La nuova Europa tra libertà e autoritarismo
Andrea Bonanni, di ANDREA BONANNI
Nel momento più difficile della sua presidenza, alle prese con un vasto movimento di protesta sindacale in Francia, Emmanuel Macron rilancia la sua crociata europea in sintonia con gli euroliberali guidati dal belga Guy Verhofstadt. A Budapest, intanto, il populista "illiberale" Viktor Orban si presenta alle urne per una vittoria elettorale apparentemente scontata, la cui unica incognita è se avrà o meno la maggioranza assoluta in Parlamento.
Sono i due volti di una polarizzazione politica dell'Europa che è in corso da tempo, e che raggiungerà un picco alle elezioni continentali della primavera 2019. Orban fa parte del Partito popolare europeo, che non lo ha mai sconfessato, ma predica un modello di stato autoritario, chiuso, centralizzato, sovranista e insofferente verso quelle che considera "ingerenze" della Ue, come la ridistribuzione dei rifugiati politici. Gode dell'appoggio della Merkel, ma anche del governo ultraco…
Sono i due volti di una polarizzazione politica dell'Europa che è in corso da tempo, e che raggiungerà un picco alle elezioni continentali della primavera 2019. Orban fa parte del Partito popolare europeo, che non lo ha mai sconfessato, ma predica un modello di stato autoritario, chiuso, centralizzato, sovranista e insofferente verso quelle che considera "ingerenze" della Ue, come la ridistribuzione dei rifugiati politici. Gode dell'appoggio della Merkel, ma anche del governo ultraco…
Nel momento più difficile della sua presidenza, alle prese con un vasto movimento di protesta sindacale in Francia, Emmanuel Macron rilancia la sua crociata europea in sintonia con gli euroliberali guidati dal belga Guy Verhofstadt. A Budapest, intanto, il populista "illiberale" Viktor Orban si presenta alle urne per una vittoria elettorale apparentemente scontata, la cui unica incognita è se avrà o meno la maggioranza assoluta in Parlamento.
Sono i due volti di una polarizzazione politica dell'Europa che è in corso da tempo, e che raggiungerà un picco alle elezioni continentali della primavera 2019. Orban fa parte del Partito popolare europeo, che non lo ha mai sconfessato, ma predica un modello di stato autoritario, chiuso, centralizzato, sovranista e insofferente verso quelle che considera "ingerenze" della Ue, come la ridistribuzione dei rifugiati politici. Gode dell'appoggio della Merkel, ma anche del governo ultraconservatore polacco, pur essendo apertamente filo-Putin. Intasca miliardi di fondi europei, ma rifiuta ogni forma di solidarietà e di condivisione della propria sovranità nazionale.
Anche Macron non è privo di contraddizioni. Predica una forte spinta all'integrazione comunitaria, vuole rafforzare l'intesa franco-tedesca, ma cerca di creare nella Ue una coalizione politica con le forze più liberali e federaliste. Inoltre è uno strenuo difensore degli interessi nazionali e promuove l'idea di una Europa "protettrice" di fronte ai rischi della globalizzazione.
Tuttavia l'idea di fondo di Macron, contrapposta ma analoga a quella di Orban, è che ormai in Europa lo spartiacque politico non passi più tanto tra destra e sinistra, ma tra europeisti e sovranisti, tra liberali e populisti, tra difensori dei diritti e delle libertà repubblicane e fautori di uno stato autoritario e politicamente controllabile.
Questa intuizione è rafforzata dagli ultimi sondaggi che prevedono alle prossime elezioni europee una tremenda sconfitta dei socialisti. Nella logica di Macron, e di molti democratici in tutto il Continente, lo spettro di un'Europa divisa tra i conservatori del Ppe e gli ultraconservatori sovranisti, dovrebbe bastare a convincere quel che resta delle sinistre a mettere da parte le proprie riserve ideologiche e appoggiare il nuovo movimento europeista, un po' come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi all'indomani della sconfitta.
Ma la platea a cui si rivolge l'appello del presidente francese è ampia e fin troppo eterogenea: va dagli spagnoli di Podemos al Pd italiano, senza chiudere irrevocabilmente al M5S, dai "falchi" liberali olandesi e finlandesi ai federalisti puri e duri come il belga Verhofstadt e ad una fetta delle socialdemocrazie nordiche.
Per tutte queste forze si apre ora un periodo di travaglio e di riflessione sulla propria identità passata e su quella futura. Ma, anche, inevitabilmente, sull'identità dell'Europa che si desidera costruire, e che appare oggi assai variegata. L'avanzare dell'ondata populista e sovranista potrebbe forse ammorbidire certe rigidità politiche. Ma toccherà a Macron, che il 17 aprile prenderà la parola nell'emiciclo del Parlamento europeo, indicare un modello che riesca a mettere d'accordo i molti naufraghi che si agitano sulla malconcia zattera del sogno europeo.
Sono i due volti di una polarizzazione politica dell'Europa che è in corso da tempo, e che raggiungerà un picco alle elezioni continentali della primavera 2019. Orban fa parte del Partito popolare europeo, che non lo ha mai sconfessato, ma predica un modello di stato autoritario, chiuso, centralizzato, sovranista e insofferente verso quelle che considera "ingerenze" della Ue, come la ridistribuzione dei rifugiati politici. Gode dell'appoggio della Merkel, ma anche del governo ultraconservatore polacco, pur essendo apertamente filo-Putin. Intasca miliardi di fondi europei, ma rifiuta ogni forma di solidarietà e di condivisione della propria sovranità nazionale.
Anche Macron non è privo di contraddizioni. Predica una forte spinta all'integrazione comunitaria, vuole rafforzare l'intesa franco-tedesca, ma cerca di creare nella Ue una coalizione politica con le forze più liberali e federaliste. Inoltre è uno strenuo difensore degli interessi nazionali e promuove l'idea di una Europa "protettrice" di fronte ai rischi della globalizzazione.
Tuttavia l'idea di fondo di Macron, contrapposta ma analoga a quella di Orban, è che ormai in Europa lo spartiacque politico non passi più tanto tra destra e sinistra, ma tra europeisti e sovranisti, tra liberali e populisti, tra difensori dei diritti e delle libertà repubblicane e fautori di uno stato autoritario e politicamente controllabile.
Questa intuizione è rafforzata dagli ultimi sondaggi che prevedono alle prossime elezioni europee una tremenda sconfitta dei socialisti. Nella logica di Macron, e di molti democratici in tutto il Continente, lo spettro di un'Europa divisa tra i conservatori del Ppe e gli ultraconservatori sovranisti, dovrebbe bastare a convincere quel che resta delle sinistre a mettere da parte le proprie riserve ideologiche e appoggiare il nuovo movimento europeista, un po' come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi all'indomani della sconfitta.
Ma la platea a cui si rivolge l'appello del presidente francese è ampia e fin troppo eterogenea: va dagli spagnoli di Podemos al Pd italiano, senza chiudere irrevocabilmente al M5S, dai "falchi" liberali olandesi e finlandesi ai federalisti puri e duri come il belga Verhofstadt e ad una fetta delle socialdemocrazie nordiche.
Per tutte queste forze si apre ora un periodo di travaglio e di riflessione sulla propria identità passata e su quella futura. Ma, anche, inevitabilmente, sull'identità dell'Europa che si desidera costruire, e che appare oggi assai variegata. L'avanzare dell'ondata populista e sovranista potrebbe forse ammorbidire certe rigidità politiche. Ma toccherà a Macron, che il 17 aprile prenderà la parola nell'emiciclo del Parlamento europeo, indicare un modello che riesca a mettere d'accordo i molti naufraghi che si agitano sulla malconcia zattera del sogno europeo.