Sulla pelle del paese
Massimo Giannini, di MASSIMO GIANNINIIl M5S ha dato il peggio di sé, smaltita la sbornia del 33 per cento, la proposta indecente, un ridicolo "contratto alla tedesca" che testimonia una labile concezione della democrazia
La farsa è finita, andate in pace. Dopo quarantacinque giorni buttati al vento, la cerimonia cannibale dei "falsi vincitori" si chiude com'era cominciata. Il Frankenstein grillo-leghista muore in culla, divorato da sé stesso. Per quanto ibrido, camaleontico e infine trasformista, il corpaccione pentastellato non può sopportare l'innesto berlusconiano. E dunque lo rigetta. Dopo aver fatto credere a Salvini, e soprattutto a Mattarella, che lo avrebbe invece tollerato, e infine metabolizzato.
Naufraga così, in modo fragoroso e indecoroso, il breve tentativo dell'esploratrice Casellati. Il Capo dello Stato le aveva conferito un mandato difficile, ma non impossibile, seguendo un metodo trasparente e lineare. Si parte dalle forze che hanno ottenuto più consensi, e si cercano innanzi tutto soluzioni che rispettino e riflettano la volontà popolare. Dunque, il primo passo non poteva non essere la verifica sul possibile gove…
Naufraga così, in modo fragoroso e indecoroso, il breve tentativo dell'esploratrice Casellati. Il Capo dello Stato le aveva conferito un mandato difficile, ma non impossibile, seguendo un metodo trasparente e lineare. Si parte dalle forze che hanno ottenuto più consensi, e si cercano innanzi tutto soluzioni che rispettino e riflettano la volontà popolare. Dunque, il primo passo non poteva non essere la verifica sul possibile gove…
La farsa è finita, andate in pace. Dopo quarantacinque giorni buttati al vento, la cerimonia cannibale dei "falsi vincitori" si chiude com'era cominciata. Il Frankenstein grillo-leghista muore in culla, divorato da sé stesso. Per quanto ibrido, camaleontico e infine trasformista, il corpaccione pentastellato non può sopportare l'innesto berlusconiano. E dunque lo rigetta. Dopo aver fatto credere a Salvini, e soprattutto a Mattarella, che lo avrebbe invece tollerato, e infine metabolizzato.
Naufraga così, in modo fragoroso e indecoroso, il breve tentativo dell'esploratrice Casellati. Il Capo dello Stato le aveva conferito un mandato difficile, ma non impossibile, seguendo un metodo trasparente e lineare. Si parte dalle forze che hanno ottenuto più consensi, e si cercano innanzi tutto soluzioni che rispettino e riflettano la volontà popolare. Dunque, il primo passo non poteva non essere la verifica sul possibile governo Cinque Stelle-Centrodestra. Il fallimento della missione era nelle cose. Ma ciò non toglie che lo spettacolo sia stato penoso.
Di Maio e Salvini lo hanno messo in scena con lo stesso, insopportabile "autismo politico" che li pervade dal giorno dopo le elezioni. Ciascuno prigioniero della sua tronfia ma vuota "retorica del trionfo": ho vinto io, tutti devono passare da qui, un passo indietro e uno di lato, ora il governo del cambiamento. E via così, in un crescendo di proclami triti, slogan ritriti e vaneggiamenti ego-riferiti. Il capo della Lega ha mostrato più capacita negoziale: si è fatto concavo, ha fatto qualche passo indietro sulle presidenze delle Camere e persino sulla leadership. Ma evidentemente non è bastato.
Il Movimento Cinque Stelle ha dato il peggio. Due settimane abbondanti per smaltire la sbornia del 33 per cento, che gli conferisce la palma di primo partito ma non la forza per governare da soli. Subito dopo un patto con Salvini sulle poltrone, in cui hanno preteso la testa del condannato Romani ma hanno incoronato quella della "Ghedini in gonnella" Elisabetta Alberti Casellati. Poi la proposta indecente, che testimonia una labile concezione della democrazia rappresentativa: un ridicolo "contratto alla tedesca", offerto indifferentemente alla Lega o al Pd, come se questi due partiti non fossero universi politico-culturali alternativi e diversi, ma semplici "infrastrutture" al servizio di un superiore "disegno pentastellato".
Infine l'ultimo "gioco dell'oca" di Palazzo Giustiniani, che tra il mezzo bluff di Salvini e la sparata di Di Maio ha visto i concorrenti giocarsi a dadi il governo, arrivare a un passo dal traguardo e poi tornare clamorosamente al punto di partenza. Abbiamo sprecato un mese e mezzo per capire quello che Di Maio avrebbe potuto e dovuto spiegare il giorno dopo le elezioni. Il sentiero della governabilità, almeno per quello che rigurda una possibile maggioranza M5S-Centrodestra, è intralciato da un gigantesco interdetto. Se nel nostro Novecento abbiamo vissuto il Fattore K (i comunisti non possono andare al governo) oggi siamo bloccati dal Fattore B (Berlusconi non può tornare al governo). O si rimuove quello, o per noi il governo è impossibile.
La pretesa è legittima: il Cavaliere pregiudicato, oggettivamente, non è omogeneo a un non-partito che voleva "aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno". E a dispetto del paradossale profilo quasi "degasperiano" che si è ritagliato in un Paese ormai politicamente desertificato, Berlusconi resta senz'altro insostituibile per Forza Italia, non certo per l'Italia. Ma è altrettanto legittimo che Salvini, impegnato a completare l'Opa non ostile sull'elettorato azzurro, respinga la pretesa al mittente.
Tutto questo era già chiaro dall'inizio. Per questo il gioco dell'oca di queste ore appare così irritante. Salvo sorprese impreviste e imprevedibili nella notte, la fase uno della crisi si chiude con un rovinoso tracollo dei "non vincitori", che si sono mostrati non dilettanti, ma sicuramente arroganti. Inconsapevoli del fatto che in una repubblica parlamentare, e in un sistema ormai proporzionale, il compromesso è spesso necessario, e non tutto è inciucio. La fase due che probabilmente si apre adesso, forse con un mandato esplorativo a Roberto Fico, non sarà meno impervia. Interroga gli sconfitti, cioè il Pd, alle prese a sua volta con una crisi interna devastante e piantato davanti a un bivio esiziale: impiccarsi all'albero dell'irrilevanza, lassù sull'Aventino, o sedersi al tavolo con i Cinque Stelle, assaggiando la tazza di cicuta offerta da Di Maio. Un altro sentiero strettissimo, da attraversare mentre la Banca d'Italia certifica i nuovi record di debito pubblico, l'Istat fotografa il dilagare delle disuguaglianze, il Fondo monetario avverte che in Europa si sta riaffacciando il rischio finanziario, in Siria rischia di esplodere un conflitto di proporzioni incalcolabili. Non è più tempo di ballare sotto il vulcano.
Naufraga così, in modo fragoroso e indecoroso, il breve tentativo dell'esploratrice Casellati. Il Capo dello Stato le aveva conferito un mandato difficile, ma non impossibile, seguendo un metodo trasparente e lineare. Si parte dalle forze che hanno ottenuto più consensi, e si cercano innanzi tutto soluzioni che rispettino e riflettano la volontà popolare. Dunque, il primo passo non poteva non essere la verifica sul possibile governo Cinque Stelle-Centrodestra. Il fallimento della missione era nelle cose. Ma ciò non toglie che lo spettacolo sia stato penoso.
Di Maio e Salvini lo hanno messo in scena con lo stesso, insopportabile "autismo politico" che li pervade dal giorno dopo le elezioni. Ciascuno prigioniero della sua tronfia ma vuota "retorica del trionfo": ho vinto io, tutti devono passare da qui, un passo indietro e uno di lato, ora il governo del cambiamento. E via così, in un crescendo di proclami triti, slogan ritriti e vaneggiamenti ego-riferiti. Il capo della Lega ha mostrato più capacita negoziale: si è fatto concavo, ha fatto qualche passo indietro sulle presidenze delle Camere e persino sulla leadership. Ma evidentemente non è bastato.
Il Movimento Cinque Stelle ha dato il peggio. Due settimane abbondanti per smaltire la sbornia del 33 per cento, che gli conferisce la palma di primo partito ma non la forza per governare da soli. Subito dopo un patto con Salvini sulle poltrone, in cui hanno preteso la testa del condannato Romani ma hanno incoronato quella della "Ghedini in gonnella" Elisabetta Alberti Casellati. Poi la proposta indecente, che testimonia una labile concezione della democrazia rappresentativa: un ridicolo "contratto alla tedesca", offerto indifferentemente alla Lega o al Pd, come se questi due partiti non fossero universi politico-culturali alternativi e diversi, ma semplici "infrastrutture" al servizio di un superiore "disegno pentastellato".
Infine l'ultimo "gioco dell'oca" di Palazzo Giustiniani, che tra il mezzo bluff di Salvini e la sparata di Di Maio ha visto i concorrenti giocarsi a dadi il governo, arrivare a un passo dal traguardo e poi tornare clamorosamente al punto di partenza. Abbiamo sprecato un mese e mezzo per capire quello che Di Maio avrebbe potuto e dovuto spiegare il giorno dopo le elezioni. Il sentiero della governabilità, almeno per quello che rigurda una possibile maggioranza M5S-Centrodestra, è intralciato da un gigantesco interdetto. Se nel nostro Novecento abbiamo vissuto il Fattore K (i comunisti non possono andare al governo) oggi siamo bloccati dal Fattore B (Berlusconi non può tornare al governo). O si rimuove quello, o per noi il governo è impossibile.
La pretesa è legittima: il Cavaliere pregiudicato, oggettivamente, non è omogeneo a un non-partito che voleva "aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno". E a dispetto del paradossale profilo quasi "degasperiano" che si è ritagliato in un Paese ormai politicamente desertificato, Berlusconi resta senz'altro insostituibile per Forza Italia, non certo per l'Italia. Ma è altrettanto legittimo che Salvini, impegnato a completare l'Opa non ostile sull'elettorato azzurro, respinga la pretesa al mittente.
Tutto questo era già chiaro dall'inizio. Per questo il gioco dell'oca di queste ore appare così irritante. Salvo sorprese impreviste e imprevedibili nella notte, la fase uno della crisi si chiude con un rovinoso tracollo dei "non vincitori", che si sono mostrati non dilettanti, ma sicuramente arroganti. Inconsapevoli del fatto che in una repubblica parlamentare, e in un sistema ormai proporzionale, il compromesso è spesso necessario, e non tutto è inciucio. La fase due che probabilmente si apre adesso, forse con un mandato esplorativo a Roberto Fico, non sarà meno impervia. Interroga gli sconfitti, cioè il Pd, alle prese a sua volta con una crisi interna devastante e piantato davanti a un bivio esiziale: impiccarsi all'albero dell'irrilevanza, lassù sull'Aventino, o sedersi al tavolo con i Cinque Stelle, assaggiando la tazza di cicuta offerta da Di Maio. Un altro sentiero strettissimo, da attraversare mentre la Banca d'Italia certifica i nuovi record di debito pubblico, l'Istat fotografa il dilagare delle disuguaglianze, il Fondo monetario avverte che in Europa si sta riaffacciando il rischio finanziario, in Siria rischia di esplodere un conflitto di proporzioni incalcolabili. Non è più tempo di ballare sotto il vulcano.