Turchia, la destra del sultano
Marco Ansaldo, di MARCO ANSALDOErdogan, a braccetto con i Lupi grigi, anticipa il voto. E prepara la strada a un Parlamento uniformemente nero
Il Sultano a braccetto con i Lupi grigi ottiene elezioni anticipate, e la Turchia va ancora più a destra. A destra, il Paese della Mezzaluna, c’è quasi sempre stato. Ma, a guardare l’arco costituzionale che si disegna dal prossimo 24 giugno, data decisa dal presidente Recep Tayyip Erdogan su “proposta” del leader del Movimento di azione nazionalista Devlet Bahceli, il colore che coprirà il Parlamento di Ankara sarà pressoché uniformemente nero. Un caso unico, ancora più estremo rispetto ai tanti governi dell’Est Europa di recente orientati al più stretto conservatorismo.
Conservatore il partito Giustizia e sviluppo fondato del capo dello Stato lo è già. Formazione pure solidamente ancorata ai valori religiosi, e che vede nell’Islam l’architrave su cui Erdogan ha innestato lo sviluppo economico di un Paese un tempo di seconda fila e oggi invece protagonista. Ma la lira turca adesso…
Conservatore il partito Giustizia e sviluppo fondato del capo dello Stato lo è già. Formazione pure solidamente ancorata ai valori religiosi, e che vede nell’Islam l’architrave su cui Erdogan ha innestato lo sviluppo economico di un Paese un tempo di seconda fila e oggi invece protagonista. Ma la lira turca adesso…
Il Sultano a braccetto con i Lupi grigi ottiene elezioni anticipate, e la Turchia va ancora più a destra. A destra, il Paese della Mezzaluna, c’è quasi sempre stato. Ma, a guardare l’arco costituzionale che si disegna dal prossimo 24 giugno, data decisa dal presidente Recep Tayyip Erdogan su “proposta” del leader del Movimento di azione nazionalista Devlet Bahceli, il colore che coprirà il Parlamento di Ankara sarà pressoché uniformemente nero. Un caso unico, ancora più estremo rispetto ai tanti governi dell’Est Europa di recente orientati al più stretto conservatorismo.
Conservatore il partito Giustizia e sviluppo fondato del capo dello Stato lo è già. Formazione pure solidamente ancorata ai valori religiosi, e che vede nell’Islam l’architrave su cui Erdogan ha innestato lo sviluppo economico di un Paese un tempo di seconda fila e oggi invece protagonista. Ma la lira turca adesso traballa. E l’alleanza preelettorale siglata con i nazionalisti, le cui radici comprendono i vecchi Lupi grigi dell’attentato a Giovanni Paolo II, porta la formazione al potere da 15 anni verso un populismo radicale. A fiuto politico, Erdogan non è secondo a nessuno. Basti ricordare come è balzato sulla questione della prossima apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme contattando subito Papa Francesco, nonostante i due non si amino e i noti dissapori sul riconoscimento del genocidio degli armeni, proponendosi di fronte a tutto il mondo musulmano come mediatore. Maturato in patria un consenso trasversale con l’intervento militare in Siria contro i gruppi curdi considerati come terroristi, ha fatto inversione rispetto al mantenere la scadenza elettorale per la fine del 2019, e improvvisamente ha accolto di anticiparle a due soli mesi da ora.
Non poteva proporlo lui stesso. E perciò l’indicazione data dal leader dei nazionalisti è stata sposata al volo. È chiaro che Erdogan e i Lupi grigi a giugno si spartiranno il potere. Agli altri non rimarranno nemmeno le briciole. Difficile che il “Partito Buono”, nuovo di zecca, fondato da una costola del Movimento nazionalista e guidato dalla ex ministro degli Interni, la signora Meral Aksener, faccia in tempo a presentarsi al voto oppure a ottenere l’altissima soglia del 10 per cento necessaria a entrare in Parlamento.
Altro discorso riguarda il Partito repubblicano del popolo, il solo forse a schierarsi a sinistra nell’Assemblea. Da qualche anno è guidato da Kemal Kilicdaroglu, chiamato Gandhi per le istanze pacifiste, ed è la formazione più vicina alla socialdemocrazia. Ma qui interviene l’anomalia di un partito fondato dall’ex generale Mustafa Kemal, detto Ataturk, e che da sempre è quello preferito dai potenti militari. Alcuni anni fa la Sinistra internazionale pose la questione se espellere un gruppo che non rispondeva ai valori comuni espressi. Oggi è cambiato. Ma il perenne 25 per cento a cui è abbonato al voto lo pone in un’aurea mediocritas che non fa spostare di un millimetro l’irruenza del Sultano che, da solo, vola al 50.
Restano al margine le ambizioni dei curdi. Il loro gruppo di riferimento, il Partito democratico dei popoli, pure votato dagli strati laici di Istanbul, è in ginocchio. I leader carismatici, eletti legittimamente, languono in carcere sotto l’accusa di terrorismo. Molti deputati sono stati spogliati dell’immunità. In queste condizioni ci sono seri dubbi che la formazione possa mantenersi in aula. Di fatto in Turchia la sinistra non c’è. E l’astuto Erdogan è riuscito in un colpo non solo ad anticipare le elezioni, ma a ottenere due votazioni, legislative e presidenziali insieme. Che avranno un solo vincitore, il Sultano con i suoi vassalli.
Conservatore il partito Giustizia e sviluppo fondato del capo dello Stato lo è già. Formazione pure solidamente ancorata ai valori religiosi, e che vede nell’Islam l’architrave su cui Erdogan ha innestato lo sviluppo economico di un Paese un tempo di seconda fila e oggi invece protagonista. Ma la lira turca adesso traballa. E l’alleanza preelettorale siglata con i nazionalisti, le cui radici comprendono i vecchi Lupi grigi dell’attentato a Giovanni Paolo II, porta la formazione al potere da 15 anni verso un populismo radicale. A fiuto politico, Erdogan non è secondo a nessuno. Basti ricordare come è balzato sulla questione della prossima apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme contattando subito Papa Francesco, nonostante i due non si amino e i noti dissapori sul riconoscimento del genocidio degli armeni, proponendosi di fronte a tutto il mondo musulmano come mediatore. Maturato in patria un consenso trasversale con l’intervento militare in Siria contro i gruppi curdi considerati come terroristi, ha fatto inversione rispetto al mantenere la scadenza elettorale per la fine del 2019, e improvvisamente ha accolto di anticiparle a due soli mesi da ora.
Non poteva proporlo lui stesso. E perciò l’indicazione data dal leader dei nazionalisti è stata sposata al volo. È chiaro che Erdogan e i Lupi grigi a giugno si spartiranno il potere. Agli altri non rimarranno nemmeno le briciole. Difficile che il “Partito Buono”, nuovo di zecca, fondato da una costola del Movimento nazionalista e guidato dalla ex ministro degli Interni, la signora Meral Aksener, faccia in tempo a presentarsi al voto oppure a ottenere l’altissima soglia del 10 per cento necessaria a entrare in Parlamento.
Altro discorso riguarda il Partito repubblicano del popolo, il solo forse a schierarsi a sinistra nell’Assemblea. Da qualche anno è guidato da Kemal Kilicdaroglu, chiamato Gandhi per le istanze pacifiste, ed è la formazione più vicina alla socialdemocrazia. Ma qui interviene l’anomalia di un partito fondato dall’ex generale Mustafa Kemal, detto Ataturk, e che da sempre è quello preferito dai potenti militari. Alcuni anni fa la Sinistra internazionale pose la questione se espellere un gruppo che non rispondeva ai valori comuni espressi. Oggi è cambiato. Ma il perenne 25 per cento a cui è abbonato al voto lo pone in un’aurea mediocritas che non fa spostare di un millimetro l’irruenza del Sultano che, da solo, vola al 50.
Restano al margine le ambizioni dei curdi. Il loro gruppo di riferimento, il Partito democratico dei popoli, pure votato dagli strati laici di Istanbul, è in ginocchio. I leader carismatici, eletti legittimamente, languono in carcere sotto l’accusa di terrorismo. Molti deputati sono stati spogliati dell’immunità. In queste condizioni ci sono seri dubbi che la formazione possa mantenersi in aula. Di fatto in Turchia la sinistra non c’è. E l’astuto Erdogan è riuscito in un colpo non solo ad anticipare le elezioni, ma a ottenere due votazioni, legislative e presidenziali insieme. Che avranno un solo vincitore, il Sultano con i suoi vassalli.