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Linea rossa e bugie siriane

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Non è stata una farsa, come dicono i ribelli anti-Assad, né un'operazione-spettacolo, come lasciano intendere alcuni commentatori israeliani. Gli uni e gli altri speravano di più. Contavano su un serio intervento contro il regime di Damasco e i suoi alleati iraniani e russi. È quel che si aspettavano anche i Paesi sunniti - in testa l'Arabia Saudita - che finanziano l'opposizione armata a Bashar al Assad, e vedono con apprensione gli avversari sciiti - in particolare gli iraniani - sempre più presenti in Siria. Molti sono rimasti delusi. La rumorosa collera di Donald Trump, accompagnata dalle ferme adesioni della britannica Theresa May e del francese Emmanuel Macron, aveva fatto immaginare una spedizione destinata a infliggere una severa punizione al regime di Damasco, a frenarne la rapida ripresa dopo la sconfitta del Califfato. L'obiettivo delle tre potenze occidentali si è rivelato assai più limitato, forse è s…
Non è stata una farsa, come dicono i ribelli anti-Assad, né un'operazione-spettacolo, come lasciano intendere alcuni commentatori israeliani. Gli uni e gli altri speravano di più. Contavano su un serio intervento contro il regime di Damasco e i suoi alleati iraniani e russi. È quel che si aspettavano anche i Paesi sunniti - in testa l'Arabia Saudita - che finanziano l'opposizione armata a Bashar al Assad, e vedono con apprensione gli avversari sciiti - in particolare gli iraniani - sempre più presenti in Siria. Molti sono rimasti delusi. La rumorosa collera di Donald Trump, accompagnata dalle ferme adesioni della britannica Theresa May e del francese Emmanuel Macron, aveva fatto immaginare una spedizione destinata a infliggere una severa punizione al regime di Damasco, a frenarne la rapida ripresa dopo la sconfitta del Califfato. L'obiettivo delle tre potenze occidentali si è rivelato assai più limitato, forse è stato ridimensionato nei giorni d'attesa e di riflessione, ma non per questo tutto si è ridotto a una pura farsa o a un'operazione-spettacolo. Perlomeno nell'intenzione dei promotori, di Washington, di Parigi e di Londra.

Il proposito era di ristabilire la "linea rossa", vale a dire la proibizione delle armi chimiche più volte usate da Bashar al Assad sulla sua gente. Un'intenzione nobile dunque, resa urgente sabato della settimana scorsa, dopo che a Douma, sobborgo della Ghuta orientale, alle porte di Damasco, un gruppo di ribelli del Jaysh al-Islam era stato costretto a ritirarsi dopo essere stato investito da agenti chimici e avere subito una cinquantina di morti. È in seguito agli avvenimenti di Douma che Trump ha preso la decisione di intervenire. Secondo quanto ha riferito in una conferenza stampa alla Casa Bianca il generale Joseph Dunford, i missili americani, inglesi e francesi hanno centrato tre bersagli; uno nel quartiere di Barzeh, alle porte di Damasco, dove c'era il principale centro di ricerca di armi chimiche; e gli altri due nella regione di Homs, al centro del Paese, dove c'erano laboratori in cui si producevano sempre armi chimiche. La distruzione di quei luoghi avvenuta nella notte tra venerdì e sabato era dunque ampiamente giustificata: aveva come compito di fermare l'uso di gas letali. E se si rivelerà esatto che non ci sono state vittime civili o militari, e che adesso Assad non dispone più di quei prodotti micidiali, si potrà parlare di un'operazione militare umanitaria che ha avuto pieno successo.

Ma un giudizio sull'efficacia, sulla riuscita, dell'operazione sarebbe tuttavia prematuro. L'anticipato annuncio del blitz da parte di Donald Trump, ed anche l'avere dato indicazioni ai russi, affinché non venissero coinvolti, sugli obiettivi dei missili americano-franco-britannici, hanno probabilmente contribuito non solo ad affrettare l'allontanamento del personale dal centro di ricerca di Barzeh e dai centri di produzione della provincia di Homs, ma anche di trasferire in luoghi più sicuri il materiale e i macchinari dei laboratori sui quali sarebbero piovuti i missili. I russi non hanno potuto nascondere agli alleati siriani quel che avevano appreso dal presidente americano. I sofisticati proiettili che compiono centinaia di chilometri e non mancano la preda potrebbero avere distrutto soltanto edifici vuoti di uomini e di materiale. Laboratori e depositi deserti. Dopo decenni di difficile sopravvivenza, il regime di Damasco è diventato un artista della simulazione.

Nel 2013 dopo un massacro coi gas, sempre nella Ghuta, Barack Obama, allora alla Casa Bianca, decise di punire il regime che aveva superato la "linea rossa", ma poi cambiò idea, non osò compiere un atto di rappresaglia, e accettò la proposta di Putin di far controllare se Bashar al Assad disponesse sul serio di importanti riserve di gas nervino o di altre armi chimiche. All'epoca possedeva la più importante quantità al mondo di quei prodotti. Ne vennero distrutte milletrecento tonnellate insieme a ventiquattro tipi di vettori. Ma gli esperti dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche assicurarono che l'esercito siriano aveva delle riserve perché continuò a usarle.

Quegli esperti hanno cominciato ieri una loro ispezione a Douma, da dove i ribelli sono fuggiti o sono stati catturati o sono morti intossicati. Bashar al Assad è apparso ieri mattina, alla televisione siriana, poche ore dopo l'incursione franco-anglo-americana. Era calmo, disteso, come se nulla fosse accaduto. Forse erano immagini di repertorio. E comunque l'esperienza insegna che, qualsiasi cosa accada, lui ha sempre una rassicurante riserva di gas nervino.