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La campagna di Facebook sui minori

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Quanto vale Facebook in termini di ricavi? Perché è da lì - dalla gallina dalle uova d'oro difesa da Mark Zuckerberg, costi quel che costi - che deve prendere le mosse ogni analisi della sua strategia di comunicazione dopo le rivelazioni e il crescendo dello scandalo Cambridge Analytica. Tenetevi forte: nel 2017 il principale social network ha spremuto agli investitori pubblicitari 40 miliardi di dollari, 13 in più dell'anno prima, cinquanta volte quanto incassato nel 2009. Alla fine dello scorso anno l'Arpu, che è l'unita di misura della resa media di ciascun utente su base annuale, è risultata di 27 dollari nel Nord America e di 9 in Europa. Alla stessa data, gli utenti attivi di Facebook nel mondo erano 2 miliardi e 100 milioni, più del doppio rispetto a cinque anni prima. In assoluto, nessuna azienda è altrettanto cresciuta nel secondo decennio del secolo.

È con questo bagaglio di sonanti certezze che …
Quanto vale Facebook in termini di ricavi? Perché è da lì - dalla gallina dalle uova d'oro difesa da Mark Zuckerberg, costi quel che costi - che deve prendere le mosse ogni analisi della sua strategia di comunicazione dopo le rivelazioni e il crescendo dello scandalo Cambridge Analytica. Tenetevi forte: nel 2017 il principale social network ha spremuto agli investitori pubblicitari 40 miliardi di dollari, 13 in più dell'anno prima, cinquanta volte quanto incassato nel 2009. Alla fine dello scorso anno l'Arpu, che è l'unita di misura della resa media di ciascun utente su base annuale, è risultata di 27 dollari nel Nord America e di 9 in Europa. Alla stessa data, gli utenti attivi di Facebook nel mondo erano 2 miliardi e 100 milioni, più del doppio rispetto a cinque anni prima. In assoluto, nessuna azienda è altrettanto cresciuta nel secondo decennio del secolo.

È con questo bagaglio di sonanti certezze che Zuckerberg aveva affrontato la scorsa settimana le commissioni del Congresso degli Stati Uniti. Tenendo sempre presente l'obiettivo finale (scansare lo tsunami mediatico e politico generato dalla società di consulenza inglese che, grazie ai dati personali ottenuti da Facebook, avrebbe aiutato Trump a vincere le elezioni e i pro Brexit a imporsi), s'era cosparso il capo di cenere, aveva ammesso gli errori di sottovalutazione nel trattamento dei dati di centinaia di milioni di utenti e garantito ogni misura atta a proteggerli da abusi in futuro. Zuckerberg aveva confermato che Facebook avrebbe rispettato le norme del Gdpr, il General Data Protection Regulation che entrerà in vigore a fine maggio nei Paesi dell'Unione Europea. Su questo, c'è un comunicato ufficiale.

La novità è l'applicazione del nuovo corpus normativo della Ue anche nei Paesi extraeuropei, così da creare una omogenea policy globale. Una scelta che ha una solida motivazione tecnico-legale: poteva il Vecchio Continente, secondo mercato del social, avere regole d'ingaggio diverse da quelle in vigore nel resto del mondo? Ovviamente no, dunque via libera allo sconfinamento della tutela dei dati immaginata per l'Europa.
Grazie alla non comune abilità dei comunicatori di Menlo Park, gli atti dovuti in ottemperanza alla nuova legislazione comunitaria sono stati confusi dalle opinioni pubbliche per un codice di comportamento adottato motu proprio. Come per l'obbligo del permesso dei genitori nel caso di under 15 che intendono usare Facebook: è quanto stabilisce il Gdpr, niente di più. I singoli Paesi potranno solo fare alcuni aggiustamenti. 
In ogni caso, a breve i ragazzini dovranno escogitare nuovi trucchi per iscriversi a Facebook senza chiedere l'ok a mamma e papà (sempre che ci tengano: i più giovani non frequentano affatto il social creato nel 2004 per gli studenti di Harvard). Al fine di individuare i "fuoriquota", agli ingegneri di Menlo Park basterebbe incrociare dati e metadati generati e scoprire se hanno 13 o 16 anni. L'unica misura coercitiva potrebbe essere, nel caso, l'espulsione dei reprobi dal network.

Peraltro, innalzare ulteriormente l'età dell'accesso libero sarebbe controproducente, come spiega Giangiacomo Olivi, responsabile europeo per la privacy dello studio legale Dentons: "Se Facebook s'impegna a controllare la qualità dei contenuti pubblicati, è meglio lo faccia sapendo che ne fruiranno già i tredicenni autorizzati dai genitori, non solo quelli dai 15 anni in su. Il permesso obbligatorio per la fascia sotto i 15 deresponsabilizza il social. Bisogna puntare di più sulla formazione". Al proposito, Facebook ha comunicato la creazione di "un centro globale di risorse online per fare più educazione e rispondere alle domande più comuni sulla privacy".

Resta la sensazione che, senza Cambridge Analytica e i suoi probabili epigoni, Zuckerberg non avrebbe mai impegnato tante risorse comunicative, tecniche, didattiche ed economiche per riparare ai danni provocati dalla fretta di crescere e di guadagnare. Che raramente non causa problemi.