E' stato un misterioso personaggio, giunto a Piazza del Gesù pochi minuti dopo mezzogiorno, a consegnare nelle mani di Zaccagnini il testo originale della drammatica lettera di Moro. Accanto al segretario sedevano in quel momento i sette leaders democristiani chiamati personalmente in causa da Moro nel suo ultimo messaggio: Andreotti, Cossiga, Fanfani, i vicesegretari Galloni e Gaspari, i capi-gruppo al Parlamento Piccoli e Bartolomei. Fra i destinatari del messaggio del leader prigioniero, riuniti nella stanza di Zaccagnini, cominciava a serpeggiare una sensazione di inquietudine. Perché i "postini" delle Br si erano fatti vivi solo con delle fotocopie, e perché il comunicato n. 4 era stato recapitato nel pomeriggio a Genova e Milano e solo in tarda serata, contrariamente al solito, ne era stata consegnata una copia a un quotidiano romano? A parte questi interrogativi, il dibattito che ha impegnato per tutta la mattinata i massimi dirigenti della Dc è ruotato intorno a due questioni centrali: la strategia politica da perseguire e l'analisi della lettera di Moro. Sul piano punto c'è stato un pronunciamento unanime: la linea di fermezza seguita finora non può essere messa in dubbio dai nuovi, tragici ricatti delle Brigate Rosse. Si è stabilito che la lettera autografa allegata al comunicato n. 4 non può appartenere né moralmente né tantomeno politicamente ad Aldo Moro. Fin qui le informazioni ufficiose, opportunamente filtrate dall'ufficio stampa (ai giornalisti era stato vietato l'accesso all'anticamera del secondo piano, in modo che non potessero avvicinare i protagonisti del vertice). Ma nei corridoi del palazzo dc sono circolate altre voci: si è parlato di un canale "informativo" che già esisterebbe tra gli amici di Moro e i brigatisti.
Ma il summit democristiano ha affrontato anche l'esame "tecnico" della lettera. Cossiga ha spiegato che per una diagnosi grafologica precisa era necessario attendere l'esame dell'originale. La fotocopia non è sufficiente, perché non se ne possono trarre alcuni elementi fondamentali, come la profondità e la sicurezza del tratto. Un dato è però subito saltato agli occhi dei leader dc: la scrittura infantile, elementare, assolutamente inconsueta per Moro.
Il vertice è terminato poco dopo le 13 e si è riconvocato per la tarda serata. Evitando i giornalisti che presidiavano il cortile della sede dc, Zaccagnini, Andreotti e gli altri leaders hanno lasciato Piazza del Gesù. Nel palazzo semivuoto sono rimasti solo i funzionari di servizio e qualche dirigente di secondo piano, tutti cortesemente ostili a commentare in qualche modo il nuovo messaggio delle Br. Qualche impressione la concede Adolfo Sarti, responsabile dell'ufficio culturale. E' categorico: "non cambia assolutamente nulla nel nostro atteggiamento. Si sbaglia chi pensa che i nostri nervi possano cedere", aggiunge, "e soprattutto dimostra di non conoscerci: perché noi siamo un grande partito, moderato anche nel temperamento". Che quest'atteggiamento, sia, almeno per ora, generale, ce lo conferma uno dei più accaniti oppositori di Zaccagnini e della politica del "confronto": Vito Scalia. Anche il leader dei "Cento" è disposto a sottoscrivere "la linea che si è seguita fin qui, giusta e dignitosa. Guai a deflettere da quest'impostazione!".