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(lapresse)

La rivoluzione si è fermata a Campobasso

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Molise, l'Ohio italiano. E perché no, già che ci siamo, Campobasso Capitale. Se cercavamo un paradigma del Paese sospeso, possiamo trovarlo in questa settimana racchiusa tra il voto molisano e quello friulano. In mezzo, la grottesca palude italiana, nella quale tutto ristagna con dissennata allegria: i partiti e le istituzioni, il governo e il Quirinale. Possiamo dirlo, senza finire nel girone infernale dei qualunquisti? Non se ne può più. Le chiacchiere dei vincitori e dei vinti che risuonano vacue tra talk e tg sono già un fragoroso "rumore bianco", sterile e insostenibile. Non sono bastati due giri di consultazioni di Mattarella.

Non è servita l'esplorazione della seconda carica dello Stato. Ora si scopre che il destino della nazione è appeso al voto di due piccolissime Regioni, strumentalmente trasformate negli "swing states" tricolori. Il fallimento del tentativo Casellati era sembrato un punto di svolt…
Molise, l'Ohio italiano. E perché no, già che ci siamo, Campobasso Capitale. Se cercavamo un paradigma del Paese sospeso, possiamo trovarlo in questa settimana racchiusa tra il voto molisano e quello friulano. In mezzo, la grottesca palude italiana, nella quale tutto ristagna con dissennata allegria: i partiti e le istituzioni, il governo e il Quirinale. Possiamo dirlo, senza finire nel girone infernale dei qualunquisti? Non se ne può più. Le chiacchiere dei vincitori e dei vinti che risuonano vacue tra talk e tg sono già un fragoroso "rumore bianco", sterile e insostenibile. Non sono bastati due giri di consultazioni di Mattarella.

Non è servita l'esplorazione della seconda carica dello Stato. Ora si scopre che il destino della nazione è appeso al voto di due piccolissime Regioni, strumentalmente trasformate negli "swing states" tricolori. Il fallimento del tentativo Casellati era sembrato un punto di svolta. Esauriti gli spazi negoziali tra 5 Stelle e centrodestra, mandato al presidente della Camera per tentare velocemente un'analoga esplorazione a sinistra. Fallita anche quella, scelta autonoma di Mattarella: governo del presidente, di scopo o di salute pubblica, di tutti o di nessuno, e via snocciolando l'inesauribile "formulario" dell'eterna transizione repubblicana. E invece no.
Dal giorno dopo, Di Maio e Salvini hanno ricominciato. Il capo pentastellato spara "con Salvini faremo grandi cose", e viene da chiedergli perché non le hanno fatte giovedì scorso a Palazzo Giustiniani, dove invece hanno inscenato una commedia degli equivoci. Il capo leghista spara "adesso provo io", e viene da chiedergli cosa ha provato a fare finora, se non a giocare al gatto e al topo con Berlusconi e a nascondino con Di Maio e gli italiani.

Ma 5 Stelle e Lega non erano i paladini del nuovo? Non avevano trionfato promettendo la rivoluzione? Questo indigna: l'ambiguità dei due leader ai quali spetta l'onore e l'onere di trovare uno sbocco all'ingovernabilità del sistema. I veti incrociati e i tatticismi esasperati non sono più tollerabili. Stendono un velo di inquietante opacità sulle trattative tra i partiti. Espongono il Paese a un rischio di instabilità che non ci possiamo permettere.
Per Salvini l'ambiguità vuol dire mollezza. Ha buttato settimane a ripetere "governo con M5S, ma con tutta la coalizione di centrodestra". Lo ha urlato alle stelle, ma le Stelle stanno a guardare, finché la Lega non guarisce da un "male assoluto" chiamato Cavaliere. Adesso Salvini ha un dovere: getti la maschera e spieghi agli italiani se la sentenza sulla trattativa Stato-mafia è un problema anche per lui nella trattativa Lega-5S, e dunque se e quando intende compiere il parricidio di Berlusconi. O vuole sprecare un'altra settimana aspettando le elezioni in Friuli, nel frattempo trasformato nel nostro New Hampshire?

Per Di Maio l'ambiguità è doppiezza. Ha buttato settimane a offrire "un contratto alla tedesca a Lega o Pd", dimostrando poca dimestichezza con Rousseau e Montesquieu. Naufragata la navicella Casellati, ora declina la sua proposta indecente come "gioco a premi" officiato dal "noto professor Giacinto della Cananea" (con tutto il rispetto, non proprio Costantino Mortati): due "buste" pronte, una col contratto di programma M5S-Lega (rigorosamente senza Caimano), l'altra con quello M5S-Pd (possibilmente senza Renzi). I concorrenti devono solo scegliere e il gioco è fatto.

Adesso anche Di Maio ha un dovere: getti la maschera e spieghi agli italiani qual è la "sua" scelta, senza metterla agli incanti altrui, in un ridicolo Rischiatutto politico. Sceglie Salvini? Lo dica, senza ulteriori subordinate. Sceglie il Pd? Lo faccia, con la solennità e il rispetto che un passo del genere richiede. Dica che il Movimento, come la vecchia Dc, è "una forza di centro che guarda a sinistra", e proponga ai democratici un negoziato in cui nessuno sia costretto all'umiliazione o all'abiura, e ciascuno ceda un pezzo di sovranità, per il bene del Paese. Se a quel punto, esaurita la scorta di popcorn, il Pd uscirà dal "Nuovo Cinema Nazareno", si vedrà. Ma intanto, dopo quasi due mesi di "opera buffa", si impone un atto di responsabilità verso l'Italia. Non serviva il grande lavacro del 4 marzo, se il palingenetico "governo del cambiamento" si deve ridurre a un patetico "governo del trasformismo".