Vicini nello spazio e lontanissimi nel tempo, "Zuck l'alieno" e i vecchi terrestri della politica americana s'incontrano faccia a faccia senza capirsi. Non parlano la stessa lingua. Usano apparentemente l'inglese, i senatori e il viaggiatore del tempo della Rete, ma non esiste un traduttore che possa permettere a un senatore di 80 anni, eletto quando Zuckerberg non era neppure nato, e all'enfant prodige un po' discolo piovuto da un'altra galassia di capirsi.
Tutti i 44 senatori che hanno voluto interrogare il creatore di Facebook, sotto accusa per il torbido traffico di dati personali usati per manipolare i comportamenti degli ignari "amici", potrebbero essere padri o madri del trentenne miliardario, avendo un'età media di 62 anni. Alcuni, come il decano del Vermont, Pat Leahy, dalla voce ormai fioca, potrebbero addirittura esserne i nonni, con i loro quasi ottant'anni. E chi guarda il dialogo impossibile fra un ottuagenario cresciuto a pane e carta e un trentenne precipitato sulla Terra dal pulviscolo primordiale di bit e bytes, se è nonno come me, tende a simpatizzare con il vecchio, disperatamente annaspante fra "pipes", "messengers", algoritmi e "string" alfanumeriche.
L'alieno, che per l'occasione si era travestito da terrestre, risultando incongruo come un trucco di Photoshop, recitava la parte del bambino buono e contrito, che assicura il sinedrio dei vecchi di essere venuto in pace e promette di comportarsi bene d'ora in poi, anche per evitare di perdere altri dieci miliardi di dollari - quasi una "manovra" da Def italiano - dal portafoglio delle sue azioni. Ma come lui risponde quasi roboticamente, secondo le formule scritte dagli avvocati che lo hanno programmato, così i vecchi del sinedrio tentano di capire e di applicare le istruzioni che i giovani dello staff hanno preparato.
Il senatore Durbin dell'Illinois gli chiede in quale albergo abbia trascorso la notte e l'alieno vestito da umano balbetta di non capire il perché. "Ah ah - lo rimbrotta il senatore che di algoritmi non capisce nulla, ma di alberghi sì - vede che lei non vuol rivelare dettagli personali che invece i frequentatori di Facebook diffondono". "Zuck robot" sbatte gli occhietti incredulo. Leahy vuol capire che cosa siano le "pipes", i comandi che permettono a un programma di diffondere dati come acqua in una rete di acquedotti, e l'alieno tenta inutilmente di spiegare che non è questione di idraulica e non ci sono "tubi" fra Fb, Analytica e gli altri razziatori di dati.
Un senatore dell'Alabama non capisce che cosa sia Messenger, il servizio per scambiare messaggi che "Zuck robot" usava, cancellando poi quelli che voleva far sparire, cosa che ai normali utenti era vietata, ma che dovrebbe essere ora estesa a tutti. Faticano nonni e nonne sugli scranni del Congresso, aggrappati all'antiquariato dei contatti personali, delle pacche sulle spalle e del telefono, ad arrendersi ai nipoti che aborrono le conversazioni in voce. Rispondendo sdegnati ai loro avi, come mi rispondono i nipoti: "Nessuno parla più per telefono, nonno".
E prima ancora che le audizioni di Zuckerberg arrivino al gomitolo di possibili abusi dei dati da lui incoscientemente diffusi e poi smazzati fra miliardari ultraconservatori come i Mercer di Cambridge Analytica pro Trump, i boys dell'ex Kgb putiniano, i trumpistas e i piazzisti di tutto che ci assalgono con offerte mirate che non abbiamo mai richiesto, il dramma al quale abbiamo assistito nella due giorni inutile dello show è il ritorno prepotente di quello che 30 anni or sono si chiamava il Generation gap, l'abisso fra generazioni. "Zuck" è già ripartito verso il suo lontano pianeta nella Silicon Valley. I vecchi terrestri si sono rintanati nella loro grande caverna di marmo e boiserie per decifrare un mondo nel quale i tubi non sono tubi e l'algoritmo non è un nuovo ballo.
Tutti i 44 senatori che hanno voluto interrogare il creatore di Facebook, sotto accusa per il torbido traffico di dati personali usati per manipolare i comportamenti degli ignari "amici", potrebbero essere padri o madri del trentenne miliardario, avendo un'età media di 62 anni. Alcuni, come il decano del Vermont, Pat Leahy, dalla voce ormai fioca, potrebbero addirittura esserne i nonni, con i loro quasi ottant'anni. E chi guarda il dialogo impossibile fra un ottuagenario cresciuto a pane e carta e un trentenne precipitato sulla Terra dal pulviscolo primordiale di bit e bytes, se è nonno come me, tende a simpatizzare con il vecchio, disperatamente annaspante fra "pipes", "messengers", algoritmi e "string" alfanumeriche.
L'alieno, che per l'occasione si era travestito da terrestre, risultando incongruo come un trucco di Photoshop, recitava la parte del bambino buono e contrito, che assicura il sinedrio dei vecchi di essere venuto in pace e promette di comportarsi bene d'ora in poi, anche per evitare di perdere altri dieci miliardi di dollari - quasi una "manovra" da Def italiano - dal portafoglio delle sue azioni. Ma come lui risponde quasi roboticamente, secondo le formule scritte dagli avvocati che lo hanno programmato, così i vecchi del sinedrio tentano di capire e di applicare le istruzioni che i giovani dello staff hanno preparato.
Il senatore Durbin dell'Illinois gli chiede in quale albergo abbia trascorso la notte e l'alieno vestito da umano balbetta di non capire il perché. "Ah ah - lo rimbrotta il senatore che di algoritmi non capisce nulla, ma di alberghi sì - vede che lei non vuol rivelare dettagli personali che invece i frequentatori di Facebook diffondono". "Zuck robot" sbatte gli occhietti incredulo. Leahy vuol capire che cosa siano le "pipes", i comandi che permettono a un programma di diffondere dati come acqua in una rete di acquedotti, e l'alieno tenta inutilmente di spiegare che non è questione di idraulica e non ci sono "tubi" fra Fb, Analytica e gli altri razziatori di dati.
Un senatore dell'Alabama non capisce che cosa sia Messenger, il servizio per scambiare messaggi che "Zuck robot" usava, cancellando poi quelli che voleva far sparire, cosa che ai normali utenti era vietata, ma che dovrebbe essere ora estesa a tutti. Faticano nonni e nonne sugli scranni del Congresso, aggrappati all'antiquariato dei contatti personali, delle pacche sulle spalle e del telefono, ad arrendersi ai nipoti che aborrono le conversazioni in voce. Rispondendo sdegnati ai loro avi, come mi rispondono i nipoti: "Nessuno parla più per telefono, nonno".
E prima ancora che le audizioni di Zuckerberg arrivino al gomitolo di possibili abusi dei dati da lui incoscientemente diffusi e poi smazzati fra miliardari ultraconservatori come i Mercer di Cambridge Analytica pro Trump, i boys dell'ex Kgb putiniano, i trumpistas e i piazzisti di tutto che ci assalgono con offerte mirate che non abbiamo mai richiesto, il dramma al quale abbiamo assistito nella due giorni inutile dello show è il ritorno prepotente di quello che 30 anni or sono si chiamava il Generation gap, l'abisso fra generazioni. "Zuck" è già ripartito verso il suo lontano pianeta nella Silicon Valley. I vecchi terrestri si sono rintanati nella loro grande caverna di marmo e boiserie per decifrare un mondo nel quale i tubi non sono tubi e l'algoritmo non è un nuovo ballo.