Stato-mafia, dalla sentenza una verità controvento
Attilio Bolzoni , di ATTILIO BOLZONILe condanne dicono che ci sono stati uomini delle istituzioni e di almeno un partito che hanno negoziato - per conto proprio e per conto terzi - con i peggiori criminali della storia italiana
Questa sentenza dice che il cratere di Capaci - per quanto profondo - non è riuscito a ingoiarsi tutti i misteri e tutti i ricatti, i patti, i depistaggi, gli inganni. Dice che ci sono stati uomini delle istituzioni e di almeno un partito che hanno negoziato - per conto proprio e per conto terzi - con i peggiori criminali della storia italiana. Questa sentenza dice che lo Stato ha processato e condannato se stesso.
Quello che era annunciato come il verdetto che avrebbe chiuso per sempre un'epoca giudiziaria che si era aperta nel 1992 con l'uccisione del giudice Falcone, si è rivelato al contrario una vera "bomba". Precipitata improvvisa e violenta sulla politica con la condanna di Marcello Dell'Utri (si scrive Dell'Utri ma si legge Berlusconi: è una sola la vicenda che li unisce da quasi mezzo secolo ed è molto siciliana), sugli apparati che hanno difeso senza pudore quegli ufficiali del vecchio Ros dei carabinieri specialisti nel…
Quello che era annunciato come il verdetto che avrebbe chiuso per sempre un'epoca giudiziaria che si era aperta nel 1992 con l'uccisione del giudice Falcone, si è rivelato al contrario una vera "bomba". Precipitata improvvisa e violenta sulla politica con la condanna di Marcello Dell'Utri (si scrive Dell'Utri ma si legge Berlusconi: è una sola la vicenda che li unisce da quasi mezzo secolo ed è molto siciliana), sugli apparati che hanno difeso senza pudore quegli ufficiali del vecchio Ros dei carabinieri specialisti nel…
Questa sentenza dice che il cratere di Capaci - per quanto profondo - non è riuscito a ingoiarsi tutti i misteri e tutti i ricatti, i patti, i depistaggi, gli inganni. Dice che ci sono stati uomini delle istituzioni e di almeno un partito che hanno negoziato - per conto proprio e per conto terzi - con i peggiori criminali della storia italiana. Questa sentenza dice che lo Stato ha processato e condannato se stesso.
Quello che era annunciato come il verdetto che avrebbe chiuso per sempre un'epoca giudiziaria che si era aperta nel 1992 con l'uccisione del giudice Falcone, si è rivelato al contrario una vera "bomba". Precipitata improvvisa e violenta sulla politica con la condanna di Marcello Dell'Utri (si scrive Dell'Utri ma si legge Berlusconi: è una sola la vicenda che li unisce da quasi mezzo secolo ed è molto siciliana), sugli apparati che hanno difeso senza pudore quegli ufficiali del vecchio Ros dei carabinieri specialisti nel doppio e nel triplo gioco, sulla stessa magistratura che sul processo Stato-trattativa si è divisa come e più di un'opinione pubblica che non poteva e non voleva credere che ci fossero "pezzi" dello Stato in combutta con Totò Riina e con Leoluca Bagarella.
Contro ogni previsione - supportata dall'assoluzione di due anni fa dell'ex ministro Calogero Mannino che rappresentava in sostanza il pilastro dell'accusa sui patti fra Stato e mafia - la sentenza della Corte di Assise di Palermo mette in discussione una "linea" giudiziaria che in molti davano buona per inerzia e riapre in modo clamoroso ogni investigazione su tutto ciò che di spaventoso è accaduto prima, durante e dopo i massacri del 1992. In questo gorgo ci sono sì i carabinieri dei reparti speciali e i boss di Cosa Nostra, ma c'è soprattutto "Marcellino", l'inseparabile amico di Silvio che gli ha portato in dote i compari palermitani (prima i Bontate dell'aristocrazia mafiosa, poi gli emissari dei Corleonesi): ancora rinchiuso a Rebibbia per concorso esterno, ora deve fronteggiare quest'altra condanna per avere chiuso l'ultimo patto con Cosa Nostra. E non per un interesse puramente personale ma in quanto braccio destro e co-fondatore di Forza Italia, il partito che avrebbe cambiato subito dopo i massacri i destini del nostro Paese. Per l'attualità è Marcello Dell'Utri il personaggio centrale di questa raffica di condanne, arrivate nel corso delle trattative (parola che ricorre sinistra dopo la sentenza) per la formazione del governo, un "segretario" tutto fare di Silvio che alla fine del 1993 "si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa Nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l'attenuazione del regime carcerario".
Tesi sostenuta dalla pubblica accusa e accolta interamente dai giudici - 12 anni di reclusione chiesti dai pm, 12 anni la condanna - con "Marcello" al fianco di Berlusconi, nominato capo del governo nel marzo 1994. Ma non ci sono state solo le pressioni per il 41 bis. Dell'Utri, prima sollecitato dal famigerato "stalliere" Vittorio Mangano e poi dai terribili fratelli Graviano, si sarebbe fatto "interprete" degli interessi di Cosa Nostra.
Sono stati tutti "ambasciatori" dei boss gli imputati di questo processo che anche per gli osservatori più attenti sembrava destinato al niente, in controtendenza assoluta rispetto agli orientamenti di gran parte della magistratura inquirente che ha investigato sulle stragi e dintorni.
Un'indagine controvento. Soprattutto quando si è inoltrata nei meandri maleodoranti di quel reparto speciale dei carabinieri (oggi c'è un Ros completamente rifondato e che nulla ha a che fare con il passato) guidati da quel generale Mario Mori dall'oscura radice e dal molto "creativo" metodo d'indagine. Al centro delle investigazioni per l'incredibile mancata perquisizione del covo di Totò Riina e assolto, coinvolto nella mancata cattura del boss Bernardo Provenzano e assolto, questa volta il generale e il suo fidato scudiero Giuseppe De Donno sono rimasti imbrigliati nella morsa della trattativa, accordi che sono cominciati proprio da loro fra Capaci e via D'Amelio con contatti cercati con l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. I carabinieri erano a caccia anche a quel tempo di "coperture" politiche. Le trovarono? È mistero fitto. Di sicuro, alla vigilia della sua uccisione Paolo Borsellino venne a conoscenza di queste manovre e provò turbamento. Poi il 19 luglio, l'autobomba.
Il resto è cronaca recente. E tutto è cominciato con l'apparizione pirotecnica di Massimo "Massimuccio" Ciancimino, il figlio più piccolo di don Vito, che fra tante patacche spacciate ha avuto il merito - solo con la mossa - di far riaffiorare ricordi a un po' di ministri e di funzionari di alto rango che sembravano molto "smemorati". Sono stati alcuni di loro, in fondo, a trascinare sul banco degli imputati l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, che però ieri è stato assolto. Colpi di scena che hanno oscurato mediaticamente, udienza dopo udienza, la "sostanza" del processo. Forse, anche per questo, nessuno se l'aspettava una conclusione così fragorosa istituzionalmente.
Cosa ci consegna alla fine questa sentenza di Corte di Assise? Che la trattativa ci fu e non è nata nella mente delirante di qualcuno e nei "teoremi" del cosiddetto "rito siciliano", che trattare con la mafia (contrariamente a ciò che fino a ieri pensavano in molti anche ai vertici di cariche di rilievo) è reato, che per una volta la verità processuale non è troppo lontana dalla verità storica come ci hanno abituato tanti altri verdetti pronunciati in questi anni. I pubblici ministeri del dibattimento sulla trattativa - come ha ricordato nella sua requisitoria Nino Di Matteo - sono stati accusati da più parti persino di "essersi mossi con finalità eversive". La sentenza spiega al contrario che non sempre la mafia sta da una parte e lo Stato dall'altra. Alcune volte possono anche mischiarsi. Sembra una banalità conoscendo la nostra storia, ma adesso c'è una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano.
Quello che era annunciato come il verdetto che avrebbe chiuso per sempre un'epoca giudiziaria che si era aperta nel 1992 con l'uccisione del giudice Falcone, si è rivelato al contrario una vera "bomba". Precipitata improvvisa e violenta sulla politica con la condanna di Marcello Dell'Utri (si scrive Dell'Utri ma si legge Berlusconi: è una sola la vicenda che li unisce da quasi mezzo secolo ed è molto siciliana), sugli apparati che hanno difeso senza pudore quegli ufficiali del vecchio Ros dei carabinieri specialisti nel doppio e nel triplo gioco, sulla stessa magistratura che sul processo Stato-trattativa si è divisa come e più di un'opinione pubblica che non poteva e non voleva credere che ci fossero "pezzi" dello Stato in combutta con Totò Riina e con Leoluca Bagarella.
Contro ogni previsione - supportata dall'assoluzione di due anni fa dell'ex ministro Calogero Mannino che rappresentava in sostanza il pilastro dell'accusa sui patti fra Stato e mafia - la sentenza della Corte di Assise di Palermo mette in discussione una "linea" giudiziaria che in molti davano buona per inerzia e riapre in modo clamoroso ogni investigazione su tutto ciò che di spaventoso è accaduto prima, durante e dopo i massacri del 1992. In questo gorgo ci sono sì i carabinieri dei reparti speciali e i boss di Cosa Nostra, ma c'è soprattutto "Marcellino", l'inseparabile amico di Silvio che gli ha portato in dote i compari palermitani (prima i Bontate dell'aristocrazia mafiosa, poi gli emissari dei Corleonesi): ancora rinchiuso a Rebibbia per concorso esterno, ora deve fronteggiare quest'altra condanna per avere chiuso l'ultimo patto con Cosa Nostra. E non per un interesse puramente personale ma in quanto braccio destro e co-fondatore di Forza Italia, il partito che avrebbe cambiato subito dopo i massacri i destini del nostro Paese. Per l'attualità è Marcello Dell'Utri il personaggio centrale di questa raffica di condanne, arrivate nel corso delle trattative (parola che ricorre sinistra dopo la sentenza) per la formazione del governo, un "segretario" tutto fare di Silvio che alla fine del 1993 "si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa Nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l'attenuazione del regime carcerario".
Tesi sostenuta dalla pubblica accusa e accolta interamente dai giudici - 12 anni di reclusione chiesti dai pm, 12 anni la condanna - con "Marcello" al fianco di Berlusconi, nominato capo del governo nel marzo 1994. Ma non ci sono state solo le pressioni per il 41 bis. Dell'Utri, prima sollecitato dal famigerato "stalliere" Vittorio Mangano e poi dai terribili fratelli Graviano, si sarebbe fatto "interprete" degli interessi di Cosa Nostra.
Sono stati tutti "ambasciatori" dei boss gli imputati di questo processo che anche per gli osservatori più attenti sembrava destinato al niente, in controtendenza assoluta rispetto agli orientamenti di gran parte della magistratura inquirente che ha investigato sulle stragi e dintorni.
Un'indagine controvento. Soprattutto quando si è inoltrata nei meandri maleodoranti di quel reparto speciale dei carabinieri (oggi c'è un Ros completamente rifondato e che nulla ha a che fare con il passato) guidati da quel generale Mario Mori dall'oscura radice e dal molto "creativo" metodo d'indagine. Al centro delle investigazioni per l'incredibile mancata perquisizione del covo di Totò Riina e assolto, coinvolto nella mancata cattura del boss Bernardo Provenzano e assolto, questa volta il generale e il suo fidato scudiero Giuseppe De Donno sono rimasti imbrigliati nella morsa della trattativa, accordi che sono cominciati proprio da loro fra Capaci e via D'Amelio con contatti cercati con l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. I carabinieri erano a caccia anche a quel tempo di "coperture" politiche. Le trovarono? È mistero fitto. Di sicuro, alla vigilia della sua uccisione Paolo Borsellino venne a conoscenza di queste manovre e provò turbamento. Poi il 19 luglio, l'autobomba.
Il resto è cronaca recente. E tutto è cominciato con l'apparizione pirotecnica di Massimo "Massimuccio" Ciancimino, il figlio più piccolo di don Vito, che fra tante patacche spacciate ha avuto il merito - solo con la mossa - di far riaffiorare ricordi a un po' di ministri e di funzionari di alto rango che sembravano molto "smemorati". Sono stati alcuni di loro, in fondo, a trascinare sul banco degli imputati l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, che però ieri è stato assolto. Colpi di scena che hanno oscurato mediaticamente, udienza dopo udienza, la "sostanza" del processo. Forse, anche per questo, nessuno se l'aspettava una conclusione così fragorosa istituzionalmente.
Cosa ci consegna alla fine questa sentenza di Corte di Assise? Che la trattativa ci fu e non è nata nella mente delirante di qualcuno e nei "teoremi" del cosiddetto "rito siciliano", che trattare con la mafia (contrariamente a ciò che fino a ieri pensavano in molti anche ai vertici di cariche di rilievo) è reato, che per una volta la verità processuale non è troppo lontana dalla verità storica come ci hanno abituato tanti altri verdetti pronunciati in questi anni. I pubblici ministeri del dibattimento sulla trattativa - come ha ricordato nella sua requisitoria Nino Di Matteo - sono stati accusati da più parti persino di "essersi mossi con finalità eversive". La sentenza spiega al contrario che non sempre la mafia sta da una parte e lo Stato dall'altra. Alcune volte possono anche mischiarsi. Sembra una banalità conoscendo la nostra storia, ma adesso c'è una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano.