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M5S, camaleonti in marcia sul potere

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Dietro quella che a prima vista sembra una traduzione automatica dal tribunizio spinto al politichese rosé appare la rivelazione del "Grande Trucco a Cinque Stelle", ovvero il tradimento nascosto della regola fondante del Movimento: la sacralità della nuova democrazia digitale, eletta a versione 2.0 della sovranità popolare. Non siamo, infatti, di fronte alla riscrittura alla chetichella di un programma elettorale, ma a una disinvolta operazione di camuffamento politico, a un veloce cambio di maschera, a una mossa camaleontica che solo la fretta di indossare l'abito più adatto ai riti del potere può spiegare compiutamente: il gesto svelto di un uomo in frac.

È una storia paradigmatica, quella del referendum online che nella primavera del 2017 il Movimento 5 Stelle organizzò in pompa magna sul suo programma elettorale. Votarono 23 mila iscritti, che sono un po' meno degli elettori di Canicattì, ma Di Battista lo…
Dietro quella che a prima vista sembra una traduzione automatica dal tribunizio spinto al politichese rosé appare la rivelazione del "Grande Trucco a Cinque Stelle", ovvero il tradimento nascosto della regola fondante del Movimento: la sacralità della nuova democrazia digitale, eletta a versione 2.0 della sovranità popolare. Non siamo, infatti, di fronte alla riscrittura alla chetichella di un programma elettorale, ma a una disinvolta operazione di camuffamento politico, a un veloce cambio di maschera, a una mossa camaleontica che solo la fretta di indossare l'abito più adatto ai riti del potere può spiegare compiutamente: il gesto svelto di un uomo in frac.

È una storia paradigmatica, quella del referendum online che nella primavera del 2017 il Movimento 5 Stelle organizzò in pompa magna sul suo programma elettorale. Votarono 23 mila iscritti, che sono un po' meno degli elettori di Canicattì, ma Di Battista lo presentò alla stampa come un fondamentale esperimento di partecipazione popolare. E nove mesi dopo, a Pescara, Davide Casaleggio annunciò che si trattava del primo programma "partecipato direttamente dai cittadini" e votato sulla piattaforma Rousseau addirittura da "più di un milione di persone" (miracolosa moltiplicazione dei voti e dei clic).

Dopodiché, nessuno s'è più ricordato del programma dei Cinque Stelle. Finché, ieri, un giornalista del Foglio - Luciano Capone - ha scoperto che sul sito del Movimento i 20 file del programma erano stati silenziosamente sostituiti con altri 20 file, 20 testi nei quali il lessico è stato ammorbidito, i nomi sono scomparsi, gli aggettivi sono stati cassati. Per fare un solo esempio, "considerare reato internazionale la guerra di aggressione" è diventato "promozione delle soluzioni pacifiche delle controversie", che è come sostituire l'ordine di arresto per un rapinatore con un garbato invito a cercarsi forme di guadagno più oneste.

I punti sono rimasti gli stessi, naturalmente, ma le parole sono state addolcite - soprattutto le più aspre - e poiché in politica le parole sono fondamentali, è difficile non cogliere in questa sapiente riscrittura la furbizia di chi vuole spogliarsi in fretta, arrivato sulla soglia del Palazzo, degli abiti polverosi con cui ha conquistato la piazza.

Ma è un'astuzia maldestra - come quella di tutti i furbi che si fanno scoprire - e non solo perché rivela un'attitudine al gioco delle tre carte che non è un bel biglietto da visita per chi non vede l'ora di salire lo scalone d'onore di Palazzo Chigi, ma anche e soprattutto perché sbriciola la pietra sacra della democrazia diretta su cui i grillini hanno abilmente costruito il loro castello virtuale attorno al potere solitario di Luigi Di Maio, al dominio senza controllo di Davide Casaleggio e alle prediche senza contraddittorio di Beppe Grillo.

La base grillina - la Rete da cui tutto il potere discende, in teoria - non sapeva, infatti, nulla di quel programma riveduto e corretto, non era neanche stata informata del fatto che fossero stati aggiunti quattro capitoli ai 20 originari. E quando, con un post anonimo, il Movimento ieri ha risposto allo scoop del Foglio, sostenendo che quelle dell'anno scorso erano solo "bozze provvisorie", modificate un mese fa "accogliendo proposte e istanze", ha messo una pezza peggiore del buco.

Chi ha avanzato, dopo il suggello del voto online, "proposte e istanze" a un programma già approvato? E chi s'è arrogato il potere di approvarle in gran segreto, senza neanche informare gli iscritti che quel programma avevano votato? È una decisione che ha assunto in solitudine Luigi Di Maio, che, dopo essersi preso con un atto notarile il potere di scegliere e bocciare i candidati, di decidere i capilista, di nominare i capigruppo e di espellere i dissidenti, si è attribuito anche quello di ritagliare, correggere e riscrivere il programma deciso dalla base? O è un atto compiuto dalla mano invisibile di Davide Casaleggio, che come padrone assoluto della piattaforma Rousseau può modificare quando vuole ogni virgola di quello che vi appare, senza dover rendere conto a nessuno?

Sono domande che si fa chi vuol capire, naturalmente senza aspettarsi di ottenere risposte da chi non è abituato a darle neanche ai suoi militanti. I quali, a quanto pare, hanno già rinunciato a farle, evidentemente rassegnati al ruolo di comparse di una finta democrazia dove a comandare ormai sono solo in tre.